RASSEGNA STAMPA

30 AGOSTO 1999
GEMMINO ALVI
A CENTO ANNI DALLA NASCITA
Così von Hayek strigliò Keynes
Persino Skidelsky il biografo di Keynes, dell'economista più diverso da Von Hayek ormai scrive: "Hayek è divenuta la personalità intellettuale più influente nell'ultimo quarto del XX secolo". Ammissione del fatto, a tutti evidente, che l'idee liberiste di quest'austriaco all'antica, economista e gran erudito, nato cent'anni fa e morto nel 1992, hanno ovunque soppiantato quelle di Keynes. Al quale Von Hayek riconobbe peraltro un solo pregio: "Coloro di noi che ebbero la fortuna di incontrarlo personalmente, sperimentarono il magnetismo del conversatore brillante... e il tono suadente della voce". Ma il fascino della personalità non bilanciava secondo Hayek i difetti dell'economista, anzitutto la sua volubilità. Il grande sforzo che Hayek dedicò ad una recensione critica al Treatise of Money di Keynes finì nel nulla. "Grande fu il mio disappunto quando tutto il mio sforzo svanì, perché dopo la pubblicazione del mio articolo, egli mi disse che nel frattempo aveva cambiato parere e non credeva più a ciò che aveva scritto in quell'opera". Perciò, da ordinato asburgico qual era Von Hayek, non tornò all'attacco quando Keynes pubblicò la General Theory. Keynes gli pareva un dilettante. E di lui appunto scriveva: "Era per dote innata più un artista e un politico, che uno scienziato e uno studioso". E ancora "La sua personalità si presentava con tanti aspetti che quando si arrivava a valutarlo come uomo sembrò quasi irrilevante che si potesse considerare la sua dottrina economica falsa o pericolosa".
Ed, in effetti, l'ultima volta che incontrò Keynes, durante la guerra, discussero felicissimi non d'economia, ma piuttosto d'una collezione di libri elisabettiani.
Ma, se il fallimento delle politiche keynesiane durante gli anni settanta fece riscoprire Von Hayek, neppure lui può definirsi solo economista. "Penso che ho imparato più da te che da ogni altro pensatore eccetto forse Alfred Tarsky" scriveva Karl Popper in una lettera a Von Hayek del 1944.
E non gli mancarono neppure gli elogi dei neurologi, come Edelmann, giacché fu sempre Von Hayek a intuire per primo l'interconnessione particolare tra le cellule cervicali.
Peraltro agli economisti che oggi l' elogiano o lo denigrano, Hayek rassomigliava assai poco. Egli disprezzava i matematismi e considerava la contabilità nazionale un assurdo, e soprattutto era un erudito austriaco di vecchio stampo, per cui non esisteva solo l'economia.
Da ufficiale d'artiglieria aveva partecipato alla battaglia del Piave, sulla quale aveva idee assai diverse da quelle che si ritrovano nei nostri libri di scuola. Dopodiché, meno che ventenne, s'appassionò alle idee di Ernst Mach, per cui l'uomo è null'altro che una camera invasa dalle sensazioni. E proprio per il suo materialismo era stato discriminato nell'ambiente universitario. Eppure, quando nel '27 cofondò l'Istituto Austriaco per lo Studio della Congiuntura, già aveva collezionato una quantità di libri d'economisti d'ogni epoca inaudita. Nel 1931 tenne quattro famose lezioni alla London School of Economics and Political Science, che gli valsero a trentatré anni la cattedra Tooke di economia e statistica, e una fama improvvisa, ma presto delusa e interrotta. Già dai primi anni quaranta smise di occuparsi d'economia, isolato e impotente ad opporsi ormai al dilagare dei seguaci di John Maynard Keynes. Addirittura nel 1949 abbandonò la London School per esiliarsi a Chicago. Era stimato, in quegli anni, come scienziato politico e per i suoi studi di psicologia teoretica. Ma nel 1974 vinse il premio Nobel, divenendo inviso ai marxisti e alle sinistre, in modo così morboso, assai più di quanto il liberismo possa spiegare.
Forse perché era materialista e darwiniano, ma non era di sinistra. La sua teoria della selezione competitiva delle istituzioni implicava anzi nelle scienze sociali la più reazionaria delle concezioni. Ma partiva da fondamenti materialisti, originari per ogni sinistra. Eppure con conclusioni opposte. "Siamo portati a credere erroneamente che la morale, la legge, le abilità e le istituzioni siano giustificate solo in quanto corrispondono a un qualche disegno precostituito". Ma, per Hayek esse corrispondevano a tutt'altro: ad un adeguarsi faticoso di norme comportamentali sedimentate nei millenni. Von Hayek credeva in un darwinismo in cui finiscono col prevalere le norme più efficienti: "norme che vengono semplicemente osservate nella pratica, ma che non sono mai state formulate a parole esplicitamente". E, se la più parte delle norme neppure si riesce a formularle a parole, allora era per lui ridicolo e nocivo tentare di costruirle ad arte. E del resto Hayek criticò non solo il concetto di giustizia sociale, definendolo "una formula vuota", ma anche l'utilitarismo. Marx o Rousseau o il liberismo utilitarista erano tutti per lui nel torto: ostacolavano il comporsi delle società, sovrapponendole perniciose astrazioni. Rovinavano norme evolute lentamente, ad un ordine ch'era il migliore possibile. Convinzione che tradisce in lui il reazionario che guarda indietro ammirato all'ancien régime: natura non facit saltus. Forse se ripensiamo agli argomenti che un qualunque funzionario dell'Imperial Regia Amministrazione asburgica in Italia avrebbe usato per contraddire Pellico o altri liberali commossi, dobbiamo riconoscere che sarebbero gli stessi di Hayek. Rifare l'Italia, unirla? Un azzardo costruttivistico: s' era nei Secoli lentamente selezionato un equilibrio adatto, distorcerlo avrebbe rovinato gli italiani.
Così come, per lui, avevano torto i seguaci di Keynes, nel prendere alla lettera i suoi consigli d'usare la politica monetaria per influenzare la congiuntura. I difetti della congiuntura dipendevano dall'offerta, non dalla domanda. E l'11 dicembre del 1974 il premio Nobel premiò il riconoscimento di un'evidenza. La spesa pubblica e la conseguente emissione monetaria distorcevano i prezzi relativi, senza creare occupazione. La Stagflazione, l'impotenza per un certo livello programmato d'inflazione di produrre abbastanza occupazione, screditava il keynesismo.
La Thatcher eleggeva il reazionario materialista Von Hayek, a suo campione. Poco contano ora i biasimi o gli elogi (a proposito, si è aperta due giorni da a Verona, nella bibilioteca civica, una mostra fotografica a lui dedicata).
Certo anche gli economisti suoi tifosi, gli rassomigliano in fondo assai poco. Il discorso che Von Hayek tenne in occasione del Nobel contraddiceva Keynes, ma pure screditava l'agire scientifico del 99 per cento degli economisti, seguaci di Keynes o Monetaristi. Ridicolizzò: "la tendenza degli economisti a imitare il più possibile i metodi seguiti dalle scienze fisiche con tanto successo"; ridisse insensato supporre delle relazioni di causa ed effetto tra aggregati logici come sono il PIL e quelle grandezze della contabilità nazionale da cui siamo ormai quotidianamente tediati; e ribadì che persino dalla teoria microeconomica potessero trarsi conclusioni molto modeste.
Di questo aspetto salutare delle sue idee, nessuno però tiene molto conto; così, come del fatto che egli fosse per il free banking e contro l'Euro. L'impressione è che amici e nemici n'abbiano dato un'immagine stereotipata, comunque convenzionale. Criticandolo sovente per quello in cui aveva ragione; e trascurando una evidenza assai paradossale.
Anche il boom dei mercati borsistici, la finanziarizzazione americana del sistema economico è un frutto del costruttivismo e non del libero agire delle forze economiche.
Fu la segmentazione del sistema bancario, la fine delle banche d'investimento alla tedesca, imposta dal Glass-Steagall Act, a potenziare il ruolo della borsa e della finanza nel sistema americano. Altrimenti si sarebbe mantenuto negli USA un sistema integrato banca industria.
Cosa che non è avvenuta. Ma applicandovi lo schema di Von Hayek, anche il Glass Steagall Act fu una violazione costruttivista, contro il libero svolgersi delle istituzioni.
Stranezza alla quale per certo si baderà poco, tra odi e lodi di questo centenario.
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