| Le vie della vita sono infinite | Questo libro di Duris e Gohau è molto di più di una semplice Storia della
biologia. È il racconto della straordinaria avventura che l’uomo ha
intrapreso per comprendere la vita in tutti i suoi aspetti e le sue
manifestazioni, affrontando mille difficoltà in un processo lentissimo e
quanto mai incerto: non è tanto una storia delle scienze della vita quanto
una storia delle ricerche sulla vita, il cui scopo è far sì che il lettore senta
«di star partecipando alle vicende di una scienza nel suo farsi, e non di
star assistendo passivamente a una pomposa rassegna delle tappe di
una scienza già compiuta». Perché questa "scienza", o insieme di
conoscenze, dopo l’accelerazione sorprendente impressagli dal nostro
secolo, è tuttora in grande sviluppo, e deve continuare a mantenere la
propria disponibilità ad imparare dai propri errori e un’attenzione sempre
vigile rispetto ai preconcetti che possono bloccare — com’è spesso
accaduto in passato — interi ambiti di ricerca. Preconcetti o veri e propri
pregiudizi che, nel contempo, sono spesso inevitabili perché
intrinsecamente legati alle grandi visioni filosofiche che hanno
accompagnato le scoperte principali, rendendole possibili. Col senno di
poi possiamo raccontarne la storia, mostrando vincitori e vinti, sapendo
però che da questi ultimi, e dai vicoli ciechi in cui si erano cacciati, che
si possono imparare cose molto interessanti.
Quanto ai vincitori, Duris e Gohau non mancano mai di segnalare a
chiare lettere quando le loro vittorie, a dispetto delle apparenze, non
sono definitive, invitandoci a un sano atteggiamento fallibilista. Il che
significa che il lettore è sempre messo di fronte non solo alla
problematicità delle diverse concezioni o scoperte, ma anche — quando
è necessario, e molto spesso lo è — alla loro straordinaria cogenza.
Essere fallibilisti non significa che "ogni cosa può andar bene" —
secondo lo slogan feyerabendiano, preso pigramente alla lettera da molti
intellettuali italiani. Falsificare una teoria consolidata è un’impresa assai
difficile, e lo è sempre di più mano a mano che le scienze si consolidano
e progrediscono.
Questa Storia, proprio perché assai puntuale e completa, non può che
essere impregnata di filosofia. Le prime cento pagine affrontano la
grande questione della continuità e della discontinuità della natura. La
quale si intreccia con l’opera di classificazione degli esseri viventi
intrapresa da Aristotele, poi ripresa nel Rinascimento (dopo i secoli
medioevali, davvero bui in questo caso, perché assai poco inclini a
guardare il mondo con i propri occhi) e che conduce all’opera di Linneo.
La scelta di raccontare questa vicenda concentrandosi sul concetto di
«insetto» è già di per sé piena di sorprese: per «insetto», infatti, per
moltissimo tempo, si è intesa la quasi totalità del regno vivente («Attorno
al 1830 un entomologo è ancora uno che studia l’80 per cento del regno
animale!). Esaminando meriti e contraddizioni dei grandi classificatori del
’700, e in particolare la disputa se la natuta fa o non fa salti, ci si imbatte
nella spinosa questione sull’esistenza reale delle specie: sono entità
naturali o create dall’uomo per comodità classificatoria? Il concetto di
specie è assai controverso ancora ai giorni nostri, dicono gli autori. «La
discussione si complica con la scoperta di Lamarck e Darwin del fatto
che le specie variano nel tempo, che bisogna passare da un mondo
fisso, creato da Dio seimila anni fa» — nel quale credeva Linneo, che
proprio guidato dalla propria fede religiosa ha intrapreso la sua grande
opera — «a un mondo in continua evoluzione», che non presuppone
alcun creatore e che include definitivamente l’uomo nel regno animale.
Ed è forse proprio in reazione alla radicalità delle nuove "verità"
darwiniane che ancora oggi (nonostante l’accettazione
dell’evoluzionismo da parte del papa) risorgono e prosperano le
anacronistiche idee dei creazionisti.
Questo ci porta a un altro pregio del libro: il grande equilibrio con cui
tratta, ogni volta che se ne presenti l’occasione, il tema dei rapporti tra
scienza e religione. «Il ritorno del creazionismo è lì a ricordarci che la
scienza non è neutra e che assai spesso ha implicazioni filosofiche,
morali e politiche che gli scienziati non possono permettersi il lusso di
ignorare». Inoltre è «una testimonianza di quanto siano ancora fragili la
libertà e l’indipendenza del ricercatore, libertà e indipendenza
conquistate a caro prezzo nel corso degli ultimi secoli. Il divorzio tra
scienza e Chiesa, consumatosi a partire dal processo a Galileo (1633),
per la fisica-matematica e l’astronomia, sarà assai più duro da ottenere
nel campo delle scienze della vita».
Le quali, come mostra la parte centrale del volume, dedicata all’origine e
alla trasmissione della vita, hanno anche impiegato molto più tempo ad
accettare il «metodo sperimentale» che aveva dato enormi frutto nelle
scienze fisiche. Le esperienze concepite a partire dal XVII secolo per
dimostrare la generazione spontanea degli insetti (e dei topi!), e quelle
per negarle, sono il leitmotiv dei tre lunghi capitoli che sfociano nella
nascita della teoria cellulare, attraverso il contestatissimo uso del
microscopio, che poi avrebbe permesso l’esplorazione dei meccanismi
della divisione cellulare e la delucidazione delle basi chimiche
dell’ereditarietà e dunque la nascita di scienze come l’istologia, la
genetica e la biologia molecolare. La terza parte del volume è un viaggio,
ugualmente travagliato, nella scoperta delle funzioni dell’organismo: la
circolazione del sangue, la respirazione, il sistema nervoso, a lungo
percepito come l’unico regolatore delle condizioni dell’ambiente interno,
fino alla scoperta degli ormoni, presenti anche nel cervello da cui si
evincerà la falsità di quell’assunto. E sono proprio gli studi sul cervello,
insieme agli sviluppi dell’ingegneria genetica, i temi più aperti, che
impegneranno sempre di più il dibattito scientifico-filosofico. |