RASSEGNA STAMPA

6 OTTOBRE 1999
GIULIANO CAPECELATRO
Le domande di Ulisse
A Capri convegno sulla scienza
Parla il fisico Edoardo Boncinelli
L'archetipo è ancora una volta lui, Ulisse. Figura che si staglia gigantesca su quasi tre millenni di storia e di immaginario dell'Occidente. Per approdare infine non alla sua Itaca petrosa, ma a Capri stavolta; sempre e comunque nel Mediterraneo. E presentarsi come testimoniai più accreditato proprio di un "modello mediterraneo": modello di, cultura, cioè di pensiero, di conoscenza, di cui si paventa la crisi, la progressiva e inarrestabile sparizione davanti ai colpi di maglio del pensiero pragmatico di matrice anglosassone, tutto imbevuto di utilitarismo e che poco o punto si preoccupa di affannarsi dietro alle domande che hanno sempre angosciato l'uomo.
Più omogenea agli interessi dell'industria globalizzata, di un imperversante capitale finanziario, trionfa la nuova Atene, la cui agorà risuona di termini inglesi, e da cui giunge il grido: viva le tecniche, i risultati, al bando gli acchiappanuvole.
"Non so neanche bene cosa sia questo modello mediterraneo", esordisce Edoardo Boncinelli, fisico passato nelle file della biologia, in nome della quale presta la sua opera al san Raffaele di Milano, autore di ricerche fondamentali sui geni strutturali del corpo e, più di recente, sui geni strutturali del cervello. "Quello che posso dire è che a me, nato in Grecia, nell'isola di Rodi, vissuto poi a Firenze, sembra che i greci abbiano inventato, con la filosofia, con la matematica, una cultura che ha lasciato in eredità il culto delle domande fondamentali". Ecco Ulisse, che vuole arrivare a penetrare i segreti del mondo con la incurante baldanza che gli fa affrontare il canto delle sirene.
Inedita occasione di incontro in una Capri spazzata dal vento che tiene lontane le nuvole di pioggia ammassate sul golfo. In una sala del Palace Hotel, ad Anacapri, una piccola pattuglia di scienziati, dal fisico teorico Paolo Budinich all'astronomo Massimo Capaccioli al fisico Jean-Marc Lévy Leblond al matematico Lucio Russo, dibatte il tema "Il modello mediterraneo. Scienza, filosofia e arte: un passato a rischio", convegno che gli organizzatori (la Scuola internazionale superiore di studi avanzati di Trieste e l'Istituto italiano dì studi filosofici di Napoli) vorrebbero trasformare in un forum permanente.
Ma tutti sono anche convenuti per celebrare, con qualche giorno d'anticipo, i settant'anni del giornalista scientifico Franco Prattico. Il che, alla fine, farà confluire nella discussione il tormentato rapporto tra scienza e informazione.
Ulisse, senza tappi di cera come i suoi pragmatici compagni, porge orecchio alle lusinghe della Conoscenza. Commenta Boncinelli: "Certo, il modello vincente è indubbiámente il pragmatismo anglosassone. Però la scienza avanza, e la biologia ne fornisce un esempio lampante, anche rispondendo alle domande fondamentali, alle domande di senso. Cos'è una testa, un braccio, una mente. Ecco, qui la longa manus dello spirito mediterraneo si è estesa alla scienza, in questo caso alla biologia e alla neurobiologia.
Del resto, se quelle domande non se le pone la scienza, chi può farlo?
Le poche risposte che si possono avere arrivano sempre da li. Basta vedere come è cambiata la concezione del mondo fìsico e biologico in questo secolo".
Ma cosa caratterizza il modello mediterraneo? "La razionalità", risponde Boncinelli. Che subito precisa: "I greci hanno posto la razionalità un gradino più in alto, e ne è uscita una razionalità a volte proterva. Ed hanno fatto dell'individuo il centro del mondo, talora con implicazioni negative. Ma cosi hanno trovato quella giusta miscela tra idealità e senso pratico, quell'equilibrio che noi dovremmo raggiungere, da cui è nata la nostra civiltà".
Che, in fondo, sembra impegnata a formulare sempre quelle grandi domande, "Intendiamoci, molte domande che ci poniamo non avranno mai risposta. Comunque, già rispondere a poche domande è meglio che nulla, Quello che non capiscono alcuni intellettuali, che vedono negli scienziati dei pasticcioni intenti a fare cose strane. in realtà, alcune di quelle domande adesso possono essere soddisfatte. Penso al problema delle forme viventi. Guai, però, a tirare in ballo l'intelligenza, la più impertinente delle domande, perché ha una valenza emotiva molto alta".
Fatto il primo passo, Ulisse, lo scienziato, dovrebbe rendere le sue risposte di dominio pubblico, farle diventare un patrimonio comune.
"E qui ci scontriamo con un doppio ordine di problemi. Purtroppo gli scienziati, a volte, manifestano un certo snobismo verso i media. Ma, ci piaccia o no, il mondo è fatto di media, sono loro l'interfaccia con la gente comune. La scienza ha il dovere di porsi quelle grandi domande; lo scienziato ha il dovere di parlare. Vero, però, che nel circuito dell'informazione si operano delle distorsioni clamorose, con assoluta mancanza di scrupoli si fanno titoli che sottolineano quell'aspetto che il titolista, o il caporedattore, o il direttore, ritiene più importante. La divulgazione è un passaggio essenziale, che chiama in causa tre attori: lo scienziato, i media, la scuola. Tanto più importante oggi, la divulgazione, in quanto la scienza va sempre più veloce, perché sempre più grande è il numero dei ricercatori; il problema è filtrare, individuare cosa è importante, meno importante, superfluo. Inoltre, grazie agli sviluppi della scienza, per la prima volta nella sua storia l'uomo si trova ad avere non solo la responsabilità del benessere, ma della propria identità biologica e psicologica".
Nuova Atene, modello mediterraneo: Boncinelli non vede fratture insanabili. "Importante sarebbe capire una buona volta che non esiste una dicotomia tra teoria e pratica. Uno può chiudersi nella propria stanza, e pensare, pensare, pensare. Per che cosa? La psicologia dovrebbe averci insegnato che anche l'introspezione è fallace. Hai voglia di pensare, quello che conta è mettere le mani sul mondo. E questo è intrinseco alla natura della scienza, quell'impresa intellettuale nata quattro secoli fa e che forse tra un secolo non esisterà più, anche perché ha tanti nemici".
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Cultura-Impresa scientifica