UNA RAZIONALITA' PICCOLA PICCOLA| L'invito al pensiero aperto e indeterminato che avrebbe potuto essere un patrimonio di tutti è diventato propaganda |
| Si è presentato come il secolo dell'understatement, e forse lo è stato, ma non laddove l'arte di ridimensionare, di smussare,
di avvilire e sdrammatizzare a fin di bene, avrebbe potuto incrociare e disturbare lo scatenarsi delle ideologie e della violenza.
L'identikit del Novecento arriva, nell'Uomo senza qualità di Robert Musil, dopo una preparazione squisita, ma il botto, nel
settantaduesimo capitolo, è comunque fragoroso: "questa smania di rimpicciolire tutto, che domina un secolo aizzato e aizzante,
non è quasi più la naturale divisione della vita in volgarità e nobiltà, ma piuttosto un autolesionismo dello spirito, un
inqualificabile piacere di vedere il bene abbassarsi e lasciarsi distruggere con meravigliosa facilità. Non è dissimile da
un'appassionata volontà di smentire se stessi".
Un liberalismo ancora riottoso al suffragio elettorale universale e non alieno, di tanto in tanto, dalla tentazione di sparare sui
contadini e sugli operai in sciopero, ma per altri versi prospero e pacioso, aveva sognato, prima della grande guerra, una
routinizzazione a tappeto, una lubrificazione incruenta dei meccanismi sociali e istituzionali fondamentali, un gesto di congedo dal
sublime, con il suo carico di bellezza inavvicinabile e di terrificante maestosità.
Ma la routine ospita la frattura improvvisa. Avremmo dovuto appisolarci in un'indeterminatezza un po' frastornante, in
un'irresolutezza snervante, ma in fondo innocua. Si è prodotta invece normatività a getto continuo. Avrebbe dovuto essere il
secolo della rassegnazione non come autocensura, o come censura dall'alto, ma come forma la più accorta di accordo con il
mondo: è stato invece il secolo delle tracimazioni, ha preferito pendolare tra il vitalismo irrazionalistico e le teodicee
onnigiustificative. Ha gettato la spugna di fronte alla domanda che aveva posto: quale razionalità?
Musil aveva affilato le armi nel corso di una formazione scientifico-naturale che lo aveva messo di fronte al disfacimento della
causalità, con il quale era andata a farsi benedire la limpidezza di ogni traiettoria prevedibile. In un certo senso si tratta di
mettersi - mi pare che da qualche parte il romanzo lo dica - nell'ottica del trionfo della superficie: non c'è più niente che peschi
in profondità. Il programma abbozzato nell'impero austro-ungarico sarebbe stato ripreso, com'è stato suggerito,
dall'italianissimo terrone Ciccio Ingravallo nel Pasticciaccio di Gadda: "le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o
l'effetto che dir si voglia d'un unico motivo, d'una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione
ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti". Qualcosa come un
nodo o groviglio, "o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo". Il cammino della storia, fa eco Musil, non è
quello di una palla di biliardo che una volta partita segue una certa traiettoria, somiglia semmai ad un bighellonare ozioso e
dispersivo: "giunge infine in un luogo che non conosceva e dove non desiderava andare". Ogni generazione, invece di
interrogarsi sulla propria identità e sui propri antecessori, farebbe meglio a chiedersi: "dove sono io?". E a tener per sicuro che
"gli antecessori non erano così o così, ma semplicemente in un altro luogo".
Altrove, insomma. Nelle fasi di incubazione del capolavoro di Musil, il nome di Ulrich, il protagonista, fu Anders (altrimenti),
come lo pseudonimo scelto, alla fine degli anni '20, da Günther Stern. In effetti: di chi, se non di lui, si direbbe appropriatamente
che è spaesato? Non è che viva con la testa tra le nuvole, perché quello sarebbe già un luogo, ancorché incorporeo: vive
proprio altrove. Quando nel 1927 Heidegger mette a fuoco, in Essere e tempo, il paradigma dello spaesamento, non può
pretendere alla palma dell'originalità, e credo che anche il saggio di Freud sul perturbante (1919) raccogliesse e impreziosisse
un materiale già seminato.
La filosofia europea dello spazio aveva censito per tempo le conseguenze della mobilità, del nomadismo, della territorialità
psichica aperta a nuovi, troppi insediamenti, e non è vero che ne avesse visto solo i demoni e non anche le promesse. Poi però:
sangue e suolo, spazi vitali da conquistare a costo di guerre mondiali, irrigidimenti etnici, deportazioni di interi popoli, genocidi e
democidi, nazionalismi privi di misericordia, irrefrenabili ansie di appaesamento e di accasamento. Come la gramigna, è
ricresciuto, ciclicamente imperversando, un fremito di appartenenza, di identificazione, di radicamento. Un conto è estetizzare la
varietà e la polimorfia, ammiccando magari al deraciné, tutt'altro conto è approntare strumenti non fragili di confronto con la
diversità.
Questa è una delle piccole ma pungenti sconfitte del Novecento: la fenomenologia dello spaesamento non solo non ha fatto
lievitare nessun programma politico, ma è diventata il recinto asfittico delle querimonie adolescenziali di filosofi di professione,
mentre a nessuno verrebbe in mente di confondere lo spaesato con il migrante contemporaneo.
Perché? Perché lo spaesato ha
già incontrato il mondo ed ha avuto l'onore di esserne sopraffatto e forse il privilegio di ritrarsene, mentre il migrante non ha
avuto ancora la fortuna di arrivare a questa casella del gioco e dispera di arrivarci. La forma peggiore di ostilità è l'indifferenza,
e il mondo sa praticarla molto bene nei confronti dei dannati della terra. Al primo impatto con le leggi del territorio, il castello di
carta crolla: c'è poco da discettare sulla de-territorializzazione dell'io, la parola torna alle armi, ai cavalli di Frisia, a tutto ciò che
abbia un vago aspetto confinario e divisorio.
Non so se i giovani del futuro ci ricorderanno solo per avergli fatto trovare un mondo finalmente libero dall'antiestetico e
gerontofilo sistema pensionistico, ma di certo non capiranno il perché di tanta testardaggine nel non tesaurizzare le occasioni
presentatesi. Quando si scopre la complessità - e succede molto presto, all'alba del secolo -, si scopre o si riscopre nient'altro
che la contingenza del divenire storico, il disagio e l'imbarazzo che accompagnano i progetti e le previsioni: non è mica
turpiloquio, tanto più che mancano ancora il ghigno sistemico di soddisfazione per l'accertata immodificabilità del reale e l'aria di
sfottente superiorità nei confronti di chi ancora si ostina a credere nella di esso modificabilità.
Sta di fatto che due mondi intellettuali, quello borghese e quello delle masse, vanno marciando su due corsie completamente
diverse, e per ricucirli in modo alto e non compromissorio si può contare sì e no su un Lukács, già un Benjamin non fa testo (mi
piace però ricordare il fiuto e la capacità di ascolto di Max Adler). Insomma, il dibattito sui limiti della razionalità, che era
davvero un dibattito sul futuro della civiltà, per capitalistica che fosse, se lo gestiscono loro. Il pensiero democratico e socialista
- è questo il punto dolente - non riesce a sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d'onda. E quando scatta la controffensiva
bellicistica e oltranzisticamente comunitaria, con il compito di risistemare una domesticità ripetutamente violata, di ripristinare la
pienezza di un "noi" pronunciabile senza vergogna dopo le dissipazioni individualistiche, di ridisciplinare i dispersi e rimilitarizzare
le vittime della insecuritas da sbandamento esistenziale e sociale, lastricando la strada ai fascismi e ai totalitarismi, la resistenza
è fioca. Si interrompe non solo il discorso, ma la sua stessa possibilità. Ci vorrà il martirio di Gramsci per riprendere il bandolo
della matassa. E anche lì: in qualche pagina dei Quaderni il pensatore spregiudicato si accorge che la razionalità individuale è
ormai irrimediabilmente fratta e non sarà mai più ricompattata; il dirigente politico continua invece a scommettere,
ottimisticamente e responsabilmente, che essa possa ancora intelligentemente incastonarsi in una razionalità collettiva.
Qualcosa
di definitivo aveva detto Max Weber. Non quando aveva rammentato che la nostra epoca non può concedersi fughe in avanti o
manie di grandezza, perché "ha mangiato all'albero della conoscenza", ma quando aveva ammonito: badate, l'intenzione e il
destino sono due entità incomparabili. Tra l'una e l'altro può infilarcisi di tutto, sino a rendere irriconoscibile l'intenzione
originaria: la quale può essere stravolta, deformata e perfino capovolta. Non ci sono più sequenze semplici e dirette, ci sono
solo Umwege, vie traverse e contorte. Mai e poi mai queste vedute avrebbero potuto fungere però da alibi rinunciatario: non
c'è alcuna conseguenzialità tra la coscienza del limite da un lato e la rinuncia al coraggio civile, all'investimento pieno di una vita
e di una biografia, alla combattività dall'altro. Solo la mobilitazione totale e totalitaria che si sposa felicemente all'apatia e alla
sonnolenza. La razionalità aperta e indeterminata, invece, che avrebbe potuto essere un patrimonio di tutti, è diventata nel corso del tempo poco più di un registro propagandistico e
polemicamente pretestuoso contro la "chiusura" della storia propugnata dai rivoluzionari.
I protocolli della complessità, delle traiettorie imbizzarrite, dei percorsi costipati di effetti controintenzionali, oggi servono
spesso, anzi, da apparecchiatura assolutoria del mysterium iniquitatis: com'è noto, nemmeno un chiaroveggente
straordinariamente dotato avrebbe potuto immaginare che dopo le prime bombe Nato si sarebbe scatenata o incrementata la
pulizia etnica a danno dei kosovari. Le controfinalità si annidano dove meno te l'aspetti e colpiscono proditoriamente: che cosa
si doveva fare? Rinunciare a bombardare? Non diciamo fesserie.
Così che il secolo votato e vocato all'insaturo, ad uno scetticismo attivo e battagliero, all'ironia che sorveglia e sorride, ma che
non cede, ha partorito tutte le esagerazioni possibili e pratica oggi, con la globalizzazione, una forma fanatica e
fondamentalistica di horror vacui, andando ad intasare tutti gli spazi rimasti casualmente vuoti. O, anche peggio, corteggiando
tutti i localismi che tornano buoni nella loro verginità primigenia: se i bambini dei paesi poveri possono produrre per noi, ma non
conoscono ancora la civiltà di un salario regolare e di una giornata lavorativa contrattata, perché corrompere anzitempo la loro
innocenza? Meglio farli lavorare in regime di schiavitù.
Ai suoi primi passi il secolo pensava forse di tenere a bada anche la velocità. Certo non temeva il collasso che sarebbe stato
poi profetizzato dalla dromologia di Paul Virilio (Musil: "l'accelerismo, cioè l'accrescimento massimo della velocità delle
esperienze"), se non in una letteratura d'accatto che magari rimpiangeva solo l'assottigliarsi della potenza storica della nobiltà
possidente e della proprietà terriera, fisicamente dotata di stabilità e solidità. Oggi, nel duecentocinquantesimo anniversario
della nascita di Goethe, si rimette all'ordine del giorno il velociferino, la sintesi - diabolica se mai ve n'è una - di velocitas e
Lucifero.Ma qui non c'è più da passare con la ruspa per fagocitare o sopprimere qualche residuo di premodernità, come
accade nel Faust ai due malcapitati e incolpevoli vecchietti (saranno stati pensionati?) Filemone e Bauci, che avevano
commesso l'errore di voler conservare una nicchia abitativa non al passo con i tempi. Qui c'è da rispondere alla nemesi della
routine, che assume le fattezze, modeste ma non meno mefistofeliche, della sorpresa. Ormai riflettiamo sul male non solo (e a
qualcuno piacerebbe: non più) a partire da Auschwitz, ma a partire da ciò che accumula le premesse di una catastrofe
cognitiva. Eventi troppo rapidi, e troppo ricchi di contenuti, squilibrano la nostra capacità di elaborare i dati del mondo. Non
siamo più autorizzati ad acquattarci in un processo di autostabilizzazione attrezzato ad ignorare ciò che in esso non si inquadra o
a reinterpretarlo finché non vi si inquadri.
L'accadere impreveduto del sorprendente può essere su scala assoluta banale, ma su scala relativa travolgente, costringendo le
nostre biografie sulla difensiva di una continua rinegoziazione dei rapporti con il mondo. Ci si consuma in un tira-e-molla che
consiste nel conquistare orizzonti di familiarità per smarrirli subito dopo, o nell'agguantare frammenti di cose conosciute, e
perciò amiche o almeno neutrali, per vederli ripiombare di lì a poco nella sfera dell'ignoto. Non a caso sono le neuroscienze -
con buona pace delle tradizioni retorico-umanistiche - a tenere oggi sotto osservazione il nostro arsenale elementare, la nostra
contraerea, cioè la nostra potenza e flessibilità cerebrale e la nostra rapidità di adattamento.E naturalmente non mancano gli
avvoltoi che dicono: se l'individuo non è più o non è mai stato cognitivamente sovrano, perché dovrebbe esserlo sotto il profilo
giuridico e sociale? Se la parabola della razionalità storica ha ridicolizzato - con il picco teatrale della subitanea dissoluzione
dell'impero sovietico - chi ancora si attarda a cercarne con spirito speleologico le leggi, l'essenza, il nucleo autentico, perché
dovremmo continuare a coltivare, a mo' di antiquariato, l'idea della dignità e dei diritti? Non sarebbe più semplice per tutti
adeguarsi misticamente al respiro della storia, che ormai è una creta malleabile a capriccio dal primo che passa?
Sarà stato il destino (tautologicamente disorientante, diciamo così) dell'Occidente, non dico di no. Ma si ha sempre il rimpianto
che qualcosa di propositivamente altro potesse, mentre lo spazio e il tempo fuggivano per fatti loro, essere messo in campo. La
crisi della razionalità, annunciata a inizio secolo, non è come la recente eclisse (non ricordo se lunare o solare), un bidone da
rivendere allora a sparuti lettori e oggi a grandi masse ipnotizzate dall'evento, né l'ennesima cospirazione cervellotica di
intellettuali annoiati. All'inizio, certo, è un gergo iniziatico, ma nel lungo periodo è spendibile, io credo, anche al di fuori della sua
culla di origine. Uno spartiacque all'altezza del quale la coscienza democratica europea non ebbe le energie e la lungimiranza
per saltare sul treno giusto e la coscienza socialista si vide talvolta schiacciata nell'angolo di un parrocchialismo
iper-razionalistico, gravido di micidiali contraccolpi. Sia pur ad intervalli irregolari, il treno ripassa, e prima o poi bisognerebbe
prenderlo. |