RASSEGNA STAMPA

31 AGOSTO 1999
BRUNO ACCARINO
UNA RAZIONALITA' PICCOLA PICCOLA
L'invito al pensiero aperto e indeterminato che avrebbe potuto essere un patrimonio di tutti è diventato propaganda
Si è presentato come il secolo dell'understatement, e forse lo è stato, ma non laddove l'arte di ridimensionare, di smussare, di avvilire e sdrammatizzare a fin di bene, avrebbe potuto incrociare e disturbare lo scatenarsi delle ideologie e della violenza.
L'identikit del Novecento arriva, nell'Uomo senza qualità di Robert Musil, dopo una preparazione squisita, ma il botto, nel settantaduesimo capitolo, è comunque fragoroso: "questa smania di rimpicciolire tutto, che domina un secolo aizzato e aizzante, non è quasi più la naturale divisione della vita in volgarità e nobiltà, ma piuttosto un autolesionismo dello spirito, un inqualificabile piacere di vedere il bene abbassarsi e lasciarsi distruggere con meravigliosa facilità. Non è dissimile da un'appassionata volontà di smentire se stessi".
Un liberalismo ancora riottoso al suffragio elettorale universale e non alieno, di tanto in tanto, dalla tentazione di sparare sui contadini e sugli operai in sciopero, ma per altri versi prospero e pacioso, aveva sognato, prima della grande guerra, una routinizzazione a tappeto, una lubrificazione incruenta dei meccanismi sociali e istituzionali fondamentali, un gesto di congedo dal sublime, con il suo carico di bellezza inavvicinabile e di terrificante maestosità.
Ma la routine ospita la frattura improvvisa. Avremmo dovuto appisolarci in un'indeterminatezza un po' frastornante, in un'irresolutezza snervante, ma in fondo innocua. Si è prodotta invece normatività a getto continuo. Avrebbe dovuto essere il secolo della rassegnazione non come autocensura, o come censura dall'alto, ma come forma la più accorta di accordo con il mondo: è stato invece il secolo delle tracimazioni, ha preferito pendolare tra il vitalismo irrazionalistico e le teodicee onnigiustificative. Ha gettato la spugna di fronte alla domanda che aveva posto: quale razionalità?
Musil aveva affilato le armi nel corso di una formazione scientifico-naturale che lo aveva messo di fronte al disfacimento della causalità, con il quale era andata a farsi benedire la limpidezza di ogni traiettoria prevedibile. In un certo senso si tratta di mettersi - mi pare che da qualche parte il romanzo lo dica - nell'ottica del trionfo della superficie: non c'è più niente che peschi in profondità. Il programma abbozzato nell'impero austro-ungarico sarebbe stato ripreso, com'è stato suggerito, dall'italianissimo terrone Ciccio Ingravallo nel Pasticciaccio di Gadda: "le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l'effetto che dir si voglia d'un unico motivo, d'una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti". Qualcosa come un nodo o groviglio, "o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo". Il cammino della storia, fa eco Musil, non è quello di una palla di biliardo che una volta partita segue una certa traiettoria, somiglia semmai ad un bighellonare ozioso e dispersivo: "giunge infine in un luogo che non conosceva e dove non desiderava andare". Ogni generazione, invece di interrogarsi sulla propria identità e sui propri antecessori, farebbe meglio a chiedersi: "dove sono io?". E a tener per sicuro che "gli antecessori non erano così o così, ma semplicemente in un altro luogo".
Altrove, insomma. Nelle fasi di incubazione del capolavoro di Musil, il nome di Ulrich, il protagonista, fu Anders (altrimenti), come lo pseudonimo scelto, alla fine degli anni '20, da Günther Stern. In effetti: di chi, se non di lui, si direbbe appropriatamente che è spaesato? Non è che viva con la testa tra le nuvole, perché quello sarebbe già un luogo, ancorché incorporeo: vive proprio altrove. Quando nel 1927 Heidegger mette a fuoco, in Essere e tempo, il paradigma dello spaesamento, non può pretendere alla palma dell'originalità, e credo che anche il saggio di Freud sul perturbante (1919) raccogliesse e impreziosisse un materiale già seminato.
La filosofia europea dello spazio aveva censito per tempo le conseguenze della mobilità, del nomadismo, della territorialità psichica aperta a nuovi, troppi insediamenti, e non è vero che ne avesse visto solo i demoni e non anche le promesse. Poi però: sangue e suolo, spazi vitali da conquistare a costo di guerre mondiali, irrigidimenti etnici, deportazioni di interi popoli, genocidi e democidi, nazionalismi privi di misericordia, irrefrenabili ansie di appaesamento e di accasamento. Come la gramigna, è ricresciuto, ciclicamente imperversando, un fremito di appartenenza, di identificazione, di radicamento. Un conto è estetizzare la varietà e la polimorfia, ammiccando magari al deraciné, tutt'altro conto è approntare strumenti non fragili di confronto con la diversità.
Questa è una delle piccole ma pungenti sconfitte del Novecento: la fenomenologia dello spaesamento non solo non ha fatto lievitare nessun programma politico, ma è diventata il recinto asfittico delle querimonie adolescenziali di filosofi di professione, mentre a nessuno verrebbe in mente di confondere lo spaesato con il migrante contemporaneo.
Perché? Perché lo spaesato ha già incontrato il mondo ed ha avuto l'onore di esserne sopraffatto e forse il privilegio di ritrarsene, mentre il migrante non ha avuto ancora la fortuna di arrivare a questa casella del gioco e dispera di arrivarci. La forma peggiore di ostilità è l'indifferenza, e il mondo sa praticarla molto bene nei confronti dei dannati della terra. Al primo impatto con le leggi del territorio, il castello di carta crolla: c'è poco da discettare sulla de-territorializzazione dell'io, la parola torna alle armi, ai cavalli di Frisia, a tutto ciò che abbia un vago aspetto confinario e divisorio.
Non so se i giovani del futuro ci ricorderanno solo per avergli fatto trovare un mondo finalmente libero dall'antiestetico e gerontofilo sistema pensionistico, ma di certo non capiranno il perché di tanta testardaggine nel non tesaurizzare le occasioni presentatesi. Quando si scopre la complessità - e succede molto presto, all'alba del secolo -, si scopre o si riscopre nient'altro che la contingenza del divenire storico, il disagio e l'imbarazzo che accompagnano i progetti e le previsioni: non è mica turpiloquio, tanto più che mancano ancora il ghigno sistemico di soddisfazione per l'accertata immodificabilità del reale e l'aria di sfottente superiorità nei confronti di chi ancora si ostina a credere nella di esso modificabilità.
Sta di fatto che due mondi intellettuali, quello borghese e quello delle masse, vanno marciando su due corsie completamente diverse, e per ricucirli in modo alto e non compromissorio si può contare sì e no su un Lukács, già un Benjamin non fa testo (mi piace però ricordare il fiuto e la capacità di ascolto di Max Adler). Insomma, il dibattito sui limiti della razionalità, che era davvero un dibattito sul futuro della civiltà, per capitalistica che fosse, se lo gestiscono loro. Il pensiero democratico e socialista - è questo il punto dolente - non riesce a sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d'onda. E quando scatta la controffensiva bellicistica e oltranzisticamente comunitaria, con il compito di risistemare una domesticità ripetutamente violata, di ripristinare la pienezza di un "noi" pronunciabile senza vergogna dopo le dissipazioni individualistiche, di ridisciplinare i dispersi e rimilitarizzare le vittime della insecuritas da sbandamento esistenziale e sociale, lastricando la strada ai fascismi e ai totalitarismi, la resistenza è fioca. Si interrompe non solo il discorso, ma la sua stessa possibilità. Ci vorrà il martirio di Gramsci per riprendere il bandolo della matassa. E anche lì: in qualche pagina dei Quaderni il pensatore spregiudicato si accorge che la razionalità individuale è ormai irrimediabilmente fratta e non sarà mai più ricompattata; il dirigente politico continua invece a scommettere, ottimisticamente e responsabilmente, che essa possa ancora intelligentemente incastonarsi in una razionalità collettiva.
Qualcosa di definitivo aveva detto Max Weber. Non quando aveva rammentato che la nostra epoca non può concedersi fughe in avanti o manie di grandezza, perché "ha mangiato all'albero della conoscenza", ma quando aveva ammonito: badate, l'intenzione e il destino sono due entità incomparabili. Tra l'una e l'altro può infilarcisi di tutto, sino a rendere irriconoscibile l'intenzione originaria: la quale può essere stravolta, deformata e perfino capovolta. Non ci sono più sequenze semplici e dirette, ci sono solo Umwege, vie traverse e contorte. Mai e poi mai queste vedute avrebbero potuto fungere però da alibi rinunciatario: non c'è alcuna conseguenzialità tra la coscienza del limite da un lato e la rinuncia al coraggio civile, all'investimento pieno di una vita e di una biografia, alla combattività dall'altro. Solo la mobilitazione totale e totalitaria che si sposa felicemente all'apatia e alla sonnolenza. La razionalità aperta e indeterminata, invece, che avrebbe potuto essere un patrimonio di tutti, è diventata nel corso del tempo poco più di un registro propagandistico e polemicamente pretestuoso contro la "chiusura" della storia propugnata dai rivoluzionari.
I protocolli della complessità, delle traiettorie imbizzarrite, dei percorsi costipati di effetti controintenzionali, oggi servono spesso, anzi, da apparecchiatura assolutoria del mysterium iniquitatis: com'è noto, nemmeno un chiaroveggente straordinariamente dotato avrebbe potuto immaginare che dopo le prime bombe Nato si sarebbe scatenata o incrementata la pulizia etnica a danno dei kosovari. Le controfinalità si annidano dove meno te l'aspetti e colpiscono proditoriamente: che cosa si doveva fare? Rinunciare a bombardare? Non diciamo fesserie.
Così che il secolo votato e vocato all'insaturo, ad uno scetticismo attivo e battagliero, all'ironia che sorveglia e sorride, ma che non cede, ha partorito tutte le esagerazioni possibili e pratica oggi, con la globalizzazione, una forma fanatica e fondamentalistica di horror vacui, andando ad intasare tutti gli spazi rimasti casualmente vuoti. O, anche peggio, corteggiando tutti i localismi che tornano buoni nella loro verginità primigenia: se i bambini dei paesi poveri possono produrre per noi, ma non conoscono ancora la civiltà di un salario regolare e di una giornata lavorativa contrattata, perché corrompere anzitempo la loro innocenza? Meglio farli lavorare in regime di schiavitù.
Ai suoi primi passi il secolo pensava forse di tenere a bada anche la velocità. Certo non temeva il collasso che sarebbe stato poi profetizzato dalla dromologia di Paul Virilio (Musil: "l'accelerismo, cioè l'accrescimento massimo della velocità delle esperienze"), se non in una letteratura d'accatto che magari rimpiangeva solo l'assottigliarsi della potenza storica della nobiltà possidente e della proprietà terriera, fisicamente dotata di stabilità e solidità. Oggi, nel duecentocinquantesimo anniversario della nascita di Goethe, si rimette all'ordine del giorno il velociferino, la sintesi - diabolica se mai ve n'è una - di velocitas e Lucifero.Ma qui non c'è più da passare con la ruspa per fagocitare o sopprimere qualche residuo di premodernità, come accade nel Faust ai due malcapitati e incolpevoli vecchietti (saranno stati pensionati?) Filemone e Bauci, che avevano commesso l'errore di voler conservare una nicchia abitativa non al passo con i tempi. Qui c'è da rispondere alla nemesi della routine, che assume le fattezze, modeste ma non meno mefistofeliche, della sorpresa. Ormai riflettiamo sul male non solo (e a qualcuno piacerebbe: non più) a partire da Auschwitz, ma a partire da ciò che accumula le premesse di una catastrofe cognitiva. Eventi troppo rapidi, e troppo ricchi di contenuti, squilibrano la nostra capacità di elaborare i dati del mondo. Non siamo più autorizzati ad acquattarci in un processo di autostabilizzazione attrezzato ad ignorare ciò che in esso non si inquadra o a reinterpretarlo finché non vi si inquadri.
L'accadere impreveduto del sorprendente può essere su scala assoluta banale, ma su scala relativa travolgente, costringendo le nostre biografie sulla difensiva di una continua rinegoziazione dei rapporti con il mondo. Ci si consuma in un tira-e-molla che consiste nel conquistare orizzonti di familiarità per smarrirli subito dopo, o nell'agguantare frammenti di cose conosciute, e perciò amiche o almeno neutrali, per vederli ripiombare di lì a poco nella sfera dell'ignoto. Non a caso sono le neuroscienze - con buona pace delle tradizioni retorico-umanistiche - a tenere oggi sotto osservazione il nostro arsenale elementare, la nostra contraerea, cioè la nostra potenza e flessibilità cerebrale e la nostra rapidità di adattamento.E naturalmente non mancano gli avvoltoi che dicono: se l'individuo non è più o non è mai stato cognitivamente sovrano, perché dovrebbe esserlo sotto il profilo giuridico e sociale? Se la parabola della razionalità storica ha ridicolizzato - con il picco teatrale della subitanea dissoluzione dell'impero sovietico - chi ancora si attarda a cercarne con spirito speleologico le leggi, l'essenza, il nucleo autentico, perché dovremmo continuare a coltivare, a mo' di antiquariato, l'idea della dignità e dei diritti? Non sarebbe più semplice per tutti adeguarsi misticamente al respiro della storia, che ormai è una creta malleabile a capriccio dal primo che passa? Sarà stato il destino (tautologicamente disorientante, diciamo così) dell'Occidente, non dico di no. Ma si ha sempre il rimpianto che qualcosa di propositivamente altro potesse, mentre lo spazio e il tempo fuggivano per fatti loro, essere messo in campo. La crisi della razionalità, annunciata a inizio secolo, non è come la recente eclisse (non ricordo se lunare o solare), un bidone da rivendere allora a sparuti lettori e oggi a grandi masse ipnotizzate dall'evento, né l'ennesima cospirazione cervellotica di intellettuali annoiati. All'inizio, certo, è un gergo iniziatico, ma nel lungo periodo è spendibile, io credo, anche al di fuori della sua culla di origine. Uno spartiacque all'altezza del quale la coscienza democratica europea non ebbe le energie e la lungimiranza per saltare sul treno giusto e la coscienza socialista si vide talvolta schiacciata nell'angolo di un parrocchialismo iper-razionalistico, gravido di micidiali contraccolpi. Sia pur ad intervalli irregolari, il treno ripassa, e prima o poi bisognerebbe prenderlo.
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