RASSEGNA STAMPA

22 AGOSTO 1999
UMBERTO BOTTAZZINI
Oltre il sogno di Turing di una macchina capace di simulare il pensiero umano Intelligenza in cerca di contesti
Keith Devlin, "Addio, Cartesio. La fine della logica e la ricerca di una nuova cosmologia della mente", Bollati Boringhieri, Torino 1999, pagg. 370, L. 70.000
Arcangelo Rossi, "Il fantasma dell'intelligenza. Alla ricerca della mente artificiale", Cuen, Napoli 1998, pagg. 125, L. 20.000.
Nel 1967 Marvin Minsky, uno dei profeti dell'intelligenza artificiale (Ia), aveva previsto che "nel giro di una generazione il problema di creare una intelligenza artificiale" sarebbe stato "sostanzialmente risolto". Quindici anni dopo lo stesso Minsky riconosceva che il problema dell'Ia era "uno dei più difficili" che la scienza avesse mai affrontato.
Come fece poi osservare Drew McDermott, uno dei più convinti sostenitori del programma di Ia, all'origine di tutte le difficoltà c'era il problema della conoscenza basata sul senso comune. Nei nostri ragionamenti ci serviamo continuamente, senza la minima riflessione, di conoscenze che si basano sul senso comune. Senza un repertorio sufficientemente ampio di queste conoscenze, un computer sarà incapace di eseguire un ragionamento, anche elementare, su uno scenario del mondo reale (e non su "micromondi" artificiali, sui quali peraltro si erano esercitati con successo autori di programmi di computer).
"Ora che il secolo XX volge al termine - affermava il filosofo Hubert Dreyfus nel 1993 - si chiarisce che sta finendo anche uno dei grandi sogni del secolo": il sogno di Alan Turing e di John von Neumann che un calcolatore digitale avrebbe potuto manifestare un'intelligenza artificiale.
"Dopo cinquant'anni di sforzi, tuttavia, oggi è chiaro a tutti tranne a pochi irriducibili che il tentativo di produrre un'intelligenza generale è fallito".
Questo non significa forse l'impossibilità, perché non è stata prodotta alcuna dimostrazione negativa. Certo è tuttavia, concludeva Dreyfus, che il programma di ricerca basato sul presupposto che gli esseri umani producano intelligenza "è finito in un vicolo cieco e non c'è ragione di credere che potrà mai avere successo".
Uno degli obiettivi posti da Turing era la realizzazione di un programma per il gioco degli scacchi e per la comprensione del linguaggio naturale.
Se il primo obiettivo è stato raggiunto, il secondo è ben lontano dall'esserlo. Di fatto, benché l'Ia abbia avuto successo nella costruzione di programmi in grado di giocare a scacchi o conversare su micromondi, "fino a oggi nessuno è riuscito a sviluppare un sistema che si possa realmente descrivere come intelligente".
È questo il tema che fa da sfondo al denso saggio di Arcangelo Rossi al volume di Keith Devlin. Secondo Rossi, di fronte al sostanziale fallimento dei tentativi effettuati, "sembra non resti altro, dunque, per tentare di riprodurre artificialmente l'intelligenza naturale, che utilizzare materiali biologici in cui già si incarni naturalmente la soggettività umana, già evoluti e viventi, solo sviluppati artificialmente mediante la cosiddetta ingegneria genetica". È una scelta radicale che, al di là delle difficoltà tecniche, presenta "problemi enormi di natura etica".
Ben diversa la prospettiva in cui si colloca Devlin. A partire da Platone, egli osserva, la cultura occidentale è stata dominata dall'idea che l'impostazione razionale fornisca il modo "giusto" di considerare l'attività della mente umana. "Chi appartiene a questa tradizione razionalista ha sempre il desiderio di spiegare il "sapere come" in termini di "sapere che", di ridurre le capacità a fatti e regole, di spiegare un composto in funzione dei suoi costituenti". In questa tradizione si collocano anche i teorici dell'IA, da Turing a Minsky agli altri pionieri dell'Ia. Secondo Devlin, una spiegazione interessante del fallimento del programma originario dell'Ia è che "il comportamento intelligente degli esseri umani comporta "sapere come" che non si può ridurre a "sapere che"". Perché ci comportiamo come ci comportiamo o diciamo le cose che diciamo? Cosa ci guida nella interpretazione delle cose che sentiamo? "Non vi è alcuna teoria che sappia rispondere a queste domande", afferma Devlin.
Una risposta compiuta dovrebbe tener conto di uno studio logico, psicologico, sociologico, linguistico, morale, filosofico, biologico storico e così via. Una cornice di riferimento per esaminare l'attività cognitiva può venire da una teoria del contesto che può consentire di spiegare la distinzione tra comportamento logico e comportamento razionale. Come mostra Devlin con una serie di esempi, quello che emerge da tutto ciò è l'idea di una razionalità relativa, nell'ambito di un certo contesto. Si potrebbe dire che "una persona si comporta razionalmente se agisce in modo coerente con le regole di comportamento che prevalgono nel contesto in cui si trova in quel momento".
Il tentativo di tener conto del contesto caratterizza gran parte delle ricerche attuali sul linguaggio, il ragionamento e la comunicazione.
Tuttavia, se molti dei problemi tradizionali sono eliminati, ne emergono altrettanti nuovi che, secondo Devlin, porteranno a un ripensamento dell'idea stessa di teoria "scientifica". Per Devlin è ora di dire addio a Cartesio e a Galileo, alla tradizione scientifica che ha le sue radici in Talete e nei pitagorici, all'idea che "la matematica fornisce una chiave per comprendere il mondo fisico e il mondo mentale". Per Galileo l'universo era scritto in lingua matematica. Per Cartesio, "le lunghe concatenazioni di ragionamenti semplici e facili" che "consentono di ottenere le più difficili dimostrazioni matematiche" suggerivano l'idea che "tutte le questioni che possono entrare nella mente umana siano correlate nello stesso modo". Come in fisica, la matematica sarebbe "ancella e regina" anche nelle scienze della mente.
Non c'è dubbio che la matematica abbia avuto "un successo impressionante" in astronomia e nello studio del mondo fisico e per questo sia giunta a occupare un ruolo centrale nel metodo scientifico.
Ma contro l'impostazione di Cartesio già Pascal protestava che "il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce". Come sostengono Damasio e altri scienziati, anche per Devlin è ora di rinunciare alla concezione cartesiana.
Matematici e scienziati formati secondo quella impostazione pongono tali proposte ai margini della scienza, insieme all'astrologia, alla medicina New Age, agli Ufo e quant'altro. Devlin, logico e matematico di formazione, sostiene invece che nel tentativo di sviluppare una comprensione della mente e del linguaggio "ci siamo imbattuti nei limiti delle cornici di riferimento tradizionali".
Ciò non significa affermare che la matematica non avrà alcun ruolo nelle scienze della mente, semplicemente ne avrà uno diverso. Sarà più importante il metodo matematico per la ricerca di schemi di base. Ci sarà spazio, preconizza Devlin, per una specie di matematica soft che ancora non esiste, di cui la teoria delle situazioni, sviluppata per studiare il contesto, appare uno dei primi tentativi. La matematica sarà usata insieme ad altri tipi di ragionamento per accrescere la comprensione di fenomeni umani complessi.
Certo, l'argomento è controverso. Ma "la scienza è in divenire e la controversia è molto più comune dell'accordo" osserva Devlin, convinto che ci sono sempre più evidenze che le risposte agli antichi interrogativi sulla natura del pensiero non si otterranno se non superando i confini imposti da una tradizione intellettuale di oltre duemina anni.
inizio pagina
vedi anche
Filosofia e scuola