| In anteprima da Reset un provocatorio saggio di Ronald Dworkin: perché le nostre paure sono infondate | Nessun altro capitolo nella storia della scienza, nemmeno
quello della cosmologia, ha suscitato tanto scalpore come la
genetica. E nessuno le può essere paragonato quanto alla
profonda influenza che eserciterà sulla vita dei nostri
discendenti. Alcuni dei problemi politici e morali suscitati dalle
nuove tecnologie potranno essere affrontati in futuro. Se la
clonazione umana dovesse diventare una possibilità reale e
concreta, ad esempio, o se sarà possibile alterare radicalmente
i cromosomi di un feto appena concepito per dar vita a un
bambino più intelligente, o magari più aggressivo, allora sarà
necessario decidere se tali interventi dovranno essere proibiti
o meno. Ma molti altri problemi ci riguardano già oggi. Esistono
già per esempio dei test in grado di individuare un indicatore
genetico di alcune malattie o della predisposizione ad esse.
Siamo quindi già di fronte a difficili interrogativi per stabilire
fino a che punto e in quali casi dovrebbero essere consentiti -
o richiesti o proibiti - tali test; e fino a che punto i datori di
lavoro o le compagnie di assicurazione dovrebbero poter
accedere ai risultati. (...)
Quando gli scienziati scozzesi clonarono una pecora adulta, e altri
scienziati e opinionisti ne dedussero che la stessa tecnica poteva
servire a clonare essere umani, apposite commissioni nominate dai
governi di tutto il mondo nonché da vari organismi internazionali,
stigmatizzarono immediatamente l'idea. Il presidente americano
Clinton vietò qualunque uso di fondi federali per finanziare le ricerche
sulla clonazione umana, e il senato degli Stati Uniti sta per proibire,
attraverso un'apposita legislazione, ogni ricerca del genere. (...)
Come giustificare, o anche solo spiegare, una reazione così violenta
di fronte alla clonazione e all'uso estensivo dell'ingegneria genetica?
(...)
Non c'è motivo di pensare che la clonazione o la manipolazione
genetica produrrebbero un danno genetico ereditario tale da
minacciare di deformità le generazioni future. In ogni caso tali rischi
non sarebbero sufficienti, da soli, a giustificare la proibizione a
proseguire una ricerca che potrebbe aiutarci a comprendere meglio i
rischi effettivi. Si poteva regolamentarne lo studio affidandone il
controllo ai guardiani della clonazione - destinati prima o poi a fare la
loro comparsa sulla scena - senza proibirlo completamente. Ma se è
giusto preoccuparsi dei rischi comportati dalla ricerca e dalla
sperimentazione, dovremmo però anche prendere in considerazione
la speranza che dal progresso e dall'affinamento delle tecniche
dell'ingegneria genetica può derivare una drastica diminuzione dei
difetti e delle deformità congenite o che si sviluppano nel corso degli
anni. E' assai probabile che il piatto della bilancia penderebbe in
favore della sperimentazione.
E che dire della questione della giustizia? E' facile immaginare
l'ingegneria genetica divenire un privilegio dei ricchi. Ma queste
tecniche hanno utilizzi che vanno oltre la semplice vanità. I parenti di
un bambino malato senza speranze potrebbero volerne un altro, che
amerebbero allo stesso modo, ma il cui sangue o midollo potrebbe
salvare anche la vita del bambino da cui il secondo è stato clonato.
La clonazione di singole cellule umane, anziché dell'intero
organismo, potrebbe comportare benefici ancor più evidenti. Per
esempio, una cellula modificata geneticamente e poi clonata,
prelevata da un paziente malato di cancro, potrebbe rivelarsi una
cura efficace contro il tumore stesso, una volta reintrodotta
nell'organismo. Potrebbero esserci anche benefici che vanno al di là
delle questioni strettamente mediche. Coppie senza figli o donne
singole potrebbero desiderare di procreare attraverso la clonazione,
che potrebbero giudicare un'alternativa migliore di quelle attualmente
disponibili. O potrebbero ritenere di non avere alternative. Il rimedio
all'ingiustizia è la distribuzione delle risorse, non il rifiutare ad alcune
categorie di persone determinati benefici, con un divieto da cui
nessuno potrebbe trarre alcun vantaggio. (...)
Questo confine cruciale tra scelta e fatalità costituisce l'impalcatura
della nostra moralità, e qualunque cambiamento di una certa
rilevanza apportato a quel confine causa un forte disorientamento.
(...)
Ma se dovessimo prendere sul serio la possibilità che stiamo
esplorando - che cioè gli scienziati abbiano veramente acquisito la
capacità di creare un essere umano secondo un qualsiasi fenotipo
scelto dallo scienziato stesso o dai genitori dell'essere che nascerà -
allora dovremmo mettere in conto la distruzione di atteggiamenti
morali dati per acquisiti da tempo, una distruzione che potrebbe
iniziare in qualsiasi momento. Non usiamo la distinzione tra fatalità e
scelta soltanto per stabilire le responsabilità di determinate situazioni
o eventi, ma anche per misurare la stima che abbiamo di noi stessi,
ivi compresa la stima per i doni fattici dalla natura.
E' un fenomeno curioso, quello per cui la gente si inorgoglisce per
attributi o abilità fisiche - come la bellezza o la forza fisica - che non
ha potuto né scegliere né creare, mentre lo stesso non vale quando
gli stessi attributi si possono considerare frutto degli sforzi di altre
persone, in cui l'individuo stesso non ha avuto parte attiva. Una
donna che si affida alle mani di un chirurgo estetico può essere felice
dei risultati ottenuti, ma non ne va orgogliosa; certo non prova lo
stesso orgoglio che proverebbe se fosse nata altrettanto bella. Che
cosa accadrebbe al nostro orgoglio per il nostro aspetto fisico, se
esso fosse l'inesorabile risultato non di una natura della quale ci è
consentito gloriarci e in un certo senso partecipare, ma di una
decisione presa dai nostri genitori e dai genetisti da loro pagati?
Inoltre, noi accettiamo la situazione in cui nasciamo come un
parametro della nostra responsabilità, ma non come un elemento su
cui gettare eventuali colpe (se non nei casi, la cui scoperta è
relativamente recente, in cui il comportamento altrui può aver alterato
il nostro sviluppo embrionale - il fumo, ad esempio, o l'abuso di
droghe). In caso contrario, anche se possiamo maledire la sorte per
il modo in cui siamo fatti, come Richard Crookback, non diamo la
colpa a nessun altro. La stessa distinzione vale per la responsabilità
sociale. Ci sentiamo più responsabili e in dovere di aiutare le vittime
dagli incidenti sul lavoro o dei pregiudizi razziali piuttosto che quanti
sono nati con delle malformazioni genetiche o sono stati colpiti da un
fulmine o da quelli che i legali e le compagnie di assicurazione
chiamano, con espressione illuminante, "atti divini". In che modo
tutto questo potrebbe cambiare se quello che siamo dipendesse
dalla decisione consapevole di altre persone? L'orrore che molti di
noi provano al pensiero delle manipolazioni genetiche non è la paura
di una cosa sbagliata: è il terrore di perdere la nostra capacità di
stabilire che cosa sia sbagliato. Abbiamo paura che ne verranno
minate le nostre convinzioni più salde, che ci troveremo in una sorta
di caduta libera della morale, che saremo costretti a ripensare tutto
ex novo, in un nuovo contesto, e con esiti incerti. Sostituirsi a Dio
significa giocare col fuoco.
Supponiamo che questa ipotesi sia corretta, e che serva a spiegare la profonda
reazione emotiva di fronte all'ingegneria genetica. Avremo allora scoperto, oltre alla spiegazione, anche la giustificazione di tale ripulsa? No. Avremo scoperto una sfida che dobbiamo assumerci, anziché una ragione per voltarle le spalle.
L'ipotesi qui avanzata spiega soltanto i motivi per cui i nostri valori attuali
possono rivelarsi sbagliati o da ripensare. Se vogliamo essere moralmente
responsabili, non possiamo tornare indietro se scopriamo, come abbiamo
scoperto, che alcuni dei presupposti fondamentali per quei valori sono errati.
Sostituirsi a Dio significa davvero giocare col fuoco. Ma è quel che i mortali
hanno sempre fatto, dai tempi di Prometeo, il santo patrono delle scoperte
pericolose. Noi giochiamo col fuoco e ne accettiamo le conseguenze, perché
l'alternativa è una irresponsabile vigliaccheria di fronte all'ignoto. |