| Oltre il sogno di Turing di una macchina capace
di simulare il pensiero umano Intelligenza in
cerca di contesti |
| Keith Devlin, "Addio, Cartesio. La fine della logica e la ricerca di una
nuova cosmologia della mente", Bollati Boringhieri, Torino 1999, pagg.
370, L. 70.000 |
| Arcangelo Rossi, "Il fantasma dell'intelligenza. Alla ricerca della mente
artificiale", Cuen, Napoli 1998, pagg. 125, L. 20.000. | Nel 1967 Marvin Minsky, uno dei profeti dell'intelligenza artificiale (Ia),
aveva previsto che "nel giro di una generazione il problema di creare una
intelligenza artificiale" sarebbe stato "sostanzialmente risolto". Quindici
anni dopo lo stesso Minsky riconosceva che il problema dell'Ia era "uno
dei più difficili" che la scienza avesse mai affrontato.
Come fece poi osservare Drew McDermott, uno dei più convinti
sostenitori del programma di Ia, all'origine di tutte le difficoltà c'era il
problema della conoscenza basata sul senso comune. Nei nostri
ragionamenti ci serviamo continuamente, senza la minima riflessione, di
conoscenze che si basano sul senso comune. Senza un repertorio
sufficientemente ampio di queste conoscenze, un computer sarà
incapace di eseguire un ragionamento, anche elementare, su uno
scenario del mondo reale (e non su "micromondi" artificiali, sui quali
peraltro si erano esercitati con successo autori di programmi di
computer).
"Ora che il secolo XX volge al termine - affermava il filosofo
Hubert Dreyfus nel 1993 - si chiarisce che sta finendo anche uno dei grandi
sogni del secolo": il sogno di Alan Turing e di John von Neumann che un
calcolatore digitale avrebbe potuto manifestare un'intelligenza artificiale.
"Dopo cinquant'anni di sforzi, tuttavia, oggi è chiaro a tutti tranne a pochi
irriducibili che il tentativo di produrre un'intelligenza generale è fallito".
Questo non significa forse l'impossibilità, perché non è stata prodotta
alcuna dimostrazione negativa. Certo è tuttavia, concludeva Dreyfus, che
il programma di ricerca basato sul presupposto che gli esseri umani
producano intelligenza "è finito in un vicolo cieco e non c'è ragione di
credere che potrà mai avere successo".
Uno degli obiettivi posti da Turing era la realizzazione di un programma
per il gioco degli scacchi e per la comprensione del linguaggio naturale.
Se il primo obiettivo è stato raggiunto, il secondo è ben lontano
dall'esserlo. Di fatto, benché l'Ia abbia avuto successo nella costruzione
di programmi in grado di giocare a scacchi o conversare su micromondi,
"fino a oggi nessuno è riuscito a sviluppare un sistema che si possa
realmente descrivere come intelligente".
È questo il tema che fa da sfondo al denso saggio di Arcangelo Rossi
al volume di Keith Devlin. Secondo Rossi, di fronte al sostanziale
fallimento dei tentativi effettuati, "sembra non resti altro, dunque, per
tentare di riprodurre artificialmente l'intelligenza naturale, che utilizzare
materiali biologici in cui già si incarni naturalmente la soggettività
umana, già evoluti e viventi, solo sviluppati artificialmente mediante la
cosiddetta ingegneria genetica". È una scelta radicale che, al di là delle
difficoltà tecniche, presenta "problemi enormi di natura etica".
Ben diversa la prospettiva in cui si colloca Devlin. A partire da Platone,
egli osserva, la cultura occidentale è stata dominata dall'idea che
l'impostazione razionale fornisca il modo "giusto" di considerare l'attività
della mente umana. "Chi appartiene a questa tradizione razionalista ha
sempre il desiderio di spiegare il "sapere come" in termini di "sapere
che", di ridurre le capacità a fatti e regole, di spiegare un composto in
funzione dei suoi costituenti". In questa tradizione si collocano anche i
teorici dell'IA, da Turing a Minsky agli altri pionieri dell'Ia. Secondo
Devlin, una spiegazione interessante del fallimento del programma
originario dell'Ia è che "il comportamento intelligente degli esseri umani
comporta "sapere come" che non si può ridurre a "sapere che"". Perché
ci comportiamo come ci comportiamo o diciamo le cose che diciamo?
Cosa ci guida nella interpretazione delle cose che sentiamo? "Non vi è
alcuna teoria che sappia rispondere a queste domande", afferma Devlin.
Una risposta compiuta dovrebbe tener conto di uno studio logico,
psicologico, sociologico, linguistico, morale, filosofico, biologico storico e
così via. Una cornice di riferimento per esaminare l'attività cognitiva può
venire da una teoria del contesto che può consentire di spiegare la
distinzione tra comportamento logico e comportamento razionale. Come
mostra Devlin con una serie di esempi, quello che emerge da tutto ciò è
l'idea di una razionalità relativa, nell'ambito di un certo contesto. Si
potrebbe dire che "una persona si comporta razionalmente se agisce in
modo coerente con le regole di comportamento che prevalgono nel
contesto in cui si trova in quel momento".
Il tentativo di tener conto del contesto caratterizza gran parte delle
ricerche attuali sul linguaggio, il ragionamento e la comunicazione.
Tuttavia, se molti dei problemi tradizionali sono eliminati, ne emergono
altrettanti nuovi che, secondo Devlin, porteranno a un ripensamento
dell'idea stessa di teoria "scientifica". Per Devlin è ora di dire addio a
Cartesio e a Galileo, alla tradizione scientifica che ha le sue radici in
Talete e nei pitagorici, all'idea che "la matematica fornisce una chiave
per comprendere il mondo fisico e il mondo mentale". Per Galileo
l'universo era scritto in lingua matematica. Per Cartesio, "le lunghe
concatenazioni di ragionamenti semplici e facili" che "consentono di
ottenere le più difficili dimostrazioni matematiche" suggerivano l'idea che
"tutte le questioni che possono entrare nella mente umana siano
correlate nello stesso modo". Come in fisica, la matematica sarebbe
"ancella e regina" anche nelle scienze della mente.
Non c'è dubbio che la matematica abbia avuto "un successo
impressionante" in astronomia e nello studio del mondo fisico e per
questo sia giunta a occupare un ruolo centrale nel metodo scientifico.
Ma contro l'impostazione di Cartesio già Pascal protestava che "il cuore
ha le sue ragioni che la ragione non conosce". Come sostengono
Damasio e altri scienziati, anche per Devlin è ora di rinunciare alla
concezione cartesiana.
Matematici e scienziati formati secondo quella impostazione pongono
tali proposte ai margini della scienza, insieme all'astrologia, alla
medicina New Age, agli Ufo e quant'altro. Devlin, logico e matematico di formazione, sostiene invece che nel tentativo di sviluppare una
comprensione della mente e del linguaggio "ci siamo imbattuti nei limiti
delle cornici di riferimento tradizionali".
Ciò non significa affermare che la matematica non avrà alcun ruolo nelle
scienze della mente, semplicemente ne avrà uno diverso. Sarà più
importante il metodo matematico per la ricerca di schemi di base. Ci
sarà spazio, preconizza Devlin, per una specie di matematica soft che
ancora non esiste, di cui la teoria delle situazioni, sviluppata per studiare
il contesto, appare uno dei primi tentativi. La matematica sarà usata
insieme ad altri tipi di ragionamento per accrescere la comprensione di
fenomeni umani complessi.
Certo, l'argomento è controverso. Ma "la scienza è in divenire e la
controversia è molto più comune dell'accordo" osserva Devlin, convinto
che ci sono sempre più evidenze che le risposte agli antichi interrogativi
sulla natura del pensiero non si otterranno se non superando i confini
imposti da una tradizione intellettuale di oltre duemina anni. |