Geni e conoscenza, c'è armonia| Non convince la tesi sulla coevoluzione di Wilson, il padre della sociobiologia |
|
| Edward 0. Wilson, "L'armonia meravigliosa. Dalla biologia alla religione, la nuova unità della conoscenza", Mondadori, Milano, 1999, pagg. 370, L. 34.000. | Un'équipe di consulenti degna di un'enciclopedia non è riuscita a evitare che l'edizione italiana dell'ultimo libro di Wilson incorresse in almeno due discutibili scelte di traduzione-interpretazione, peraltro non secondarie, dato che interessano proprio il significato del termine consilience, e quindi il titolo stesso. Come si può evincere dal capitolo in cui l'autore richiama esplicitamente la "consilience of inductions" di Whewell, esso non significa "coincidenza", cioè corrispondenza o correlazione incidentale, ma piuttosto "convergenza esplicativa" (con questa accezione lo utilizza per esempio l'epistemologo Paul Thagard). Si tratta del rafforzarsi di un modello esplicativo per il convergere di approcci empirici condotti in ambiti disciplinari differenti. In tal senso, anche l'idea di intitolare il libro L'armonia meravigliosa, quasi in stile New Age, è quantomeno dissonante con i contenuti, che prefigurano la possibilità dì fare piazza pulita delle pseudodottrine sociologiche, estetiche, etiche e religiose che non convergono con una spiegazione biologica dell'agire umano. Ricordando anche come era stato intitolato da Mondadori il libro di Stephen Jay Gould (Gli alberi non crescono in cielo), c'è da chiedersi attraverso quali contorti ragionamenti vengano decisi questi titoli.
Per chi abbia seguito gli sviluppi del pensiero di Wilson, dai fondamentali studi naturalisticì e sperimentali sulle società degli insetti alla sociobiologia, dal modello della coevoluzione gene-cultura alla proposta della "biofilia" come principio di un'etica della conservazione ambientale, è difficile riconoscere qualche originalità in quest'ultima impresa. Il che non vuol dire che il libro non contenga spunti interessanti. Questi sono però limitati al quadro per così dire storico-epistemologìco in cui l'autore, nei primi capitoli, colloca l'idea della consilience. Per esempio, il richiamo alla tradizione illuministica, in particolare a Condorcet con la sua idea di applicare i metodi matematici alle scienze sociali, e al progetto neopositivista di una concezione unificata della scienza - rispetto a cui Wilson sostiene che esso non si realizzò perché non si sapeva ancora abbastanza su come funziona il cervello. Ma quando si va a leggere il capitolo sulla mente ci si trova di fronte a una compilazione di acquisizioni empiriche e di alcune teorie che non sì integrano in modo del tutto convincente (almeno secondo chi scrive,) con il suo modello della coevoluzione gene-cultura, che rappresenta poi il fulcro su cui fa leva il progetto wilsoniano di spiegare biologicamente la cultura.
In questo senso, Wilson non è riuscito a risolvere i problemi che la sua impresa socio-biologica aveva manifestato nel libro pubblicato nel 1981 insieme al fisico teorico canadese Charles Lamdsen, Genes, Mind ad Culture, The Coevolutionary Process (in italiano è stata tradotta la versione divulgativa da Mondadori, Il fuoco di Prometeo). In quel denso lavoro veniva appunto
avanzata la teoria della coevoluzione gene-cultura, per cui l'acquisizione della cultura avverrebbe attraverso il funzionamento di "regole epigenetiche", codificate da geni, che si caratterizzerebbero come "regolarità della percezione sensoriale e dello sviluppo mentale". Data la variabilità delle regole epigenetiche, la loro diversa efficacia funzionale porterebbe alla selezione dei geni codificanti e quindi alla modificazione adattativa anche in tempi relativamente brevi delle stesse regole epigenetiche (in questo modo cambierebbe anche "la direzione e l'efficacia dei canali dell'acquisizione culturale").
In quasi vent'anni non sono però venute indicazioni convincenti da parte di Wilson su quali siano i principi funzionali che caratterizzerebbero queste regole epigenetiche. Le sue riflessioni continuano a girare intorno al classico concetto neodarwiniano della "norma di reazione", cioè al fenomeno per cui un determinato genotipo può produrre fenotipi differenti a seconda delle situazioni ambientali, e flirtano con l'improbabile ipotesi avanzata da Dawkins che i prodotti culturali funzionino come dei "memi", cioè delle unità di trasmissione che si replicano utilizzando le menti umane. In realtà, la fisiologia dello sviluppo ha identificato diversi meccanismi funzionari che spiegano la plasticità comportamentale dei fenotipi, rispetto ai quali la funzione dei geni è lungi dall'essere quella rigidamente assunta da Wilson. Piuttosto si deve riconoscere che, per quanto riguarda le funzioni complesse, il ruolo svolto dai geni, la cui attività è comunque controllata dal contesto di espressione, è quella di stabilire delle condizioni di contorno tali per cui diventa possibile produrre una risposta adattativa in modi alquanto diversi. Questo significa che probabilmente non ha alcun senso aspettarsi di trovare delle correlazione univoche tra fenotipi culturali e geni. I capitoli dedicati alla convergenza esplicativa nell'ambito delle
scienze sociali, dell'arte, dell'etica e delle religioni rappresentano altrettante rassegne di teorie sociologiche, economiche, estetiche ed antropologiche analizzate alla luce della teoria della coevoluzione gene-cultura.
Indubbiamente interessante è il capitolo, sull'etica e la religione, in cui il fondatore della sociobiologia tiene conto delle critiche che erano state mosse alle tesi che egli aveva sostenuto oltre vent'anni fa in On the human nature. Per esempio, per quanto riguarda l'origine e la funzione della religione, sembra rimasto convinto dell'impostazione che al problema ha dato Walter Burkert in Creation of the Sacred. Tracks of Biology in Early Religions recensito sul Domenicale del 5 ottobre 1997).
Ma Wilson ha sempre avuto un debole soprattutto per l'etica,, che considera troppo importante per essere lasciata nelle mani dei filosofi. Egli ritiene che il dibattito filosofico si caratterizzi in modo del tutto astratto e spesso privo di
senso, se solo ci si ferma a pensare che gli agenti morali di cui si parla sono organismi biologici. Convincente è la sua difesa della posizione empirista contro quella trascendentalista, e la tesi che i precetti etici sono dei fatti in quanto sono prodotti da cervelli, nonché l'idea che si debba intensificare lo studio dello sviluppo neuropsicologico del senso morale, e promuovere le indagini antropologiche ed evolutive sui sistemi etici se si vuole comprendere come si strutturano i sentimenti morali e si selezionano i valori etici. Il problema è che Wilson continua ad aspettarsi che dallo studio dei legami tra regole epigenetiche e geni emerga una base genetica non solo per la predisposizione ad agire moralmente, ma anche per i contenuti dei sistemi etici. E che si possano quindi anche creare le condizioni per l'affermarsi nella società di un'etica della conservazione ambientale in grado di rispondere efficacemente alle crisi ecologiche del pianeta e ispirata al valore irrinunciabile della biodiversità (a questo proposito è stato appena ristampato con il titolo Biodiversità, da Sansoni-Rcs, La diversità della vita, uscito da Rizzoli nel 1993 e che Wilson aveva pubblicato negli Usa l'anno precedente).
Questa aspettativa è verosimilmente infondata, per le ragioni dette sopra, che sono particolarmente valide nel caso di comportamenti umani così complessi come quelli implicati nelle scelte etiche e nelle loro giustificazioni. In altri termini, data la plasticità del comportamento umano non è ragionevole supporre che dalle conoscenze biologiche possano venire spiegazioni o giustificazioni di scelte particolari. Mentre è più che sensato applicare argomenti evoluzionistici per spiegare l'utilizzo o l'abbandono di particolari norme etiche, nonché per riconoscere quanto c'è di valido e di sbagliato nelle teorie etiche.
Detto questo, cioè che Consilience non è l'opera più significativa di Wilson, per i suoi studi mirmecologici e sulle basi biologiche dell'altruismo egli rimane uno dei più importanti biologi di questo secolo. Le sfide lanciate dalla socio-biologia hanno contribuito in modo cruciale allo sviluppo quantitativo e qualitativo della riflessione epistemologica e filosofica sulla biologia. Per rendersene conto, anche solo a livello divulgativo, basta riprendere in mano Formiche (Adelphi), Sulla natura umana (Zanichelli) e Le società degli insetti (Einaudi). |