LA CRISI DI UN LINGUAGGIO| Nel cielo oscuro della politica |
| Quando Max Weber pubblicò quel piccolo classico della
Politica come professione, frutto di una lezione magistrale
tenuta a Monaco nel 1919, non avrebbe immaginato che
quella nozione, insieme alta e terribile, si sarebbe ottant'anni
dopo immiserita nelle pieghe di una contemporaneità che le
ha tolto peso, sostanza e soprattutto chiarezza.
Perché alla fine il responso è questo: il linguaggio che la
politica parla è saltato da un pezzo. Le grandi articolazioni
del pensiero politico che la modernità ha apparecchiato
grazie ai Machiavelli, ai Bodin, agli Hobbes, ai Lockee ai
Kant, o per venire a questo secolo: a Kelsen, Schmitt o
Weber, appaiono mute e se ancora ci parlano, lo fanno
all'interno di un dibattito specialistico che poco o nulla
condivide con i fatti che accadono, ai quali con difficoltà
diamo un nome, un senso, un'identità.
E se ci capita di utilizzare le stesse parole, a volte i
medesimi concetti, che la tradizione ci ha consegnato, non si
può fare a meno di osservare che quegli strumenti lessicali ci
appaiono destituiti di forza, simili a ombre concettuali che
un'eclisse più generale del pensiero ha reso vane e
patetiche.
Possiamo aver dato l'idea che, come in tutte le cose, anche
nella politica ci sia stata una grande stagione cui
irrimediabilmente segue un periodo di decadenza e
disaffezione. Non è questo il punto. La discussione sarebbe
compromessa in partenza, se ad essa si guardasse con la
nostalgia di ciò che si è perduto e che si vorrebbe ritrovare.
Siamo così certi che parole come destra o sinistra
significhino ancora le cose che solo dieci o venti anni fa, o
magari all'inizio del secolo, indicavano? O che il concetto di
Stato o di Democrazia suggeriscano ancora quelle
esperienze fondanti che la modernità ha partorito?
A sollevare qualche dubbio ci ha pensato
Carlo Galli, che
insegna Storia del pensiero politico contemporaneo
all'Università di Bologna ed è autore, fra l'altro, della più
documentata e completa ricerca su Carl Schmitt apparsa in
Italia (Genealogia della politica, edito nel 1996 da il
Mulino). A lui si deve l'iniziativa editoriale di un nuovo
lessico della politica che vedrà la luce a settembre per il
Mulino. Quattro volumi, per ora, ciascuno dedicato a una
voce della politica: Costituzione, Stato, Democrazia e
Rappresentanza.
Lo stesso Galli, insieme a Roberto Esposito, ha da poco
consegnato all'editore Laterza un'Enciclopedia della politica,
composta all'incirca da mille voci, la cui uscita è prevista
nella prima metà del prossimo anno.
| Professor Galli, se la politica, o meglio le sue forme
concettuali sono cadute così in basso, perché continuare a
occuparsene? |
"Le risponderei con una battuta: perché nonostante tutto la
politica ha bisogno delle parole e se non chiariamo
quest'ultime, l'altra è irrimediabilmente compromessa. In
fondo anche quando è in atto uno scontro acuto, pensi alla
questione degli spot, lì è possibile cogliere giochi linguistici
diversi"
| Insomma lo scontro tra D'Alema e Berlusconi su spot e
politica non è solo una questione di potere... |
"Naturalmente il potere è una componente essenziale che
spiega il livello sordido a cui può giungere la lotta politica,
tuttavia in questo caso vedrei anche un altro aspetto, frutto
di culture differenti".
"Quando D'Alema stigmatizza la politica ridotta alla stregua
di un detersivo, implicitamente ci dice che la parola politica
è per lui qualcosa di molto diverso dalla parola
commerciale, è argomentazione. Quindi il problema solo in
parte riguarda la convenienza comunicativa, assai più
importante è che questo modo di intendere la politica nasca
da un rapporto di necessità con la storia. Non trascurerei in
questo caso il dato biografico e cioè che la cultura politica
di D'Alema si è formata nel solco della tradizione del
pensiero dialettico".
| Lei ritiene insomma che D'Alema si accosti ancora al
discorso della politica con una certa dose di sacralità. |
"In ultima analisi direi di sì. Dall'altro lato infatti abbiamo il
Polo e in particolare il suo leader che guarda alla politica
come a una attività umana tra le altre. Per cui, la parola
pronuncia la politica - la dice, la comunica - come
pronuncerebbe il business, cioè la pronuncia secondo
regole che non nascono dalla politica, ma dalla parola
stessa. Berlusconi analizza il mezzo, non la cosa. D'Alema
difende la cosa, da un mezzo che ritiene oltraggioso. Direi
che in questo scontro sopravvivono i due modi con cui la
politica ha fino a oggi presentato se stessa".
| E che cosa le dà fastidio di questa sopravvivenza? |
"Probabilmente il fatto che entrambi i linguaggi mostrano un
limite irreversibile. Sia la politica intesa come grande
narrazione ideologica, cioè la parola ideale che si fa reale,
sia quella pensata come scienza, cioè la vecchia pretesa
positivista di conoscere la politica dall'esterno, sono
entrambe tramontate. Bisognerà, credo, cominciare a
prendere in considerazione un terzo modo di ragionare".
"Posto che la parola nel suo rapporto con la politica è
veicolo di memoria e di storia, di progetti e di polemiche, si
tratta di capire in che modo tutto questo è concettualizzabile in una forma nuova. Sappiamo che entro certi limiti i
concetti della politica tengono, ma sappiamo anche che a un certo punto diventano inadeguati a spiegare un fenomeno
politico".
| Provi a fare degli esempi. |
"Un termine come Impero per duemila anni è stato una
parola chiave. Da una certa fase in poi, diciamo dal
Seicento, il concetto si è svuotato della sua forza ed è stato
progressivamente sostituito dalla parola Stato. Oggi un
termine come Sovranità è a rischio. Abbiamo di fatto
rinunciato alla sovranità economica, e a quella militare.
Perfino quella giuridica è problematica. Infatti, l'attuale
discorso sulla salvaguardia dei diritti transnazionali si sta
mangiando la parola sovranità. Per un giurista dell'Ottocento il diritto era posto dallo Stato, un giurista di oggi
quando dice diritto pensa a qualcosa che è superiore allo
Stato. E chissà se a questo punto un concetto tramontato
come quello di Impero non torni oggi a essere utile per
descrivere nuove esperienze".
| In altre parole i concetti politici sono legati a esperienze
storiche concrete. Quindi soggetti a tramontare. Ma una
volta che abbiamo accertato che alcune grandi parole della
modernità si sono indebolite, con che cosa le sostituiamo? |
"Il problema non è semplice. Non si tratta qui di sostituire
dei pezzi di un'automobile. Innanzitutto, credo, occorra
guardarsi intorno cercando di capire perché il quadro
concettuale non funziona. Certamente quello che oggi non si
può fare è ciò che fece Hobbes, il quale cambiò
radicalmente la stipulazione linguistica della politica. Invece
di ricondurre il conflitto alla decadenza, al disordine, alla
corruzione, alla malvagità, lo chiamò in un altro modo: stato
di natura, dal quale aggiunse occorreva uscire. Hobbes
ruppe un paradigma e ne istituì uno nuovo. Il suo fu un
colpo di genio che nessuno oggi può ripetere. Quel che si
può fare è affidarsi a un cervello collettivo che
riconcettualizzi la politica e crei un nuovo equilibrio tra la
politica e le cose".
| Il che la dice lunga sull'attuale stato di crisi del linguaggio
della politica. Ma non crede che a questa crisi abbia
contribuito anche la confusione nella quale versano le etiche
contemporanee? |
"Non c'è dubbio, anche perché la politica moderna si è resa
possibile grazie alla riformulazione del concetto di bene".
| Ma la celebre distinzione operata da Machiavelli tra morale
e politica, che fine fa? |
"Non è vero che la politica sia estranea all'etica. Quando
Machiavelli, visto che lo si cita, pensa al bene, lo immagina
come la gloria che si guadagna nella politica intesa come
pratica del conflitto. Un secolo più tardi, Hobbes dirà che il
bene è la salvaguardia della vita fisica del cittadino".
| In entrambi i casi il bene si discosta dal discorso teologico. |
"E' ciò che rende moderna l'etica. Anche se questi discorsi,
come sappiamo, hanno una forte identità occidentale. E'
sufficiente spostarsi al di là dell'Adriatico o a Sud del
Mediterraneo perché questo discorso sull'etica muti
radicalmente. Il che rende ancor meno universale il nostro
ragionamento".
| Non la spaventa questa fragilità concettuale? |
"Anzi, direi che questo relativismo è una buona base da cui
partire. Del resto Max Weber aveva, a differenza di Hegel,
perfettamente capito che il logos non nasce in Oriente e poi
culmina in Occidente, ma è una questione di famiglia,
diciamo pure il nostro dialetto". |