RASSEGNA STAMPA

18 AGOSTO 1999
ALBERTO ARBASINO
ADORNO A 30 ANNI DALLA SUA SCOMPARSA
Quando il suo mito fu sbeffeggiato dalla contestazione
Adorno "morì di contestazione", perché non riuscì a tollerare la "mancanza di rispetto" (gerarchico, e magari geriatrico) degli studenti verso un insigne Maestro della Protesta come lui: apprendista stregone, certo, ma innanzitutto mandarino accademico. Per tutto il Sessantotto fu una belva: furibondo, come fuori di sé. Ma tutt'altro che disperato, sotto sotto? Addirittura, a tratti, raggiante nella sua collera? Si diceva: per tutta la sua carriera ha inseguito una sua vocazione evidentemente tragica. Oggi finalmente sta raggiungendo un risultato negato ai Malraux e ai Sartre, malgrado decenni di spericolate lacerazioni e tormentose contraddizioni fra gli engagements: diventare un personaggio perfettamente drammatico attraverso l'esercizio dell'alta saggistica! E infatti ne perì, a Zermatt, nell'estate del '69.
Quattro mesi prima, il primo maggio, il quartiere universitario deserto di Francoforte era devastato e affumicato come dopo una guerra civile. Lui era solo, con la moglie, in un appartamentino modestissimo sopra i luoghi dei tumulti. Rispose "venga subito!" a una telefonata verso mezzogiorno, e incominciò a gridare "I emphatically contest!" (parlavamo in inglese) fin dal pianerottolo. Molto deciso e prepotente, ma passando velocissimo dalla fierezza all'angoscia, dall'orgoglio e dall'ira furibonda a una soavità sollecita e improvvisa, quando si parlava di musica. "Cosa fa Bussotti? E' felice? Come sono le sue ultime composizioni? Fa una vita serena? Quali sono i suoi rapporti attuali con Boulez? C'è qualche cosa che posso fare per loro? Vorrei solo saperlo"... Ma non appena si passava alla letteratura: "Il senso della letteratura è come il senso della vita! Mai astratto! Sempre nel quadro o nella sfera o nella cornice di situazioni specifiche! Altrimenti è impossibile dar risposte sensate!". E si tirava su.
"E certo, secondo l'espressone di Marx, ogni opera d'arte riveste un doppio carattere di fatto sociale e di prodotto autonomo dello spirito. E proprio oggi, la società che possiede tutto diventa completamente funzionale, soggetto e oggetto di un meccanismo di auto- perpetuazione della sua condizione presente... Ebbene, l'arte sarà più che mai una non-funzione, la negazione del meccanismo, il rifiuto aperto di integrarsi in quegli ingranaggi... E non torniamo affatto con questa dichiarazione d'autonomia al vecchio principio de l'art pour l'art... quantunque Baudelaire non fosse affatto indifferente alle realtà sociali del suo tempo... E al di là della fraseologia superficiale di formule come "torre d'avorio", inoltre, si avverte un atteggiamento positivo, di altissimo livello critico...
"Nella situazione presente, la funzione dell'arte consisterà nel non sottomettersi alle tendenze commerciali onnipresenti, senza però ritirarsi o staccarsi dalla società. Dovrà, al contrario, incorporare e annettersi la realtà sociale con ogni sorta di innervazioni, penetrandone il fondo e la sostanza. Però, mai con mezzi realistici. Piuttosto, assorbendo le esperienze sociali negative nell'autonomia dell'opera d'arte... Con un solo memento: la realtà sociale non è tutto. E qui, la visione comunista dell'arte, il cosiddetto realismo socialista, risulta altrettanto mediocre e superficiale come l'idea "platonica" di un'arte del tutto distaccata dalla realtà: giacché nei due casi manca un rapporto dialettico con la realtà stessa".
Chissà se capivo Roma per Toma, quando non si usavano i registratori. Comunque mi stava addosso al taccuino, e s'arrabbiava a chiedergli se non riteneva opportuno rivedere le sue antiche condanne dei mass media.
"Niente affatto! Confermo - parola per parola - la validità di quanto ho scritto per quarant'anni contro i mass media! Addirittura, già nel '38, nel saggio Il carattere di feticcio in Musica, delineavo un programma possibile per una Pop Art futura, come montaggio di elementi decaduti e decrepiti, portati a seconda vita con un'operazione di significato tutto diverso da quello dell'industria culturale che li ha prodotti una prima volta. Però riaffermo: ogni progresso artistico autonomo si porta a vita solo fuori dalla sfera dell'industria culturale, in totale non conformismo rispetto ad essa".
Come giudicava allora il dilemma degli scrittori che vogliono la rivoluzione nella letteratura e nella società, però se vogliono raggiungere le masse di lettori e di elettori sono costretti a esprimersi con un naturalismo ottocentesco deplorevole, mentre gli scritti veramente rivoluzionari vengono decifrati solo dai clan esclusivi dei mandarini borghesi?
"Non credo affatto che importi mai a chi si diriga un'operazione culturale. Non è un criterio che riguarda l'arte, indirizzarsi a una élite oppure a una massa. Anzi, il tentativo di tanti rispettabili autori di mettersi al passo con la realtà e la politica non conta proprio niente, produce risultati scadenti e mi ispira semmai commiserazione. La rivoluzione si fa soltanto nella letteratura. In politica, è un'illusione. Chi va verso le masse, lo fa solo a spese della qualità artistica, a spese dell'immaginazione creativa. Invece di rompere attraverso la realtà, il realismo socialista per le masse vuol costringere lo scrittore ad accettare fondamentalmente il mondo così com'è, senza mai oltrepassare il dato dell'esperienza diretta. E non per nulla, un autore come Beckett risulta molto più progressivo socialmente di tanta letteratura che si pretende avanzata".
Ma allora cosa pensa e cosa insegna ai suoi studenti, adesso, di un punto decisivo come i rapporti fra Teoria e Praxis? Gli attacchi recenti alla sua persona non saranno per caso manifestazioni di amore deluso?
Qui inaspettatamente si calmava, aiutato dalla moglie. "Non bisogna neanche sopravvalutare questi ultimi sviluppi nevrastenici, né la loro possibile durata. Ormai si usa buttare la letteratura tutta quanta nella pattumiera, e limitarsi a gridare "Ho - Ho - Chi - Minh", come se questo risolvesse i problemi culturali del nostro tempo. Però questo non esprime tanto la rivoluzione quanto piuttosto un'estrema difficoltà culturale soggettiva, e le intricate confusioni dell'arte contemporanea. Infatti questi urli cinesi vengono prevalentemente emessi da agenti dell'arte e della letteratura frustrati dal sistema commerciale in cui sono immischiati e coinvolti. Queste pedine deluse dell'industria culturale non sanno intendere i veri elementi critici dell'arte, perciò invocano urlando Ho Chi Minh per sfogare i propri complessi di colpa. Ma io sono estremamente scettico sulla diretta soggezione dell'arte alle istanze politiche: per ragioni politiche, oltre che artistiche e filosofiche".
Ma ai suoi studenti, come parla attualmente? "Le mie lezioni sono state interrotte da gruppi ultra che pretendevano di obbligarmi a fare dichiarazioni politiche dirette, prendendo posizioni. Ma io mi sono rifiutato. Ora sono impegnato in un vasto lavoro di estetica. L'ho interrotto solo provvisoriamente; per qualche breve riflessione appunto sui rapporti fra Teoria e Praxis".
In quale senso?
"Che la teoria non è affatto lontana dall'arte, ecco tutto! Ambedue non devono mai intrattenere connessioni dirette, e meno che meno tentativi di identità, con la pratica! La teoria, come l'arte, risulterà tanto più stimolante quanto meno si rivolgerà alla pratica concreta! E io rifiuto - rifiuto enfaticamente! - ogni censura per la quale il pensiero teorico possa essere soggetto a un controllo sulla misura della propria applicabilità pratica!".
Allora, che cosa gli rimane di interessante, fra i recentissimi drammi e psicodrammi nella cultura tedesca?
"La nostra Scuola di Francoforte è così distinta nei temi e nelle idee che ha assai poca simpatia per i movimenti all'infuori di se stessa, anche se interessano a qualche collega personalmente. La linea centrale del pensiero tedesco mi pare comunque la nostra, sia detto pure con narcisismo. Quello che facciamo noi è importante. Quello che avviene fuori di qui mi pare debolissimo. Specialmente in filosofia".
Che differenza con Marcuse. Venne a Roma negli stessi frangenti, invitato dalle signore dei Giovedì (o Martedì) Letterari all'Eliseo: pieno di giovani e fans eccitatissimi. Non appena entrato, Marcuse si toglie con gesto atletico da cantante la giacca scura, e rimane in camicia bianca: cosa mai vista allora in un docente. Il trionfo fu immediato. Poi la conferenza fu tecnica e uggiosa, e il dibattito terra- terra.
Dopo più di due ore, il vecchio era stanco, anche per la pochezza dei discorsi. Alzandosi, si rimise meccanicamente la giacca, mentre tutti urlavano supplicandolo di fare un'assemblea per tutta la notte. Il filosofo scosse la testa e salutò. E un vocione pettegolo dalle gallerie: "Sapete perché ha fretta? Deve andare a cena da Luisa Spagnoli!". (Che era una bella ragazza intellettuale, produttrice di golfini e mecenatessa di Pop Art). L'indignazione fu tumultuosa.
Marcuse fuggì inseguito da un uragano di "buuu!".
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