RASSEGNA STAMPA

24 SETTEMBRE 1999
RONALD DWORKIN
In anteprima da Reset un provocatorio saggio di Ronald Dworkin: perché le nostre paure sono infondate
Nessun altro capitolo nella storia della scienza, nemmeno quello della cosmologia, ha suscitato tanto scalpore come la genetica. E nessuno le può essere paragonato quanto alla profonda influenza che eserciterà sulla vita dei nostri discendenti. Alcuni dei problemi politici e morali suscitati dalle nuove tecnologie potranno essere affrontati in futuro. Se la clonazione umana dovesse diventare una possibilità reale e concreta, ad esempio, o se sarà possibile alterare radicalmente i cromosomi di un feto appena concepito per dar vita a un bambino più intelligente, o magari più aggressivo, allora sarà necessario decidere se tali interventi dovranno essere proibiti o meno. Ma molti altri problemi ci riguardano già oggi. Esistono già per esempio dei test in grado di individuare un indicatore genetico di alcune malattie o della predisposizione ad esse.
Siamo quindi già di fronte a difficili interrogativi per stabilire fino a che punto e in quali casi dovrebbero essere consentiti - o richiesti o proibiti - tali test; e fino a che punto i datori di lavoro o le compagnie di assicurazione dovrebbero poter accedere ai risultati. (...)
Lo scandalo Dolly
Quando gli scienziati scozzesi clonarono una pecora adulta, e altri scienziati e opinionisti ne dedussero che la stessa tecnica poteva servire a clonare essere umani, apposite commissioni nominate dai governi di tutto il mondo nonché da vari organismi internazionali, stigmatizzarono immediatamente l'idea. Il presidente americano Clinton vietò qualunque uso di fondi federali per finanziare le ricerche sulla clonazione umana, e il senato degli Stati Uniti sta per proibire, attraverso un'apposita legislazione, ogni ricerca del genere. (...) Come giustificare, o anche solo spiegare, una reazione così violenta di fronte alla clonazione e all'uso estensivo dell'ingegneria genetica? (...) Non c'è motivo di pensare che la clonazione o la manipolazione genetica produrrebbero un danno genetico ereditario tale da minacciare di deformità le generazioni future. In ogni caso tali rischi non sarebbero sufficienti, da soli, a giustificare la proibizione a proseguire una ricerca che potrebbe aiutarci a comprendere meglio i rischi effettivi. Si poteva regolamentarne lo studio affidandone il controllo ai guardiani della clonazione - destinati prima o poi a fare la loro comparsa sulla scena - senza proibirlo completamente. Ma se è giusto preoccuparsi dei rischi comportati dalla ricerca e dalla sperimentazione, dovremmo però anche prendere in considerazione la speranza che dal progresso e dall'affinamento delle tecniche dell'ingegneria genetica può derivare una drastica diminuzione dei difetti e delle deformità congenite o che si sviluppano nel corso degli anni. E' assai probabile che il piatto della bilancia penderebbe in favore della sperimentazione. E che dire della questione della giustizia? E' facile immaginare l'ingegneria genetica divenire un privilegio dei ricchi. Ma queste tecniche hanno utilizzi che vanno oltre la semplice vanità. I parenti di un bambino malato senza speranze potrebbero volerne un altro, che amerebbero allo stesso modo, ma il cui sangue o midollo potrebbe salvare anche la vita del bambino da cui il secondo è stato clonato.
La clonazione di singole cellule umane, anziché dell'intero organismo, potrebbe comportare benefici ancor più evidenti. Per esempio, una cellula modificata geneticamente e poi clonata, prelevata da un paziente malato di cancro, potrebbe rivelarsi una cura efficace contro il tumore stesso, una volta reintrodotta nell'organismo. Potrebbero esserci anche benefici che vanno al di là delle questioni strettamente mediche. Coppie senza figli o donne singole potrebbero desiderare di procreare attraverso la clonazione, che potrebbero giudicare un'alternativa migliore di quelle attualmente disponibili. O potrebbero ritenere di non avere alternative. Il rimedio all'ingiustizia è la distribuzione delle risorse, non il rifiutare ad alcune categorie di persone determinati benefici, con un divieto da cui nessuno potrebbe trarre alcun vantaggio. (...) Questo confine cruciale tra scelta e fatalità costituisce l'impalcatura della nostra moralità, e qualunque cambiamento di una certa rilevanza apportato a quel confine causa un forte disorientamento.
(...) Ma se dovessimo prendere sul serio la possibilità che stiamo esplorando - che cioè gli scienziati abbiano veramente acquisito la capacità di creare un essere umano secondo un qualsiasi fenotipo scelto dallo scienziato stesso o dai genitori dell'essere che nascerà - allora dovremmo mettere in conto la distruzione di atteggiamenti morali dati per acquisiti da tempo, una distruzione che potrebbe iniziare in qualsiasi momento. Non usiamo la distinzione tra fatalità e scelta soltanto per stabilire le responsabilità di determinate situazioni o eventi, ma anche per misurare la stima che abbiamo di noi stessi, ivi compresa la stima per i doni fattici dalla natura. E' un fenomeno curioso, quello per cui la gente si inorgoglisce per attributi o abilità fisiche - come la bellezza o la forza fisica - che non ha potuto né scegliere né creare, mentre lo stesso non vale quando gli stessi attributi si possono considerare frutto degli sforzi di altre persone, in cui l'individuo stesso non ha avuto parte attiva. Una donna che si affida alle mani di un chirurgo estetico può essere felice dei risultati ottenuti, ma non ne va orgogliosa; certo non prova lo stesso orgoglio che proverebbe se fosse nata altrettanto bella. Che cosa accadrebbe al nostro orgoglio per il nostro aspetto fisico, se esso fosse l'inesorabile risultato non di una natura della quale ci è consentito gloriarci e in un certo senso partecipare, ma di una decisione presa dai nostri genitori e dai genetisti da loro pagati? Inoltre, noi accettiamo la situazione in cui nasciamo come un parametro della nostra responsabilità, ma non come un elemento su cui gettare eventuali colpe (se non nei casi, la cui scoperta è relativamente recente, in cui il comportamento altrui può aver alterato il nostro sviluppo embrionale - il fumo, ad esempio, o l'abuso di droghe). In caso contrario, anche se possiamo maledire la sorte per il modo in cui siamo fatti, come Richard Crookback, non diamo la colpa a nessun altro. La stessa distinzione vale per la responsabilità sociale. Ci sentiamo più responsabili e in dovere di aiutare le vittime dagli incidenti sul lavoro o dei pregiudizi razziali piuttosto che quanti sono nati con delle malformazioni genetiche o sono stati colpiti da un fulmine o da quelli che i legali e le compagnie di assicurazione chiamano, con espressione illuminante, "atti divini". In che modo tutto questo potrebbe cambiare se quello che siamo dipendesse dalla decisione consapevole di altre persone? L'orrore che molti di noi provano al pensiero delle manipolazioni genetiche non è la paura di una cosa sbagliata: è il terrore di perdere la nostra capacità di stabilire che cosa sia sbagliato. Abbiamo paura che ne verranno minate le nostre convinzioni più salde, che ci troveremo in una sorta di caduta libera della morale, che saremo costretti a ripensare tutto ex novo, in un nuovo contesto, e con esiti incerti. Sostituirsi a Dio significa giocare col fuoco.
Sostituirsi al Creatore
Supponiamo che questa ipotesi sia corretta, e che serva a spiegare la profonda reazione emotiva di fronte all'ingegneria genetica. Avremo allora scoperto, oltre alla spiegazione, anche la giustificazione di tale ripulsa? No. Avremo scoperto una sfida che dobbiamo assumerci, anziché una ragione per voltarle le spalle.
L'ipotesi qui avanzata spiega soltanto i motivi per cui i nostri valori attuali possono rivelarsi sbagliati o da ripensare. Se vogliamo essere moralmente responsabili, non possiamo tornare indietro se scopriamo, come abbiamo scoperto, che alcuni dei presupposti fondamentali per quei valori sono errati.
Sostituirsi a Dio significa davvero giocare col fuoco. Ma è quel che i mortali hanno sempre fatto, dai tempi di Prometeo, il santo patrono delle scoperte pericolose. Noi giochiamo col fuoco e ne accettiamo le conseguenze, perché l'alternativa è una irresponsabile vigliaccheria di fronte all'ignoto.
inizio pagina
vedi anche
Bioetica