|
"Alla ricerca di un nuovo patriottismo |
|
RUSCONI E IL SUO RECUPERO DI UNA RELIGIONE CIVILE |
|
G. E. Rusconi, "Possiamo fare a meno di una religione civile", Laterza, pag. 134, lire 24.000 |
Patriottismo, religione civile, repubblicanesimo: sono tutte parole che in Italia sono state viste per molti anni con un certo fastidio. Poi, più di recente, sono entrate nel lessico di intellettuali e politici: sia gli uni sia gli altri si sono preoccupati di rintracciare le ragioni, le radici che tengono insieme questo paese, che ne costituiscono il principio identitario.
Gian Enrico Rusconi, sociologo e editorialista della "Stampa", sull'argomento ha scritto un saggio dove, sin dal titolo, si pone l'interrogativo di fondo: Possiamo fare a meno di una Religione civile? Un volume non semplice, a tratti specialistico, pubblicato da Laterza (134 pagine, lire 24.000).
|
Rusconi, perché dopo tanti anni in cui si preferiva non parlare di religione civile, di patria da un po' di tempo questi concetti sono tornati così prepotentemente alla ribalta? In realtà prima che di religione civile si è iniziato a discutere della parola patria. Un termine usurato purtroppo dal pessimo uso e abuso che ne fece il fascismo. Si cominciò a riparlarne intorno al 1991. E sarebbe sciocco tacere che questa riflessione nacque come risposta indiretta al leghismo. E, per altre ragioni, fu anche una risposta all'idea di Europa. Un Europa di cui non comprendevamo bene contorni e contenuti. Questi due temi, accanto ad altri più generali come la giobalizzazione, hanno costretto a riscoprire un elemento unificante sul piano storico. Ed è così che è riapparsa la parola patria, un tempo persino imbarazzante per la sinistra". |
Un "repechage"?
|
"No. Non è un ritorno indietro ai sacri valori del passato. Sono, anzi, i problemi della modernità, la democrazia stessa che richiedono un elemento identitario unificante". |
Il primo concetto riemerso è quello di patria, poi a seguire sono arrivati religione civile e repubblicanesimo. Che cosa sono per lei?
|
"Sono due concetti gemellati, per me importantissimi. Il repubblicanesimo è il tentativo di dare un contenuto democratico inequivoco all'idea di patria. Di far nascere un patriottismo repubblicano. L'identità si deve basare sulla Repubblica, nel senso latino della res publica (cosa pubblica). Le radici vanno cercate, riscoperte, non predicate. Per questo il patriottismo repubblicano non somiglia a quel patriottismo tradizionale, ottocentesco, per molti versi istintivo, quasi spontaneo. E' un concetto ricostruito. Questa ricostruzione, alla quale noi tutti ci dobbiamo applicare, deve fare i conti con l'oggi. Prima di tutto deve misurarsi con la democrazia che abbiamo oggi, sapendo che mai siamo stati democratici come lo siamo ora. I concetti di repubblicanesimo e di religione civile, così ricostruiti, mi sembrano in grado di rispondere meglio ai nostri bisogni della stessa idea di patria. Anche perché ci ancorano alla nostra migliore tradizione: penso prima di tutto a Machiavelli e a Mazzini. Mi lasci fare una piccola polemica con certi miei colleghi che piangono su se stessi perché l'Italia non c'è, perché non c'è una religione civile; questo è assolutamente vero, ma invece di lamentarci costruiamola questa Italia". |
Nel parlare di religione civile lei dà molti riconoscimenti alla Chiesa Cattolica. E' così? Non le sembra di esagerare?
|
"Ci sono stati degli episodi molto importanti nella storia recente che scandiscono il comportamento della Chiesa. Ne cito tre nel mio libro: gli atti e le parole di Paolo IV nella vicenda Moro che codificano la difesa dello Stato contro il terrorismo, la presa di posizione dei vescovi a favore dell'unità nazionale, il convolgimento di tanti sacerdoti nella lotta alla mafia. Sono tutti e tre esempi di religione civile. Sono modi per superare l'alterità fra Stato laico e nazione italiana, presuntivamente cristiana. Il riconoscimento della funzione civile e religiosa della Chiesa da me fatto, è stato però frainteso. Non si trattava di attribuire particolari meriti ai cattolici, loro infatti per essere buoni cittadini devono fare queste cose. La Repubblica è laica, nel senso che è basata sulla cittadinanza comune, sul rispetto degli altri, e i cattolici vi entrano, vengono sul suo terreno comportandosi con quei comportamenti che ho citato. E' il modo in cui i cattolici diventano cittadini e si collocano nel sistema dei vincoli reciproci che il repubblicanesimo richiede. Vincoli che riguardano sia i laici che i cattolici". |
Lei indica due paesi, gli Usa e la Francia, come paesi animati da una profonda religione civile. In che cosa l'Italia differisce da loro?
|
"La presenza e il radicamento nel nostro paese della Chiesa cattolica ha impedito la nascita di una delle due tipologie più classiche di religione civile. Da una parte è impossibile per un qualsiasi politico italiano rivolgersi a Dio o parlare di Dio come fa tranquillamente un presidente americano. Pensi al modo di esprimersi di Clinton. Se si fosse espresso così Scalfaro sarebbe stato sospettato di integralismo cattolico. Se lo facesse D'Alema suonerebbe come un attacco di servilismo. D'altra parte da noi non è nata nemmeno quella religione civile di stampo francese, tutta laica e basata sullo Stato, perché la Chiesa è pur sempre presente in Italia. La Dc trovò un suo equilibrio. Oggi dobbiamo scoprire una nuova religione civile differente sia dal modello americano che da quello francese". |
Nel suo libro cita due importanti categorie: quella di interesse nazionale e quella di ingerenza umanitaria. Se ne è parlato a lungo per il Kosovo e, prima ancora, per l'intervento italiano in Albania. Ritiene che questi due fatti abbiano dato una mano a ricostruire un'identità nazionale comune?
|
"Penso di sì anche se è difficile dare giudizi su fatti così vicini. Crede però che a livello di opinione pubblica informata questi due concetti non siano vissuti in modo antagonistico. Nel senso che è un interesse anche nostro che i vicini abbiano un ambiente economico, politico e civile migliore. L'intervenire non esprime in questo caso una volontà aggressiva. L'idea dell'ingerenza, dell'includere è positiva e questi valori non sono in antagonismo con l'interesse nazionale". |
Nell'ultima parte del suo libro lei affronta il tema della storia comune. Della necessità che l'Italia ha di non vivere una memoria contrapposta. Come si risolve questo problema?
|
"Forse non è più così. La storiografia ormai ha fatto molti passi avanti. Prenda lo studio della Resistenza: le posizioni più estreme sono scomparse e sono emersi alcuni grandi filoni comuni. Che la Resistenza, ad esempio, sia stata anche una guerra civile è concetto ormai ampiamente condiviso fra gli storici. Che tra fascismo e antifascismo sia esistita una vasta zona grigia è scientificamente acclarato. E potrei continuare. Forse si può dire che queste acquisizioni del mondo della ricerca non sono ancora diventate cultura politica diffusa. Una volta la cultura politica la facevano i grandi partiti, la crisi di questi dà una sensazione di dispersione, di incapacità di sintesi. Dobbiamo impegnarci noi a costruirla, sapendo che non ce la regalerà nessuno". |
Come facciamo a costruirla?
|
"Il primo passo è quello di smettere le lamentele sull'Italia che non c'è, cominciando a lavorare per un cambiamento reale. Dobbiamo darci da fare noi tutti: non amo la retorica della società civile, ma penso che dovrebbe muoversi intorno a questo progetto l'intera società civile. Se non lo faremo, sarà peggio per noi. Staremo in Europa con un ruolo marginale". |
|
vedi anche |
|