RASSEGNA STAMPA

24 SETTEMBRE 1999
GIULIO GIORELLO
E Torricelli scoprì la pesantezza del vuoto
Una mostra a Firenze celebra lo scienziato che ideò il barometro a mercurio
Le rivoluzioni del '600 sancirono il passaggio all'età moderna. Ma il filosofo Hobbes restava inorridito di fronte agli esperimenti con pompe e campane di vetro
Un giorno un filosofo rimproverò un suo servitore intento a vuotare con una cannuccia una botte di vino: sprecava il proprio tempo perché "il vino non sarebbe mai venuto", in quanto la "natura dei gravi è di premere in giù". Ma l'altro "gli fece toccar con mano che sebbene i liquidi gravitino per natura in giù, schizzano per tutti i versi, anche all'insù, purché trovino luogo dove andare". La storiella era solitamente raccontata da Evangelista Torricelli (1608-1647) nelle sue lezioni all'Accademia di Firenze, per mostrare come spesso la rozza pratica fosse più ingegnosa della raffinata speculazione. Oggi noi sappiamo che in casi del genere ciò che conta è la "pressione", vale a dire la forza agente sull'unità di superficie, e che nei fluidi essa si trasmette con ugual valore in tutte le direzioni. Ma è stata necessaria la liquidazione a opera di Galileo Galilei della teoria aristotelica dei luoghi naturali. Inoltre, Aristotele aveva teorizzato contro Democrito che la natura avesse una sorta di "ripugnanza" per il vuoto, concepito come "non ente e privazione". Proprio Torricelli doveva fare giustizia di tale horror vacui. Non c'è da stupirsi che a questi sia dedicata la mostra che si inaugura oggi a Palazzo Pitti e al Giardino di Boboli. Come talvolta accade nella storia della scienza, all'origine vi è una sconfitta tecnica. Se si versa del liquido in un tubo, se ne sigilla un'estremità e s'immerge l'altra nel liquido contenuto in un bacino più grande, il liquido presente nel tubo non può superare un dato livello, quello che Galileo aveva chiamato "altezza limitatissima". Nel tentativo di costruire un acquedotto che avrebbe dovuto valicare una collina, egli era ricorso a una pompa il cui tubo d'aspirazione era piuttosto lungo, ma non era riuscito a sollevare l'acqua a più di "18 braccia" (circa 11 metri) d'altezza. Torricelli aveva rifatto l'esperienza nel 1644, servendosi però di un liquido, "l'argento vivo" o mercurio, che a parità di volume pesa circa tredici volte più dell'acqua, e ipotizzando, a ragione, che la sua "altezza limitatissima" sarebbe stata tredici volte minore. Gli bastava così un tubo non molto più lungo del nostro metro: ed effettivamente nell'esperimento di Torricelli, realizzato da Vincenzo Viviani, il mercurio si arrestò a 76 centimetri sopra il livello della bacinella. Torricelli non esitò a trasformare la "ripugnanza" della natura per il vuoto nella "resistenza" del vuoto al "peso dell'aria" distribuito sul mercurio della bacinella (cioè a quella che oggi chiamiamo pressione atmosferica): con retorica barocca disse che le Nereidi, mitiche ninfe dei mari, avevano deciso di istituire un'accademia nei "profondissimi fondi dell'oceano" per discutere esse pure delle "meraviglie" della nuova scienza. E la meraviglia maggiore è che noi "viviamo immersi in un pelago d'aria": non ce ne accorgiamo perché siamo premuti da ogni lato, e tale pressione è anche entro di noi. Per rendercene conto dobbiamo "creare" il vuoto, come accade nell'esperienza con l'argento vivo. Ancora di fronte agli esperimenti (1660) con pompe e campane di vetro dell'irlandese Robert Boyle, il filoso inglese Thomas Hobbes restava inorridito, convinto che chi cercasse di mostrare l'esistenza del vuoto fosse della stessa risma delle "canaglie" che turbavano la pace sociale parlando di fantasmi. Intanto, sul continente europeo, il ben più spregiudicato Blaise Pascal aveva realizzato (1648) quello che la morte aveva impedito a Torricelli, un congegno capace di misurare "i mutamenti dell'aria ora più pesante e densa, ora più leggera e sottile" (il nostro barometro). Nel 1657 Otto von Guericke, borgomastro di Magdeburgo, aveva stupito i suoi concittadini con la dimostrazione pubblica che il peso dell'aria sigillava l'una contro l'altra due calotte emisferiche, entro cui aveva fatto il vuoto con una pompa di sua invenzione, con una "forza" tale che per staccarle occorsero due tiri contrapposti di sedici cavalli. E la separazione fu accompagnata da una violenta detonazione. Forse fu anche quel "colpo di tuono" a sancire l'irrimediabile declino della vecchia filosofia e l'irresistibile ascesa della nuova scienza. Poco tempo dopo, in quegli stessi giardini di Boboli (dove le intuizioni di Torricelli dovevano suggerire spunti agli ingegneri che progettavano i giochi d'acqua), durante la festa per le nozze di Cosimo III (1661), fece la comparsa una gigantesca immagine di Atlante che reggeva sulle spalle una sfera rappresentante il torricelliano "oceano d'aria". Poi la sfera si aprì, mostrando, tra le varie figurazioni che accompagnavano l'entrata del Granduca, quattro cavalieri simbolizzanti le "lune medicee", cioè quei satelliti di Giove che Galileo aveva scoperto con il suo cannocchiale nel 1610, annunciando la nuova cosmologia.
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