E' Leopardi il filosofo del futuroEMANUELE SEVERINO RIFLETTE SUL III VOLUME DELLO ZIBALDONE Un'analisi delle principali correnti del pensiero del secolo presentare entro un'ipotesi teorica originale ma poco convincente Il vero male non è il non sapere ma il sapere. La verità fa orrore |
| La casa editrice Donzelli ha da poco mandato in libreria il terzo volume dell'edizione tematica dello Zibaldone di Giacomo Leopardi, curata da Fabiana Cacciapuoti e con una prefazione di Antonio Prete ( pp. LXXXIV - 378, lire 42.000 ). Sono già stati pubblicai il Trattato delle passioni e il Manuale di filosofia pratica. Dunque, la filosofia, con questo nuovo volume, entra con vigore nella riflessione del pensatore di Recanati. Un volume nel quale è depositata, come lo stesso Leopardi ebbe a dire, la sua metafisica. Un po' l'opera della sua vita, insomma, in cui si riflette dell'essere e del divenire, dell'apparire e del nulla, della poesia e dei suoi rapporti con la filosofia, delle cose ultime e della natura. E degli effetti che la civiltà della tecnica produce sulla nostra inquieta e vacillante esistenza. Ne ho approfittato per fare con il professor Emanuele Severino un lungo giro d'orizzonte su Leopardi e la cultura contemporanea.
| Professor Severino, prima di dedicarsi a Leopardi, lei nel 1989 si è occupato di Eschilo. Come Eschilo, anche Leopardi, prima di essere un grande poeta - lei ha scritto - è innanzitutto il più grande pensatore dell'Occidente: qua è la grandezza del suo pensiero? |
",Oggi molti sono disposti a riconoscere che Leopardi è un grande pensatore. Tutto però resta come prima se si ignora in che consista la grandezza del suo pensiero. I miei libri, come anche lei ha ricordato, prestano una particolare attenzione a Eschilo e Leopardi. Ma non intendono riproporre la tesi romantica che l'autentica sapienza filosofica debba porre al di sopra di sé la poesia. Anche perché una poesia incoronata dalla filosofia riceve da quest'ultima il proprio fondamento e la propria dignità".
| Eschilo e Leopardi hanno stabilito un rapporto essenziale con la poesia. Ma il loro contributo alla cultura occidentale non si esaurisce qui. |
"Certo che no, perché essi hanno anche stabilito un rapporto ancora più essenziale col pensiero filosofico. Sul piano storico, la grandezza di un pensiero sta nella sua capacità di guidare un'epoca intera. Il pensiero di Eschilo guida, insieme a quello di pochi altri, l'intera tradizione dell'Occidente. Quello di Leopardi è destinato a guidare la nostra epoca e il suo sviluppo fino al culmine della civiltà della tecnica".
| E qua è il pensiero che quasi ossessiona, direi, questi due architravi della civiltà
occidentale? |
"Essi pensano la vita. l'intreccio e l'alternanza di dolore e piacere, di angoscia e felicità, in cui la vita consiste: la presenza dell'orrore tra le cose che l'uomo desidera; l'annientamento del piacere, della felicità, della vita stessa. Che questo sia ciò che dev'essere soprattutto pensato è la convinzione dei primi pensatori greci e quindi di Eschilo".
| Ma si può dire che Leopardi rovescia la tradizione del sapere che ha inizio con Eschilo. E' forse qui la sua grandezza? |
" Egli pensa l'opposto della tradizione, non c'è dubbio. Quando afferma che l'unico bene è il vero sapere - l'episteme - e l'unico male è il non sapere, Socrate si muove all'interno della tradizione di Eschilo. Leopardi mostra la necessità di affermare che l'unico bene è il non sapere, il non conoscere la verità, e che l'unico male è la verità, l'episteme. La verità è orrenda: non esiste alcuna salvezza dal nulla. Ogni salvezza divina è impossibile. Leopardi apre la strada all'intero pensiero contemporaneo. Se non si scorge che quest'ultimo è la distruzione necessaria, inevitabile, del mondo costruito dalla tradizione occidentale - e dunque dell'intero passato del Pianeta - non si capisce nulla della grandezza del pensiero di Leopardi".
| E il mondo costruito dalla tradizione occidentale è solidamente piantato sulla scienza: in quali termini, professore, Leopardi dialoga con la scienza moderna, con la tecnica e con la loro radice matematica? |
" Egli scorge il carattere matematico-filosofico-scientifico della ragione che è il culmine da esso raggiunto nella ragione moderna. E scorge la radice essenziale del pensiero matematico: la matematica è "analisi": "misura, definisce e circoscrive". Ma non altera le cose: le vede nella loro verità, cioè nel loro esser finite La loro esistenza è misurabile, definita, circoscritta perché è circondata e penetrata dai nulla. La ragione vede il nulla delle cose".
| La felicità e il piacere, invece, non vogliono che nella vita ci sia misura e definizione. Insomma, non vogliono che le cose siano preda e figlie del nulla, è così? |
"Sì è così. Nel 1820 Leopardi ha scritto che "la matematica è contraria al piacere". Proprio per questo ogni piacere e ogni felicità è illusione. Ma Leopardi non si rende ancora conto che il carattere matematico della ragione moderna è un emissario del nulla. Egli crede che sia lo strumento che consentirebbe all'uomo la suprema e ambigua potenza della tecnica. Scrive Leopardi: "Nell'età delle macchine - dove non gli uomini ma le macchine, si può dire, trattano le cose umane e fanno le cose della vita"- la tecnica è l'illusione che prende il posto dell'illusione di Dio".
| Ma l'uomo non può costruire alcun rimedio contro il nulla da cui è circondato: è per questo, professore, che la tecnica è anch'essa destinata a svanire? |
"Indubbiamente. Il pensiero di Leopardi, come dicevamo prima, è ormai il pensiero di fondo del nostro tempo. Ma il nostro tempo tenta di mascherare ciò in cui crede: meglio questo poco che abbiamo, piuttosto che il nulla. Ma il poco che abbiamo è vivibile solo se allontana da sé la visione del nulla. E l'emancipazione della ragione moderna rende sempre più difficile l'ottenebramento che dovrebbe renderci felici".
| Non la tecnica, ma neanche la poesia può renderci felici. Nei due suoi libri su Leopardi e in quello su Eschilo lei intreccia una affascinante relazione tra poesia e tecnica: apparentemente, due dimensioni distanti, se non opposte.. |
"No, non è così, ha ragione. Leopardi tiene fermo il senso originario della parola "poesia". Nella lingua greca poiesis (da cui poesia) significa "produzione". Nella filosofia greca - e una volta per tutte - la produzione è la potenza che conduce al di fuori del "non essere", ossia al di fuori del nulla. Platone dice che ogni techne (tecnica) è poiesis. Poesia e tecnica stanno in una vicinanza essenziale. Leopardi non lo sottolinea, ma mostra che dopo l'inevitabile fallimento della tecnica, la poesia è l'ultimo rimedio, l' "ultimo quasi rifugio della natura"".
| Quel "quasi" è a suo modo rivelativo. Sembra che nel pensiero di Leopardi non ci sia più alcuna speranza per poter sperare ancora. Tuttavia, come lei ha più volte scritto rovesciando un incrostato luogo comune, tutto ciò non c'entra nulla col pessimismo. Le confesso che leggendo soprattutto il suo ultimo libro su Leopardi, questa tesi mi è parsa una delle più suggestive. |
"Il pessimismo - come l'ottimismo - è un giudizio di valore, un modo di sentire. In definitiva, una scelta che non ha nulla a che vedere con la forma di incontrovertibilità e di necessità in cui si muove il pensiero di Leopardi. I Greci evocano un senso inaudito della vita, che resta al fondamento della storia dell'Occidente: la vita, come sporgenza provvisoria del nulla. Su questo fondamento, la negazione, da parte del pensiero di Leopardi, di ogni autentica salvezza dal nulla non è pessimismo, ma è qualcosa di incontrovertibile e di necessario".
| Proviamo a dirlo in un altro modo, professore: se di pessimismo si vuol parlare, pessimismo è allora il fondamento stesso della civiltà occidentale. Cioè, la fede nel senso che i Greci hanno attribuito al divenire della vita: ho riassunto bene, professor Severino, il suo ragionamento? |
" Sì, è così. M a allora su questo pessimismo essenziale, che l'Occidente (Aristotele, come Leopardi, come Einstein ) considera come la suprema evidenza, si fondano tutti gli ottimismi della nostra civiltà: quello cristiano, illuministico, tecnologico. E il pensiero di Leopardi non è più pessimista di questi ottimismi, ma è la forma più rigorosa in cui si presenta la fede greca nel divenire della vita".
| E' dunque per questo che la filosofia di Leopardi, secondo lei, è destinata a diventare la filosofia dell'Occidente e dell'intero pianeta? |
"Sì, è a questo punto che comincia la questione decisiva. Quale verità possiede la convinzione che la vita sia una oscillazione che porta dal nulla al nulla? Questo è il problema più alto e profondo a cui l'uomo possa rivolgersi".
| Ecco perché, come lei più volte ha scritto, l'essenza autentica del nichilismo non ha nulla a che vedere col nichilismo di cui parla la nostra cultura. |
"Infatti, l'essenza del nichilismo è proprio quella fede nel senso greco-occidentale del divenire che viene considerato come l'evidenza suprema e indiscutibile. Qui si può comprendere perché Eschilo e Leopardi sono i sommi maestri del nichilismo".
| Vorrei concludere la nostra conversazione, professor Severino, parlando della Ginestra, dunque dei temi più legati alla politica. Oggi si parla del tramonto dell'agire politico sancito proprio dalla tecnica: in che senso Leopardi può aiutarci ad interpretare quello che sta avvenendo nella politica occidentale contemporanea? |
"Nella Ginestra Leopardi guarda verso la fine dell'età della tecnica, quando giungono al tramonto le "superbe fole" della tradizione occidentale e gli uomini arrivano a comprendere la nullità della vita - cioè l'"empia natura", la forza annientatrice del divenire - e l'assurdità del loro combattersi. In quanto la politica presuppone la lotta tra gli uomini, Leopardi guarda verso il tempo del tramonto della politica, ossia verso un' "altra radice" della "giustizia" e della" pietà", la radice che accomuna gli umani nel tentativo di salvarsi ancora per un poco dal nulla".
| E quest'"altra radice" non può affondare nella politica: è per questo che la politica non salva, non può salvare? |
"No, non può salvare. Quando l'"umana compagnia" vede l'"orrore" dell'annientamento, può reggere la vista di questo spettacolo solo se tutti i suoi membri si sollevano alla forma della "nobile" natura del genio e il "fiore del deserto" non è una singola pianta, ma "selve odorate", il cui profumo è il canto che dice con potenza e grandezza la morte di tutte le cose. La tecnica della poesia - non quella della politica l'ultimo espediente".
| Ma l'incontro tra tecnica e politica, piuttosto che rafforzare l'efficacia dell'agire politico, sta producendo quella che si chiama spoliticizzazione. Insomma, la tecnica sta mangiandosi la politica. |
"In ogni caso, il canto del cigno dell'Occidente è la tecnica - intesa in senso più ampio di quello a cui Leopardi si riferisce esplicitamente. Vado mostrando da tempo, come lei ha anche ricordato, che tutte le forze della tradizione, compresa la politica, sono destinate ad essere sottoposte alla tecnica".
| Vuole dire, professor Severino, che è insensato oggi rivendicare il primato della "calda" e personale politica nei confronti della "fredda" e impersonale tecnica? |
"Proprio così. Non si tratta di contrapporre i "tecnici" ai "politici", ma di comprendere che ogni istanza politica è costretta a servirsi dello strumento tecnologico, e che l'efficienza, potenza, grandezza di quest'ultimo è destinata a subordinare a sé le istanze politiche (e non solo politiche) che vorrebbero invece servirsi di esso per realizzare i loro scopi. Il mezzo diventa il fine. Ma la logica del mezzo e del fine appartiene anch'essa all'essenza della fede nel divenire, cioè all'essenza del nichilismo". |