RASSEGNA STAMPA

19 SETTEMBRE 1999
ARMANDO MASSARENTI
Le vie della vita sono infinite
Pascal Duris e Gabriel Gohau, «Storia della biologia», Einaudi, Torino 1999, pagg. 464, L.36.000.
Questo libro di Duris e Gohau è molto di più di una semplice Storia della biologia. È il racconto della straordinaria avventura che l’uomo ha intrapreso per comprendere la vita in tutti i suoi aspetti e le sue manifestazioni, affrontando mille difficoltà in un processo lentissimo e quanto mai incerto: non è tanto una storia delle scienze della vita quanto una storia delle ricerche sulla vita, il cui scopo è far sì che il lettore senta «di star partecipando alle vicende di una scienza nel suo farsi, e non di star assistendo passivamente a una pomposa rassegna delle tappe di una scienza già compiuta». Perché questa "scienza", o insieme di conoscenze, dopo l’accelerazione sorprendente impressagli dal nostro secolo, è tuttora in grande sviluppo, e deve continuare a mantenere la propria disponibilità ad imparare dai propri errori e un’attenzione sempre vigile rispetto ai preconcetti che possono bloccare — com’è spesso accaduto in passato — interi ambiti di ricerca. Preconcetti o veri e propri pregiudizi che, nel contempo, sono spesso inevitabili perché intrinsecamente legati alle grandi visioni filosofiche che hanno accompagnato le scoperte principali, rendendole possibili. Col senno di poi possiamo raccontarne la storia, mostrando vincitori e vinti, sapendo però che da questi ultimi, e dai vicoli ciechi in cui si erano cacciati, che si possono imparare cose molto interessanti.
Quanto ai vincitori, Duris e Gohau non mancano mai di segnalare a chiare lettere quando le loro vittorie, a dispetto delle apparenze, non sono definitive, invitandoci a un sano atteggiamento fallibilista. Il che significa che il lettore è sempre messo di fronte non solo alla problematicità delle diverse concezioni o scoperte, ma anche — quando è necessario, e molto spesso lo è — alla loro straordinaria cogenza.
Essere fallibilisti non significa che "ogni cosa può andar bene" — secondo lo slogan feyerabendiano, preso pigramente alla lettera da molti intellettuali italiani. Falsificare una teoria consolidata è un’impresa assai difficile, e lo è sempre di più mano a mano che le scienze si consolidano e progrediscono.
Questa Storia, proprio perché assai puntuale e completa, non può che essere impregnata di filosofia. Le prime cento pagine affrontano la grande questione della continuità e della discontinuità della natura. La quale si intreccia con l’opera di classificazione degli esseri viventi intrapresa da Aristotele, poi ripresa nel Rinascimento (dopo i secoli medioevali, davvero bui in questo caso, perché assai poco inclini a guardare il mondo con i propri occhi) e che conduce all’opera di Linneo.
La scelta di raccontare questa vicenda concentrandosi sul concetto di «insetto» è già di per sé piena di sorprese: per «insetto», infatti, per moltissimo tempo, si è intesa la quasi totalità del regno vivente («Attorno al 1830 un entomologo è ancora uno che studia l’80 per cento del regno animale!). Esaminando meriti e contraddizioni dei grandi classificatori del ’700, e in particolare la disputa se la natuta fa o non fa salti, ci si imbatte nella spinosa questione sull’esistenza reale delle specie: sono entità naturali o create dall’uomo per comodità classificatoria? Il concetto di specie è assai controverso ancora ai giorni nostri, dicono gli autori. «La discussione si complica con la scoperta di Lamarck e Darwin del fatto che le specie variano nel tempo, che bisogna passare da un mondo fisso, creato da Dio seimila anni fa» — nel quale credeva Linneo, che proprio guidato dalla propria fede religiosa ha intrapreso la sua grande opera — «a un mondo in continua evoluzione», che non presuppone alcun creatore e che include definitivamente l’uomo nel regno animale.
Ed è forse proprio in reazione alla radicalità delle nuove "verità" darwiniane che ancora oggi (nonostante l’accettazione dell’evoluzionismo da parte del papa) risorgono e prosperano le anacronistiche idee dei creazionisti.
Questo ci porta a un altro pregio del libro: il grande equilibrio con cui tratta, ogni volta che se ne presenti l’occasione, il tema dei rapporti tra scienza e religione. «Il ritorno del creazionismo è lì a ricordarci che la scienza non è neutra e che assai spesso ha implicazioni filosofiche, morali e politiche che gli scienziati non possono permettersi il lusso di ignorare». Inoltre è «una testimonianza di quanto siano ancora fragili la libertà e l’indipendenza del ricercatore, libertà e indipendenza conquistate a caro prezzo nel corso degli ultimi secoli. Il divorzio tra scienza e Chiesa, consumatosi a partire dal processo a Galileo (1633), per la fisica-matematica e l’astronomia, sarà assai più duro da ottenere nel campo delle scienze della vita».
Le quali, come mostra la parte centrale del volume, dedicata all’origine e alla trasmissione della vita, hanno anche impiegato molto più tempo ad accettare il «metodo sperimentale» che aveva dato enormi frutto nelle scienze fisiche. Le esperienze concepite a partire dal XVII secolo per dimostrare la generazione spontanea degli insetti (e dei topi!), e quelle per negarle, sono il leitmotiv dei tre lunghi capitoli che sfociano nella nascita della teoria cellulare, attraverso il contestatissimo uso del microscopio, che poi avrebbe permesso l’esplorazione dei meccanismi della divisione cellulare e la delucidazione delle basi chimiche dell’ereditarietà e dunque la nascita di scienze come l’istologia, la genetica e la biologia molecolare. La terza parte del volume è un viaggio, ugualmente travagliato, nella scoperta delle funzioni dell’organismo: la circolazione del sangue, la respirazione, il sistema nervoso, a lungo percepito come l’unico regolatore delle condizioni dell’ambiente interno, fino alla scoperta degli ormoni, presenti anche nel cervello da cui si evincerà la falsità di quell’assunto. E sono proprio gli studi sul cervello, insieme agli sviluppi dell’ingegneria genetica, i temi più aperti, che impegneranno sempre di più il dibattito scientifico-filosofico.
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