ADORNO A 30 ANNI DALLA SUA SCOMPARSA| Quando il suo mito fu sbeffeggiato dalla contestazione |
| Adorno "morì di contestazione", perché non riuscì a tollerare la "mancanza di rispetto" (gerarchico, e magari geriatrico) degli studenti verso un insigne Maestro della Protesta come lui: apprendista stregone, certo, ma innanzitutto mandarino accademico. Per tutto il Sessantotto fu una belva: furibondo, come fuori di sé. Ma tutt'altro che disperato, sotto sotto? Addirittura, a tratti, raggiante nella sua collera? Si diceva: per tutta la sua carriera ha inseguito una sua vocazione evidentemente tragica. Oggi finalmente sta raggiungendo un risultato negato ai Malraux e ai Sartre,
malgrado decenni di spericolate lacerazioni e tormentose
contraddizioni fra gli engagements: diventare un personaggio
perfettamente drammatico attraverso l'esercizio dell'alta
saggistica! E infatti ne perì, a Zermatt, nell'estate del '69.
Quattro mesi prima, il primo maggio, il quartiere
universitario deserto di Francoforte era devastato e
affumicato come dopo una guerra civile. Lui era solo, con la
moglie, in un appartamentino modestissimo sopra i luoghi
dei tumulti. Rispose "venga subito!" a una telefonata verso
mezzogiorno, e incominciò a gridare "I emphatically
contest!" (parlavamo in inglese) fin dal pianerottolo. Molto
deciso e prepotente, ma passando velocissimo dalla fierezza
all'angoscia, dall'orgoglio e dall'ira furibonda a una soavità
sollecita e improvvisa, quando si parlava di musica. "Cosa
fa Bussotti? E' felice? Come sono le sue ultime
composizioni? Fa una vita serena? Quali sono i suoi
rapporti attuali con Boulez? C'è qualche cosa che posso
fare per loro? Vorrei solo saperlo"... Ma non appena si
passava alla letteratura: "Il senso della letteratura è come il
senso della vita! Mai astratto! Sempre nel quadro o nella
sfera o nella cornice di situazioni specifiche! Altrimenti è
impossibile dar risposte sensate!". E si tirava su.
"E certo, secondo l'espressone di Marx, ogni opera d'arte
riveste un doppio carattere di fatto sociale e di prodotto
autonomo dello spirito. E proprio oggi, la società che
possiede tutto diventa completamente funzionale, soggetto e
oggetto di un meccanismo di auto- perpetuazione della sua
condizione presente... Ebbene, l'arte sarà più che mai una
non-funzione, la negazione del meccanismo, il rifiuto aperto
di integrarsi in quegli ingranaggi... E non torniamo affatto
con questa dichiarazione d'autonomia al vecchio principio
de l'art pour l'art... quantunque Baudelaire non fosse affatto
indifferente alle realtà sociali del suo tempo... E al di là della
fraseologia superficiale di formule come "torre d'avorio",
inoltre, si avverte un atteggiamento positivo, di altissimo
livello critico...
"Nella situazione presente, la funzione dell'arte consisterà
nel non sottomettersi alle tendenze commerciali
onnipresenti, senza però ritirarsi o staccarsi dalla società. Dovrà, al contrario, incorporare e annettersi la realtà sociale con ogni sorta di innervazioni, penetrandone il fondo e la sostanza. Però, mai con mezzi realistici. Piuttosto, assorbendo le esperienze sociali negative nell'autonomia dell'opera d'arte... Con un solo memento: la realtà sociale non è tutto. E qui, la visione comunista dell'arte, il cosiddetto realismo socialista, risulta altrettanto mediocre e superficiale come l'idea "platonica" di un'arte del tutto distaccata dalla realtà: giacché nei due casi manca un rapporto dialettico con la realtà stessa".
Chissà se capivo Roma per Toma, quando non si usavano i registratori. Comunque mi stava addosso al taccuino, e
s'arrabbiava a chiedergli se non riteneva opportuno rivedere le sue antiche condanne dei mass media.
"Niente affatto! Confermo - parola per parola - la validità di quanto ho scritto per quarant'anni contro i mass media!
Addirittura, già nel '38, nel saggio Il carattere di feticcio in
Musica, delineavo un programma possibile per una Pop Art
futura, come montaggio di elementi decaduti e decrepiti,
portati a seconda vita con un'operazione di significato tutto
diverso da quello dell'industria culturale che li ha prodotti
una prima volta. Però riaffermo: ogni progresso artistico
autonomo si porta a vita solo fuori dalla sfera dell'industria
culturale, in totale non conformismo rispetto ad essa".
Come giudicava allora il dilemma degli scrittori che vogliono
la rivoluzione nella letteratura e nella società, però se
vogliono raggiungere le masse di lettori e di elettori sono
costretti a esprimersi con un naturalismo ottocentesco
deplorevole, mentre gli scritti veramente rivoluzionari
vengono decifrati solo dai clan esclusivi dei mandarini
borghesi?
"Non credo affatto che importi mai a chi si diriga
un'operazione culturale. Non è un criterio che riguarda
l'arte, indirizzarsi a una élite oppure a una massa. Anzi, il
tentativo di tanti rispettabili autori di mettersi al passo con la
realtà e la politica non conta proprio niente, produce risultati
scadenti e mi ispira semmai commiserazione. La rivoluzione
si fa soltanto nella letteratura. In politica, è un'illusione. Chi
va verso le masse, lo fa solo a spese della qualità artistica, a
spese dell'immaginazione creativa. Invece di rompere
attraverso la realtà, il realismo socialista per le masse vuol
costringere lo scrittore ad accettare fondamentalmente il
mondo così com'è, senza mai oltrepassare il dato
dell'esperienza diretta. E non per nulla, un autore come
Beckett risulta molto più progressivo socialmente di tanta
letteratura che si pretende avanzata".
Ma allora cosa pensa e cosa insegna ai suoi studenti,
adesso, di un punto decisivo come i rapporti fra Teoria e
Praxis? Gli attacchi recenti alla sua persona non saranno per
caso manifestazioni di amore deluso?
Qui inaspettatamente si calmava, aiutato dalla moglie. "Non
bisogna neanche sopravvalutare questi ultimi sviluppi
nevrastenici, né la loro possibile durata. Ormai si usa
buttare la letteratura tutta quanta nella pattumiera, e limitarsi
a gridare "Ho - Ho - Chi - Minh", come se questo
risolvesse i problemi culturali del nostro tempo. Però questo
non esprime tanto la rivoluzione quanto piuttosto un'estrema
difficoltà culturale soggettiva, e le intricate confusioni
dell'arte contemporanea. Infatti questi urli cinesi vengono
prevalentemente emessi da agenti dell'arte e della letteratura
frustrati dal sistema commerciale in cui sono immischiati e
coinvolti. Queste pedine deluse dell'industria culturale non
sanno intendere i veri elementi critici dell'arte, perciò
invocano urlando Ho Chi Minh per sfogare i propri
complessi di colpa. Ma io sono estremamente scettico sulla
diretta soggezione dell'arte alle istanze politiche: per ragioni
politiche, oltre che artistiche e filosofiche".
Ma ai suoi studenti, come parla attualmente?
"Le mie lezioni sono state interrotte da gruppi ultra che
pretendevano di obbligarmi a fare dichiarazioni politiche
dirette, prendendo posizioni. Ma io mi sono rifiutato. Ora
sono impegnato in un vasto lavoro di estetica. L'ho
interrotto solo provvisoriamente; per qualche breve
riflessione appunto sui rapporti fra Teoria e Praxis".
In quale senso?
"Che la teoria non è affatto lontana dall'arte, ecco tutto!
Ambedue non devono mai intrattenere connessioni dirette, e
meno che meno tentativi di identità, con la pratica! La
teoria, come l'arte, risulterà tanto più stimolante quanto
meno si rivolgerà alla pratica concreta! E io rifiuto - rifiuto
enfaticamente! - ogni censura per la quale il pensiero
teorico possa essere soggetto a un controllo sulla misura
della propria applicabilità pratica!".
Allora, che cosa gli rimane di interessante, fra i recentissimi
drammi e psicodrammi nella cultura tedesca?
"La nostra Scuola di Francoforte è così distinta nei temi e
nelle idee che ha assai poca simpatia per i movimenti
all'infuori di se stessa, anche se interessano a qualche
collega personalmente. La linea centrale del pensiero
tedesco mi pare comunque la nostra, sia detto pure con
narcisismo. Quello che facciamo noi è importante. Quello
che avviene fuori di qui mi pare debolissimo. Specialmente
in filosofia".
Che differenza con Marcuse. Venne a Roma negli stessi
frangenti, invitato dalle signore dei Giovedì (o Martedì)
Letterari all'Eliseo: pieno di giovani e fans eccitatissimi. Non
appena entrato, Marcuse si toglie con gesto atletico da
cantante la giacca scura, e rimane in camicia bianca: cosa
mai vista allora in un docente. Il trionfo fu immediato. Poi la
conferenza fu tecnica e uggiosa, e il dibattito terra- terra.
Dopo più di due ore, il vecchio era stanco, anche per la
pochezza dei discorsi. Alzandosi, si rimise meccanicamente
la giacca, mentre tutti urlavano supplicandolo di fare
un'assemblea per tutta la notte. Il filosofo scosse la testa e
salutò. E un vocione pettegolo dalle gallerie: "Sapete perché
ha fretta? Deve andare a cena da Luisa Spagnoli!". (Che
era una bella ragazza intellettuale, produttrice di golfini e
mecenatessa di Pop Art). L'indignazione fu tumultuosa.
Marcuse fuggì inseguito da un uragano di "buuu!". |