RASSEGNA STAMPA

1 SETTEMBRE 1999
editoriale
Politica, alla ricerca della virtù
Nnel vocabolario di fine millennio è una parola perduta, tutt'al più si parla di regole o garanzie.
Opinioni a confronto
Parlare oggi del rapporto tra la politica e la virtù rischia di provocare del sarcasmo. La politica non sembra un luogo molto virtuoso, spesso capita anzi che ottimi uomini siano pessimi politici. Ogni parallelo è allora da dimenticare? Non concordano Salvatore Natoli e Luigi Franco Pizzolato, rispettivamente docenti di Filosofia teoretica all'Università di Bari e di Letteratura cristiana antica alla Cattolica di Milano, coautori del volume «La politica e la virtù» in uscita presso le edizioni Lavoro. Dai loro interventi anticipiamo due estratti.
Natoli: con la modernità il sacro s'allontana
Da Machiavelli in poi l'obiettivo non è realizzare il bene, ma frenare il male Anche Tommaso Moro lo diventa quando rinuncia al suo impegno.
Machiavelli non è il teorizzatore della politica come mondo in cui si può fare tutto e il contrario di tutto. Machiavelli è colui che dice che la politica si definisce in base a un bene specifico, cioè si emancipa dall'etica in quanto non si fonda su un'idea di bene che la precede, ma deve perseguire un suo particolare bene, uno specifico bene. In questo caso la politica: 1.non ha come oggetto tutto il bene; 2. non è subalterna a un bene che la precede e la trascende; 3. persegue un solo, determinato, particolare bene. Quale? Il bene della pace. Allora la politica si emancipa dall'etica ma non può tutto, perché i limiti che ad essa vengono, vengono dall'oggetto che essa persegue, che è la pace. La politica quindi non è virtuosa se non mantiene stabile la città, cioè se non produce la pace. Ecco allora perché un'interpretazione di Machiavelli come colui che permette tutto alla politica è infondata. È una lettura sbagliata: perché non si può fare tutto, in quanto il vincolo viene dalla pace. il vincolo è la ragione stessa per cui la politica esiste. La politica è in questo senso sia nel significato morale e antico della parola che in quello moderno di capacità e quindi di tecnica. Nella modernità diventa più esplicito qualcosa che già Aristotele aveva capito e che cioè la politica è anche una tecnica o arte del governo. La politica come funzione distinta entro l'unità del bene era già stata identificata: già i Greci, già Aristotele, già Platone avevano identificato la politica come funzione distinta dentro l'unità del bene.
Tuttavia, nonostante fosse una nozione distinta, era inclusa nel bene pensato come totalità. Tanto è vero che la città doveva educare alla virtù. Ci si domandava presso i Greci se la virtù fosse più o meno insegnabile. C'era appunto l'oggettività del bene.
Nella società complessificata inizia un processo di secolarizzazione, di sgretolamento dell'unità medievale e quindi il bene comincia a diventare prospettico. La politica si autonomizza e da sfera distinta diventa autonoma. Il bene infatti si scinde dentro di sé: ci sono i beni, i diversi oggetti, che diverse istituzioni devono perseguire. Viene meno l'oggettività del bene, in forza della complessificazione delle prestazioni sociali, il mondo si articola in sfere, ognuna delle quali persegue un determinato bene. La modernità nasce appunto in questa forma, nasce come la problematizzazione dell'unità del bene. Questo già accade con Machiavelli ma si formalizza in modo evidente in Hobbes, dove il tema della politica non è più realizzare il bene, aiutare gli uomini a realizzare il loro bene, ma è metterli al riparo dal male. Nella modernità la politica non è più un progetto teso a realizzare il bene, ma anzi, la modalità politica diventa uno strumento per limitare il male, Ci sono almeno due ragioni che conducono a questo. 1. La perdita dell'oggettività del bene: cioè non si sa più che cosa vuol dire la formula «secondo la sua propria natura»; di conseguenza dire che c'è una proposta di bene universale diventa problematico.
Allora ognuno persegua il suo bene. 2. Qual è allora il bene che la politica può salvaguardare? L'unico bene che può salvaguardare è che non dilaghi il male, cioè che non si realizzi un potere di distruzione tra gli uomini. Questo diventa chiaro in Hobbes. In Hobbes la politica non deve proporre forme di vita, non deve indicare condotte, ma deve solo evitare che ogni uomo, perseguendo la sua propria idea di bene, non la imponga ad altri. Le guerre di religione di conseguenza sono lo spettacolo in cui questo si realizza, Nelle guerre di religione si rinuncia alla verità per la pace. In questo contesto emerge l'altro punto che è antico nella politica, ma che nella modernità si formalizza in modo particolare, cioè l'intimità della politica con il male, La politica nasce sostanzialmente - e nella modernità si specifica - come quella virtù che deve mantenere la pace. Perché ci deve essere una virtù che deve mantenere la pace? Perché originaria è la guerra, Non parlo tanto della guerra come guerra totale (il modello hobbesiano ci porterà a questo : la guerra totale teorizzata da Hobbes ha come intento quello di moralizzare la politica, vedremo poi perché).
Intanto la situazione di fatto è che c'è il conflitto, c'è guerra. Lasciamo da parte se sia totale o no, ma è un fatto che gli uomini entrino in conflitto. Paradigmatico è in questi senso Tucidide. Allora è chiaro che la politica deve necessariamente sedare questo conflitto. La politica ha dunque un aspetto positivo, non solo, ma anche inevitabile: disinnescare il potenziale di guerra. La virtù fondamentale della politica è pertanto la giustizia, perché si può disinnescare il conflitto soltanto se in un certo modo si mantengono le proporzioni tra le parti.

Pizzolato: ha pochi santi la più alta attività etica.
E' proprio impossibile dare testimonianza eroica anche in questo campo? Finito il Medioevo svanisce un progetto ideale comune
Perché quella che è la più alta attività etica dell'uomo ha avuto pochi santi? Perché la somma attività etica umana sembra incapace di produrre quel perfetto uomo che è il santo? Certo, tutti i santi hanno inciso anche nella costruzione della città - anche magari senza saperlo - in quanto traduttori nel mondo del messaggio salvifico di Cristo. Ma qui s'intende dire che privo di santi è quel momento culminante e cosciente della costruzione della città che noi chiamiamo in senso stretto «politica». Perché? Alla domanda di solito si risponde con l'affermazione che la politica è «una cosa sporca». Ma noi non possiamo affermare da un lato che la politica è l'attività etica più alta e dall'altro che è indegna di santità. Probabilmente allora la difficoltà si dà o perché non conosciamo la natura delle regole della politica o perché abbiamo della santità un'idea puramente legata al «sacro»; o per entrambi i motivi. Ci sono stati - è vero - politici santi, saliti agli onori degli altari. Il caso che più comunemente si cita è quello di san Tommaso Moro. Ma, a ben vedere, Tommaso Moro, che fu uomo politico, è stato riconosciuto come santo in quanto è diventato, nella politica, testimone di qualcosa che supera la politica.
È, insomma, diventato santo nel momento in cui ha rinunciato al metodo politico (della scelta d'una parte di valori) per assumere il metodo profetico della testimonianza della totalità. Ma noi abbiamo detto che nella politica, che comporta decisioni che vincolano non solo la coscienza personale, ma anche quella d'altri che hanno riferimenti diversi, il politico dove perseguire la ricerca di quei valori che risultano più costruttivi del bene comune e della pace sociale. Anche in quanto politico peraltro egli deve accorgersi dove la scelta operata all'interno dei valori in cui crede diventa non più mediazione-graduazione di essi, ma un loro annullamento: solo lì, ma lì sì, deve fermarsi il suo metodo politico mediativo per assumere le vesti profetiche di chi testimonia che «la messa può valere più di Parigi». Anche il soprassalto profetico a volte è fatto politico, perché riporta la politica all'orizzonte della globalità di fondo, da cui non può sganciarsi. Ma costitutivamente e normalmente la politica non è profezia, perché il metodo della ricerca del consenso della città è piuttosto quello sapienziale della mediazione. Se la politica è attività etica ed ha alcune leggi proprie, si dovrebbe poter diventare santi anche dentro la politica. Così, la testimonianza eroica della fede non si dà solo nel moderare le pretese della politica e nel richiamarla al suo limite, ma anche, e specificamente, proprio quando si pratica la strada della parte, che è essenza della politica: quando si opera instancabilmente un progressivo perseguimento del complesso dei valori. Per accettare l'«eroicità» di questa testimonianza, bisognerà però che la mentalità cristiana impari a vedere un concetto di testimonianza eroica, cioè di santità, legato ad una perfezione non assurdamente globale, ma «solo» competente. Cioè ad una perfezione che «compete» ad una determinata scelta di vita. Del resto, a ben vedere, ciò avviene anche per tutti gli altri santi, la cui esemplarità è sempre legata ad una scelta testimoniale precisa e limitata, non di una impossibile perfezione assoluta. Sicché si ha proprio nella vera politica l'attuazione della esortazione evangelica che, chi vuole essere il più grande, deve farsi servo del minore. Che non è solo un'esortazione, ma una constatazione. Nel momento politico genuinamente interpretato infatti, la grandezza coincide con la sua ministerialità rispetto ad altro: con il servizio ai valori di riferimento; alla persona; alle famiglie spirituali e sociali. Quello che di positivo la politica ha, di fatto lo mutua da altri (dalla cultura, dalle fede...) e quel che di proprio ha (il limite, la parte, la scelta opinabile) la condanna all'antieroicità. Proprio per voler essere, come deve, realtà di servizio, essa sembra precludersi un riconoscimento originario, mentre il suo abbassamento non basterebbe a sottrarla alla critica e all'indignazione, che possono accompagnare le sue scelte, sempre opinabili e parziali. Il suo limite è questo. L'averlo individuato è già un averlo esaltato. Esso è addirittura legato all'essenza ministeriale della politica: cioè del suo essere al servizio dell'uomo. E se giustamente si deve rimproverare la politica quando, da serva, la pretende a padrona, non bisogna però nemmeno imputarle a colpa il suo ministero di serva. Chi diminuisce se stesso per far crescere altri, non dovrebbe partecipare un po' della gloria del «più grande tra i nati di donna»?
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vedi anche
Filosofia (e) politica