RASSEGNA STAMPA

18 AGOSTO 1999
ANTONIO GNOLI
LA CRISI DI UN LINGUAGGIO
Nel cielo oscuro della politica
Quando Max Weber pubblicò quel piccolo classico della Politica come professione, frutto di una lezione magistrale tenuta a Monaco nel 1919, non avrebbe immaginato che quella nozione, insieme alta e terribile, si sarebbe ottant'anni dopo immiserita nelle pieghe di una contemporaneità che le ha tolto peso, sostanza e soprattutto chiarezza.
Perché alla fine il responso è questo: il linguaggio che la politica parla è saltato da un pezzo. Le grandi articolazioni del pensiero politico che la modernità ha apparecchiato grazie ai Machiavelli, ai Bodin, agli Hobbes, ai Lockee ai Kant, o per venire a questo secolo: a Kelsen, Schmitt o Weber, appaiono mute e se ancora ci parlano, lo fanno all'interno di un dibattito specialistico che poco o nulla condivide con i fatti che accadono, ai quali con difficoltà diamo un nome, un senso, un'identità.
E se ci capita di utilizzare le stesse parole, a volte i medesimi concetti, che la tradizione ci ha consegnato, non si può fare a meno di osservare che quegli strumenti lessicali ci appaiono destituiti di forza, simili a ombre concettuali che un'eclisse più generale del pensiero ha reso vane e patetiche.
Possiamo aver dato l'idea che, come in tutte le cose, anche nella politica ci sia stata una grande stagione cui irrimediabilmente segue un periodo di decadenza e disaffezione. Non è questo il punto. La discussione sarebbe compromessa in partenza, se ad essa si guardasse con la nostalgia di ciò che si è perduto e che si vorrebbe ritrovare.
Siamo così certi che parole come destra o sinistra significhino ancora le cose che solo dieci o venti anni fa, o magari all'inizio del secolo, indicavano? O che il concetto di Stato o di Democrazia suggeriscano ancora quelle esperienze fondanti che la modernità ha partorito? A sollevare qualche dubbio ci ha pensato Carlo Galli, che insegna Storia del pensiero politico contemporaneo all'Università di Bologna ed è autore, fra l'altro, della più documentata e completa ricerca su Carl Schmitt apparsa in Italia (Genealogia della politica, edito nel 1996 da il Mulino). A lui si deve l'iniziativa editoriale di un nuovo lessico della politica che vedrà la luce a settembre per il Mulino. Quattro volumi, per ora, ciascuno dedicato a una voce della politica: Costituzione, Stato, Democrazia e Rappresentanza.
Lo stesso Galli, insieme a Roberto Esposito, ha da poco consegnato all'editore Laterza un'Enciclopedia della politica, composta all'incirca da mille voci, la cui uscita è prevista nella prima metà del prossimo anno.
Professor Galli, se la politica, o meglio le sue forme concettuali sono cadute così in basso, perché continuare a occuparsene?
"Le risponderei con una battuta: perché nonostante tutto la politica ha bisogno delle parole e se non chiariamo quest'ultime, l'altra è irrimediabilmente compromessa. In fondo anche quando è in atto uno scontro acuto, pensi alla questione degli spot, lì è possibile cogliere giochi linguistici diversi"
Insomma lo scontro tra D'Alema e Berlusconi su spot e politica non è solo una questione di potere...
"Naturalmente il potere è una componente essenziale che spiega il livello sordido a cui può giungere la lotta politica, tuttavia in questo caso vedrei anche un altro aspetto, frutto di culture differenti".
Si spieghi.
"Quando D'Alema stigmatizza la politica ridotta alla stregua di un detersivo, implicitamente ci dice che la parola politica è per lui qualcosa di molto diverso dalla parola commerciale, è argomentazione. Quindi il problema solo in parte riguarda la convenienza comunicativa, assai più importante è che questo modo di intendere la politica nasca da un rapporto di necessità con la storia. Non trascurerei in questo caso il dato biografico e cioè che la cultura politica di D'Alema si è formata nel solco della tradizione del pensiero dialettico".
Lei ritiene insomma che D'Alema si accosti ancora al discorso della politica con una certa dose di sacralità.
"In ultima analisi direi di sì. Dall'altro lato infatti abbiamo il Polo e in particolare il suo leader che guarda alla politica come a una attività umana tra le altre. Per cui, la parola pronuncia la politica - la dice, la comunica - come pronuncerebbe il business, cioè la pronuncia secondo regole che non nascono dalla politica, ma dalla parola stessa. Berlusconi analizza il mezzo, non la cosa. D'Alema difende la cosa, da un mezzo che ritiene oltraggioso. Direi che in questo scontro sopravvivono i due modi con cui la politica ha fino a oggi presentato se stessa".
E che cosa le dà fastidio di questa sopravvivenza?
"Probabilmente il fatto che entrambi i linguaggi mostrano un limite irreversibile. Sia la politica intesa come grande narrazione ideologica, cioè la parola ideale che si fa reale, sia quella pensata come scienza, cioè la vecchia pretesa positivista di conoscere la politica dall'esterno, sono entrambe tramontate. Bisognerà, credo, cominciare a prendere in considerazione un terzo modo di ragionare".
E cioè?
"Posto che la parola nel suo rapporto con la politica è veicolo di memoria e di storia, di progetti e di polemiche, si tratta di capire in che modo tutto questo è concettualizzabile in una forma nuova. Sappiamo che entro certi limiti i concetti della politica tengono, ma sappiamo anche che a un certo punto diventano inadeguati a spiegare un fenomeno politico".
Provi a fare degli esempi.
"Un termine come Impero per duemila anni è stato una parola chiave. Da una certa fase in poi, diciamo dal Seicento, il concetto si è svuotato della sua forza ed è stato progressivamente sostituito dalla parola Stato. Oggi un termine come Sovranità è a rischio. Abbiamo di fatto rinunciato alla sovranità economica, e a quella militare.
Perfino quella giuridica è problematica. Infatti, l'attuale discorso sulla salvaguardia dei diritti transnazionali si sta mangiando la parola sovranità. Per un giurista dell'Ottocento il diritto era posto dallo Stato, un giurista di oggi quando dice diritto pensa a qualcosa che è superiore allo Stato. E chissà se a questo punto un concetto tramontato come quello di Impero non torni oggi a essere utile per descrivere nuove esperienze".
In altre parole i concetti politici sono legati a esperienze storiche concrete. Quindi soggetti a tramontare. Ma una volta che abbiamo accertato che alcune grandi parole della modernità si sono indebolite, con che cosa le sostituiamo?
"Il problema non è semplice. Non si tratta qui di sostituire dei pezzi di un'automobile. Innanzitutto, credo, occorra guardarsi intorno cercando di capire perché il quadro concettuale non funziona. Certamente quello che oggi non si può fare è ciò che fece Hobbes, il quale cambiò radicalmente la stipulazione linguistica della politica. Invece di ricondurre il conflitto alla decadenza, al disordine, alla corruzione, alla malvagità, lo chiamò in un altro modo: stato di natura, dal quale aggiunse occorreva uscire. Hobbes ruppe un paradigma e ne istituì uno nuovo. Il suo fu un colpo di genio che nessuno oggi può ripetere. Quel che si può fare è affidarsi a un cervello collettivo che riconcettualizzi la politica e crei un nuovo equilibrio tra la politica e le cose".
Il che la dice lunga sull'attuale stato di crisi del linguaggio della politica. Ma non crede che a questa crisi abbia contribuito anche la confusione nella quale versano le etiche contemporanee?
"Non c'è dubbio, anche perché la politica moderna si è resa possibile grazie alla riformulazione del concetto di bene".
Ma la celebre distinzione operata da Machiavelli tra morale e politica, che fine fa?
"Non è vero che la politica sia estranea all'etica. Quando Machiavelli, visto che lo si cita, pensa al bene, lo immagina come la gloria che si guadagna nella politica intesa come pratica del conflitto. Un secolo più tardi, Hobbes dirà che il bene è la salvaguardia della vita fisica del cittadino".
In entrambi i casi il bene si discosta dal discorso teologico.
"E' ciò che rende moderna l'etica. Anche se questi discorsi, come sappiamo, hanno una forte identità occidentale. E' sufficiente spostarsi al di là dell'Adriatico o a Sud del Mediterraneo perché questo discorso sull'etica muti radicalmente. Il che rende ancor meno universale il nostro ragionamento".
Non la spaventa questa fragilità concettuale?
"Anzi, direi che questo relativismo è una buona base da cui partire. Del resto Max Weber aveva, a differenza di Hegel, perfettamente capito che il logos non nasce in Oriente e poi culmina in Occidente, ma è una questione di famiglia, diciamo pure il nostro dialetto".
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vedi anche
Filosofia (e) politica