Pareyson a lezione da Maritain| Il pensatore torinese meditò negli anni giovanili su "Arte e scolastica"
del francese. Un inedito |
| Oggi, dopo due decenni di "postmodernità", che hanno dato una nuova apparenza
al relativismo ridefinendolo nel segno della "inclusività", il coesistere di tutto e il suo
contrario, oggi forse è più difficile comprendere a fondo una polemica filosofica ed
estetica come quella di Luigi Pareyson contro l'idealismo crociano (che lo distanziò
anche dal pensiero di Luigi Stefanini, del quale pure fu il successore alla direzione
della "Rivista di estetica" quando questi improvvisamente morì): una polemica che si
riassume nella opposizione del concetto di "formatività" a quello che don Benedetto
aveva posto sull'altare dell'estetica vincente: l'espressione. L'espressione come
segno della persona, ma quasi in spregio di tutti quegli attriti "materiali" che
comporta la creatività: e non a caso il riferimento di Croce non erano le arti
plastiche, ma la poesia. Pareyson seppe ricollocare nell'estetica quel fattore
"materiale" che lega la forma al "fare", e nel fare stesso scopre le sue leggi e le sue
novità. L'estetica di Pareyson detta appunto "della formatività" altro non è che un
approfondimento essenziale, il più essenziale a mio avviso nella riflessione estetica
del secondo Novecento, del principio della performatività: ovvero, quel principio in
base al quale l'opera mentre nasce determina anche il linguaggio che la interpreta,
ovvero quello dell'artista è "un tal fare che, mentre fa, inventa il da farsi e il modo di
fare", e in questo esprime compiutamente la dimensione personalista dell'opera
d'arte, che non è manifestazione dell'idea ma rivelazione dell'autore stesso che la
crea. Insomma un facere che in realtà è un perficere.
Nulla di nuovo, rispetto a quanto già non si sapesse su Pareyson. Ma, in realtà,
qualcosa d'inedito emerge dal saggio di una studiosa del filosofo torinese, Rosanna Finamore, che pubblica ora per Città Nuova un corposo studio sull'estetica di Pareyson intitolato appunto "Arte e formatività" (pagine 240, lire 32.000). La
studiosa rende pubblica nel libro una lettera che Pareyson le scrisse dopo aver letto
attentamente la sua tesi che riguardava proprio l'estetica pareysoniana, e in questa lettera per la prima volta il filosofo rivelava il suo debito giovanile con il neotomista
Jacques Maritain: "Le sarà di qualche interesse - scriveva Pareyson - sapere che
uno dei testi su cui nella mia giovinezza più meditai è Art et scholastique di
Maritain; e del resto è molto significativo il fatto che ai miei due migliori alunni in
estetica, Umberto Eco e Gianni Vattimo, assegnai come tesi di laurea
rispettivamente S. Tommaso e Aristotele". Per capire in che direzione vada inteso il
debito di Pareyson con Maritain, bisogna leggere il passaggio precedente a questa
confessione: "Devo dire che la mia estetica è tutta una rivalutazione del concetto
antico e medievale dell'arte come fare; sul concetto di forma, poi, so bene d'essere
per molti aspetti d'accordo con Aristotele e S. Tommaso".
L'autrice, e con lei Xavier Tilliette, che firma la prefazione al volume, concordano
nel dire che l'estetica della formatività di Pareyson non è una branca speciale e
autonoma della filosofia, ma è uno sviluppo stesso della filosofia generale, tant'è che
quel ragionamento estetico non si capirebbe se non si tenesse conto della
contemporanea e progressiva elaborazione da parte di Pareyson di un
"personalismo ontologico" e infine della ben nota "ontologia della libertà" che ha
occupato gli ultimi anni della sua riflessione.
L'aspetto "formativo" è infatti una declinazione di quel principio ermeneutico che
Pareyson ha sempre affermato nella sua ricerca, che poi trova piena realizzazione
nelle categorie della libertà e della responsabilità da cui scaturisce anche l'attualità
delle forme. A ben vedere, il tentativo di Pareyson non è stato quello di riequilibrare
il nucleo dell'estetica spostando il baricentro verso l'aspetto per così dire "pratico"
del fare, che tomisticamente si distingue dall'agire, che ha valore conoscitivo ed
etico, quanto piuttosto quello di reintegrare le due categorie in una sola prospettiva
etica. E volendo dire dei debiti pareysoniani, non è senza importanza considerare
che già nei primissimi anni del secolo Bergson aveva riportato l'attenzione sulla
complessa identità dell'homo faber. |