In tedesco, Abendland significa "Terra della sera": "Terra del tramonto". Noi diciamo:
"Occidente", e l'Occidente è appunto l'occaso, il luogo dove il Sole cade nella notte, rendendosi
invisibile. Heidegger ha sempre sostenuto che l'Occidente è, nel senso più essenziale, la Terra del
tramonto e dell'errare. Vi tramonta il fondamento di ogni opera umana e divina, della terra e cielo, e
dunque della stessa totalità degli enti. Tale fondamento è il senso autentico dell'"essere",
intravisto dai primissimi pensatori greci e subito dimenticato.
Non è mai stato facile stabilire in che senso per Heidegger l'Occidente sia un "errore", anzi l'"errore" - in che senso, ad esempio, sia "errore" il cristianesimo, la scienza moderna, il
nazionalsocialismo. Il corso universitario da lui tenuto a Friburgo nel 1942-'43 - pubblicato nel 1982
col titolo Parmenide e ora in edizione italiana (edizioni Adelphi, a cura di F. Volpi, traduzione di G. Gurisatti) - offre importanti chiarimenti. Nonostante il titolo, il libro è una delle presentazioni più
chiare, oltre che suggestive, che il filosofo tedesco abbia offerto del proprio pensiero nel suo
insieme.
L'"essere", per Heidegger, non è nessuno degli enti; non è nemmeno quel Super-ente che è il Dio
dalla tradizione occidentale. È invece ciò che si manifesta nel "disvelamento". Nell'antica lingua
greca è presente la parola alétheia, che viene solitamente tradotta con la parola "verità", ma la cui
traduzione più appropriata, e anche più letterale, è appunto "dis-velamento" (dove il prefisso "dis"
corrisponde all'alfa privativo di a-létheia). Per i Greci la "verità" è un trar fuori dal "velamento",
ossia dalla léthe - dalla latenza. Il "disvelamento" non un atto umano. Heidegger lo interpreta
come una luce che sorge dall'oscurità (a cui è quindi essenzialmente unita) e che illumina le cose;
e aggiunge, spintovi dal senso greco di quella parola, che tale luce, ancor prima di illuminare le
cose, quindi indipendentemente da esse, apre una "radura" luminosa che non è costituita da
alcun ente e non rappresenta alcun ente, ma è, appunto, l'"essere" di ogni ente.
Per i primi pensatori greci la verità non padroneggia dunque e non domina gli enti, ma, disvelandoli,
li "lascia essere" nella luce. La volontà di potenza appartiene al tramonto del senso greco
originario dell'"essere". Qui non si tratta di mettere in rilievo la profonda arbitrarietà di questa
interpretazione, ma di richiamare l'attenzione sulla chiarezza con cui in queste pagine Heidegger
mostra il legame che unisce il velamento dell'"essere", alla volontà di potenza, al nuovo senso
della verità, affermato dal mondo "romano-cristiano", e all'errore - il legame che porta al tramonto
la grecità originaria e da cui sarà guidata l'intera storia dell'Occidente.
Ancora una volta è fondamentale, nel discorso di Heidegger, l'analisi del linguaggio. Noi diciamo
"verità"; la lingua tedesca dice Wahrheit; entrambe provengono dal latino verum; e tutte queste
parole risalgono alla radice indogermanica ver, che indica lo sbarramento, la barriera contro ciò che
è ostile, e insieme la barriera che ripara, chiude, e dunque copre e nasconde. Ecco lo
stravolgimento essenziale: il verum "romano" è proprio ciò che i Greci chiamano il velamento, il
latente, ossia, il non vero! La barriera, poi, è affidabile solo se resta al proprio posto, cioè resta in
piedi, stabile, eretta, senza cadere (tutti significati, anche questi, contenuti nella radice ver), sì che
il verum "romano-cristiano" è "ciò che sta saldamente diritto", domina l'uomo e le cose. Esso è
volontà di potenza, "comando" ("Il comandare in quanto fondamento essenziale del potere implica
"l'essere al di sopra"").
Heidegger trascura anche questa volta che lo stare saldamente diritto è il significato più proprio di
ciò che i Greci chiamano sin dall'inizio epistéme e che noi traduciamo impropriamente con la
parola "scienza"; ma intanto egli può affermare che nel mondo "romano", "imperiale", "curiale",
"cristiano" il senso autentico della verità come "disvelamento" è andato perduto. Quando Cristo
dice: "Io sono la via, la verità, la vita", in queste parole, di greco è rimasta ormai soltanto la lettera.
La romanità stabilisce il volto del cristianesimo e l'imperium statale diventa "l'imperium"
ecclesiastico, cioè il sacerdotium ("L'"imperiale" viene ad assumere la forma del curiale della curia
del Papa romano, il cui potere si fonda anch'esso sul comando"). Mentre gli déi greci sono il
risplendere di enti, anzi sono "l'essere stesso che guarda entro l'ente", e non sono "persone"
(come la psyche greca non è l'"anima" cristiana), invece il "Dio creatore e redentore...
padroneggia e calcola ogni ente".
Anche la scienza moderna è per Heidegger "un padroneggiamento conoscitivo" dell'ente, che non
ha più nulla a che vedere con il "disvelamento" dell'"essere". Nella storia dell'Occidente anche la
politica - che nella polis greca è il luogo stesso del "disvelamento" - viene ad essere concepita in
modo romano. Sebbene Heidegger non lo dica esplicitamente, anche il nazionalsocialismo è
dunque (come Simone Weil aveva sostenuto) nella sfera della romanità. La veritas è il velamento
dell'"essere", la dimenticanza e il tramonto del senso autentico della verità. Questo velamento è la
radice dell'errore: "La dimenticanza dell'essere... induce in errore la storia dell'umanità".
Un discorso chiaro, dunque, che giudica negativamente quella storia - e quindi anche il
cristianesimo. Ma perché, allora, proprio in quegli anni Heidegger scriveva che il suo pensiero
lasciava impregiudicati i problemi dell'esistenza di Dio e dell'immortalità dell'anima, che il
cristianesimo risolve positivamente? |