RASSEGNA STAMPA

5 SETTEMBRE 1999
REMO BODEI
POSTMODERNO E DEMOCRAZIA
Il diritto di farsi una propria storia
Giovanni Mari, "Postmoderno, I democrazia, storia", ETS, Pisa 1998, pagg. 123, L. 20.000.
La diffidenza nei confronti delle filosofie della storia è antica. Si rimprovera loro, in particolare, la pretesa di stabilire a priori un fine della storia: il Giudizio universale, la società senza classi, il regno della libertà, l'armonica comunione tra uomo e natura. Più che confutate sul piano teorico, tali mete sono divenute implausibili o screditate.
Per chi non possiede la fede nella Provvidenza, oggi la storia tende infatti ad apparire senza scopo, orfana di quella logica intrinseca che si pensava dovesse indirizzarla verso un determinato obiettivo. Tramonta così una cultura della necessità, che aveva indotto miliardi di uomini a ritenere che gli eventi marciassero inevitabilmente in un certa direzione, annunciata o prevedibile, anche se indipendente dai progetti e dalle aspettative dei singoli. In base a questa ideologia, chi prevede il corso degli eventi può sintonizzarsi, con esso, issarsi sulla cresta dell'onda e cavalcarla (ed è allora un progressista), mentre chi inutilmente vi si oppone (il reazionario) verrà, presto o tardi, spazzato via dalla "forza delle cose". Attualmente, invece, trova sempre più ascolto il detto di Keynes, per cui "l'inevitabile non accade mai, l'inatteso sempre".
La concezione della storia oggi maggiormente diffusa - sul piano filosofico ma anche al livello del nuovo ed implicito senso comune dell'Occidente - è quella che registra il tramonto delle illusioni emancipatorie collettive e che decreta il rallentamento o il blocco della spinta propulsiva della modernità. In altre parole: la storia non va da nessuna parte, né verso il meglio né verso il peggio, e il futuro è improgettabile. Con Lyotard, Rorty o Vattimo, il "postmoderno" si trasforma dunque, secondo Giovanni Mari, in uno "storicismo senza scopo". Caduta l'idea di un'unica Storia orientata e "vertebrata", il senso del nostro vivere nel tempo si disperde in una pluralità di storie (con la s minuscola) non coordinate, nei destini personali. Una simile prospettiva comporta indubbi vantaggi, in quanto sottrae gli individui alla mobilitazione politica, spesso "totalitaria", in vista di fini chimerici che comportano però dei sacrifici effettivi nel presente. Tutto ciò implica un mutamento radicale nella nostra percezione del futuro. Non potendoci più situare all'interno di un'epoca che si rapporta a un passato di tradizioni ben individuate o a un futuro remoto di aspettative già stabilite, ci si trova in un'atmosfera simile a quella descritta nel secolo scorso da Tocqueville per indicare lo stato d'animo prevalente degli americani: "In mezzo a questo continuo fluttuare della sorte, il presente prende corpo, ingigantisce: copre il futuro che si annulla e gli uomini non vogliono pensare che al giorno dopo".
In tale prospettiva, non si può guardare lontano, a un futuro comune. Ogni progetto si rivela inadeguato e ci si accorge - con l'efficace espressione di Mari - di essere al centro di "orizzonti di attesa invecchiati".
Per la democrazia il rischio di un futuro concepito soltanto in termini personali e non collettivi è grave. Mentre nelle filosofie della storia si mirava in genere all'abolizione delle disuguaglianza per l'"intera umanità", al senso di liberazione e di disincanto provocato dalla scomparsa del teleologismo storico si accompagna invece la percezione di una chiusura e di un impoverimento del futuro: "La cultura laica è passata dalla predisposizione a pensare il tempo futuro in termini di genere umano e di processi universali, all'attuale disponibilità ad andare oltre il tempo dell'esistenza personale, in maniera così rapida da non riuscire ancora a formulare un vero giudizio storico di questa trasformazione, né a decidere con chiarezza se viverla come ulteriore liberazione delle potenzialità del soggetto oppure come caduta in uno stadio di nichilismo e tragica incertezza. ( ... ) Occorre tuttavia sottolineare che l'identificazione del futuro con il futuro personale abbandona il futuro in potere delle disuguaglianze e fa emergere in forme nuove un antico privilegio".
Questo significa che solo ad alcuni, relativamente liberi dalle catene della scarsità dei beni e delle prospettive di vita, sarà concesso il privilegio di progettare un futuro personale. Ai più non resterà, al contrario, che una prospettiva di incertezza, un tempo senza redenzione: "E' la stessa possibilità di togliere gli ormeggi che oggi manca ai più, che in questa condizione non possono neppure naufragare, ma solo aspettare che la nave della propria vita marcisca nel porto".
La filosofia, conclude Mari in questo libro che pone con acume e rigore problemi effettivamente inaggirabili, si trova dinanzi a una alternativa secca: "o di rilevare il ritardo sociale rispetto alla maturazione delle esistenze individuali racchiuse nell'idea di un futuro personale, oppure di negare ogni validità a qualsiasi idea di futuro, compreso quello personale". La scelta dell'autore è chiara: la crisi del modello delle filosofie della storia dovrebbe condurre al diritto di ciascuno a poter pensare al nostro futuro.
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vedi anche
Filosofia (e) politica