IN DIFESA DELLA CONOSCENZATRA TEORIA IMMUNOLOGICA E SPECULAZIONE FILOSOFICA, L'ULTIMO LAVORO DI TAUBER Il carattere cognitivo del sistema immunitario, modello per l'elaborazione di una storia naturale della conoscenza e dell'io Ma l'audace tentativo dello studioso americano elude taluni problemi non ancora risolti dalla scienza e dalla filosofia |
| N arra la leggenda che Asclepio si ammalò per esser stato morso a un piede da un minuscolo
animaletto. La leggenda non ci dice come finisse questa sgradevole disavventura ma, con la forza del
mito, stabilisce un nesso diretto tra aggressione patogena e malattia. Più tardi, in età storica, i medici
della Scuola di Cos, guidati dal leggendario Ippocrate, misero a punto una teoria in base alla quale
ogni manifestazione morbosa andava interpretata come una reazione difensiva dell'organismo a
fronte dell'attacco di un agente patogeno. I medici di Cos, naturalmente, ignoravano quali fossero le
componenti del corpo coinvolte in fenomeni come l'infiammazione e la febbre, ma avevano
compreso con lucidità il meccanismo di base di quella che oggi conosciamo come reazione
immunitaria: un aggressore che attacca, un individuo (l'ospite, per usare l'espressione bio-medica
corretta) che si difende. Su questa relazione, al culmine del successo della Scuola di Cos, in pieno
IV secolo a. C., Aristotele avrebbe gettato, sia pure in modo indiretto, una luce potente.
L'individuo, secondo Aristotele, è insieme ciò che è e ciò che diventa. La sua vita, in salute come in
malattia, presuppone un cambiamento continuo che, se rende difficile definire in assoluto la sua
identità e costanza, presuppone tuttavia che vi sia un nocciolo solido e in qualche modo identificabile
che è oggetto e soggetto insieme del cambiamento, giacché quel che diviene almeno in parte deve
"essere già", poiché, se così non fosse, si dovrebbe asserire che ciò che diviene diviene dal nulla, il
che è assurdo e contraddittorio. La medicina greca - tanto quella ippocratica quanto quella non
ippocratica -, possedeva dunque già gli strumenti concettuali dell'immunologia contemporanea:
l'organismo ha un "proprio" (self) che cresce e si modifica difendendosi dal "non proprio" (not-self)
e dispone dei mezzi tanto per prefigurare il "non proprio" quanto per mettere a punto le strategie di
difesa.
Queste riflessioni scaturiscono dalla lettura di un libro indubbiamente stimolante: A. I. Tauber,
L'immunologia dell'io - trad. di A. P. Succi, revisione scientifica e prefazione di Gilberto Corbellini,
Mc Graw Hill, Italia Libri, pp. 328, L. . 44.000. Attraverso una ricostruzione magistrale della storia
della teoria immunologica contemporanea, da Il'ja Il'ic Mecnikov (1845-1916) - lo scopritore della
fagocitosi - a Mc Farlane Burnet a Niels Jerne sino agli ultimi sviluppi teorici, Tauber propone la
seguente tesi: il sistema immunitario è un sistema incentrato sul riconoscimento del self e del not self,
un sistema estremamente sofisticato la cui attività è evidenziabile nei fenomeni che intervengono a
livello molecolare. In quanto tale il sistema immunitario è cognitivo e quello che noi chiamiamo self
ha la stessa natura dell'io quale si evidenzia nell'attività conoscitiva propria del sistema nervoso
centrale.
Tauber si rende ben conto del fatto che l'identificazione del self con l'io va incontro a una duplice
elusività: quella peculiare dell'immunologia, per la quale "l'io immunitario" è poco più di una metafora;
quella tipica della tradizione filosofica occidentale, per la quale il concetto di io, da Cartesio sino alle
ultime dottrine speculative, oscilla costantemente tra l'ipotesi di un'entità preesistente alle operazioni
conoscitive e che, come tale, va presupposta e quella, per contro, di un dato che si costruisce
attraverso il suo processo, nel senso che "ciò che pensa" è inseparabile dalla concreta attività del
pensare. Lo studioso americano non pare tuttavia spaventato da questa elusività e, almeno è questa
l'impressione che si trae dal libro, mette in campo una straordinaria mole di strumenti concettuali
scientifici e filosofici, per fare della teoria immunologica, incentrata sulla dialettica self-not-self, una
vera e propria teoria dell'io.
Si tratta indubbiamente di un'ambizione alta che mette in luce l'inconsaputa vocazione filosofica di
gran parte della bio-medicina contemporanea e che è, d'altra parte, motivata dalla ricerca
incessante, da parte di molti filosofi contemporanei, sul tema dell'identità. Un'ambizione, ripetiamo,
talmente alta da ricordare quella che mosse Kant a fare delle suggestioni derivanti dalla teoria fisica
la base per quelle forme a priori dello spazio e del tempo che sono all'origine della dottrina kantiana
dell'io. Nel procedere in questa difficile impresa, Tauber tuttavia incontra talune difficoltà, sia a livello
di teoria biologica che di speculazione filosofica, che, a nostro parere, sono insormontabili e, in
qualche modo, mortificano o riducono la possibilità di scrivere una storia naturale dell'io che
costituisca il reale supporto biologico delle ipotesi speculative, come del resto ci pare venga
evidenziato dalla lucida e insieme perplessa prefazione di Corbellini. Vediamo subito quali.
Uno dei settori più significativi della ricerca biomedica contemporanea è incentrato sulla relazione,
empiricamente verificabile, tra i due sistemi più importanti dell'organismo, il sistema immunitario e il
sistema neuroendocrino, il primo reattivo, il secondo cognitivo.
Stando alle ricerche degli anni Novanta di taluni studiosi, come Blalock, Ottaviani, Franceschi, negli
animali inferiori, come la Stella maris - il comportamento della quale è all'origine delle indagini di
Mecnikov culminanti nella fagocitosi - Hermissenda, ecc., si evince come in questi organismi esiste
un pool comune di molecole insieme reattive e cognitive, talché, sotto questo aspetto, la reattività e
la cognitività sarebbero la stessa cosa. La genesi di due sistemi distinti, con un differente pool
molecolare che comunque non ne impedisce fenomeni di interazione -come è mostrato dalla stretta
relazione tra stress psicogeni e immunodepressione o immunosoppressione - sarebbe l'esito
dell'evoluzione. Negli animali superiori e in particolare nell'uomo, il rapporto tra cognitività e reattività
si sarebbe comunque mantenuto. Sotto il profilo evolutivo, d'altronde, le cellule nervose non
sarebbero che la speciazione di cellule segnale, cioè reattive. Gli autori di queste ricerche, tuttavia,
non estendono le loro ipotesi sino a investire l'attività conoscitiva propriamente detta. Non lo fanno
per timidezza speculativa, ma per una ragione scientifica profonda. Tra la cognitività e la conoscenza
c'è un nesso forte, ma la seconda ha un carattere ben specifico, la riflessività - pensare è, in
definitiva, pensare di pensare -che rinvia a una proprietà emergente dell'evoluzione, le cui cause e i
cui processi ci paiono, se non andiamo errati, ancora ignoti. Solo un accertamento di questi elementi
potrà autorizzare a disegnare una storia naturale della conoscenza e dunque dell'io.
Insistendo su un comune spirito dei tempi (Zeit-geist) Tauber correla - stabilendo una connessione
talmente forte da somigliare a una vera e propria interazione - le tendenze della scienza biologica
contemporanea, da Darwin a Mecnikov a Mac Farlane Burnet, con quelle della filosofia moderna e
soprattutto post-moderna, da Nietzsche a Husserl a Heidegger a Foucault. L'indagine filosofica di
Tauber è certamente ricca e approfondita, ma ci pare che talune radici della speculatività
contemporanea restino del tutto ignorate. Un esempio significativo è quello di Edmund Husserl, il
fondatore della fenomenologia. E' verissimo che le ricerche di Husserl nascono dalla suggestione in
lui esercitata da Brentano, per il quale l'attività psichica è caratterizzata dalla "direzione verso
l'oggetto" (intenzionalità) prima che questo concretamente appaia. Sotto questo aspetto, il modo di
procedere del primissimo Husserl presenta forti somiglianze con l'approccio di alcuni immunologi, tra
cui lo stesso Tauber, che vedono nel Complesso Maggiore di Istocompatibilità (Mhc, la struttura
genetica che regola l'attività immunitaria) un "io" che anticipa la concreta presenza degli agenti
patogeni (antigeni) prefigurando l'insieme delle risposte specifiche per ciascuno di essi. Ma si tratta, a
ben vedere, di una mera analogia.
Dalla Filosofia dell'aritmetica (1891) al primo libro delle Ricerche logiche (1900), Husserl
procede in una direzione più sofisticata, superando Brentano. L'io non è più solamente quello che
prefigura il mondo prima che questo gli venga incontro, ma anche e soprattutto il "residuo"
ineliminabile che resta quando, attraverso la riduzione fenomenologica, ogni cosa, ivi compresa la
coscienza empirica, viene messa tra parentesi. Ciò che resta è sì l'autore della prefigurazione
dell'universo, ma in termini di categorie logiche e di strutture matematiche. In una parola, a restare è
l'io della matematica e della logica. Un attaccamento costante alla forma matematica, quello di
Husserl, che si mantiene anche nell'ultimo importante scritto, La questione dell'origine della
geometria (1938).
E' quasi certo che la nostalgia di Husserl per un universo geometrico, cui voleva ricondurre lo stesso
mondo dell'esperienza e la stessa psicologia e biologia, abbiano fatto del filosofo il Barone di
Münchausen della filosofia, un cavaliere che volava sull'astrattezza delle sue analisi, come ebbe a dire
Theodor Wiesengrund Adorno nel suo necrologio ("American Journal of Philosophy", 1939);
tuttavia, dalla sua instancabile attività analitica ci viene una lezione che sarebbe imprudente
trascurare.
Esiste la possibilità di una storia naturale dell'io, ma questa è strettamente legata alla necessità di
scriverne una storia formale, una storia che, ricostruendo lo sviluppo del pensiero matematico, veda
il pensiero in generale come l'esito di un'emergenza che costruisce reti, rapporti, modelli in cui viene
incapsulato il mondo. Quella immunitaria è indubbiamente una rete cognitiva, ma è davvero essa
stessa comprensibile senza una modellizzazione matematica? Proprio tenendo conto delle ulteriori
acquisizioni immunologiche, siamo davvero in grado di comprendere l'ipotetico "sé" immunitario
senza la precisa quantificazione dei processi delle molecole immunitarie? |