RASSEGNA STAMPA

9 AGOSTO 1999
NATALINO IRTI
Una scoperta: Campagnolo
L'unico italiano allievo di Kelsen
Il denso titolo del libro già suscita sorpresa e curiosità: H. Kelsen-U.Campagnolo, Diritto internazionale e Stato sovrano - con un inedito di H. Kelsen e un saggio di N. Bobbio, a cura di M.G. Losano (Giuffré). La dimessa veste di "curatore" non rende giustizia a Mario Losano.
Traduttore e interprete acuto dell'opera kelseniana, biografo di Renato Treves, ardito precursore nell'informatica giuridica, Losano ci dona un libro di complessa e ardua struttura. Nel quale si staglia il nome, ignoto a studiosi e profani, di Umberto Campagnolo (1904-1976): "Unico italiano allievo di Kelsen nel senso stretto del termine, nel senso cioè di aver avuto Kelsen come "DoKtorvater"". La vicenda umana e scientifica di Campagnolo è inconsueta: il 1933, esule politico in Svizzera; filosofo, convertito al diritto dalle lezioni ginevrine di Kelsen; poi, frequentatore e conversatore privato del maestro, con cui svolge la tesi di dottorato; dal 1941 - quando Kelsen è ormai negli Stati Uniti - organizzatore di cultura presso la società Olivetti; nel dopoguerra, promotore del Movimento Federalista Europeo, della Società Europea di Cultura e della rivista "Comprendre". Questo discorde e singolare cammino è ripercorso da Losano nel quadro delle "Presenze italiane in Kelsen", capitolo introduttivo, arioso e limpido affresco delle relazioni tra il maestro praghese e la nostra dottrina. Relazioni personali davvero esigue e rare, se si tolgono il lungo scambio epistolare con Giorgio Del Vecchio e, appunto, l'alunnato ginevrino di Campagnolo. Losano può ben notare che "Kelsen è presente in Italia molto più di quanto l'Italia sia presente in Kelsen". Mentre l'influenza kelseniana è penetrata in tutti gli ambiti della nostra dottrina giuridica e politologica, le presenze di autori italiani nell'opera di Kelsen si restringono a due o tre menzioni di internazionalisti e filosofi del diritto. Dunque, Campagnolo nel dicembre 1937 difende la tesi di dottorato, Nations et droit, dinanzi ad una commissione di cui è membro Hans Kelsen. Il quale detta una relazione, fino ad oggi inedita, che Losano non a torto definisce come "il testo più articolato ed esteso dedicato da Kelsen a un autore italiano contemporaneo". La relazione è un documento, insieme, di fermezza dottrinaria e di liberalismo scientifico; la tesi di Campagnolo è sottoposta a una dura e aspra critica, che non risparmia accuse di oscurità e d'incoerenza, e tuttavia si conclude con parole di esemplare probità: "Il fatto che io rifiuti la sua teoria positiva... non vuol assolutamente dire che io non ne apprezzi altamente il valore scientifico. Al contrario. Essa rappresenta un tentativo, di inconsueto interesse e notevole per le sue profonde basi filosofiche, di risolvere una serie di problemi fondamentali della scienza giuridica partendo da un punto di vista originale". Il dissenso tra maestro e allievo (ricostruito, nel saggio di Bobbio, con incisiva limpidezza) toccava un tema, che ha una stringente e ineludibile contemporaneità: dei nostri tempi, e non dei remoti anni Trenta. Kelsen, rovesciando il rapporto tra diritto statale e diritto internazionale, asseriva il primato di quest'ultimo e denunciava nel dogma della sovranità uno strumento dell'ideologia imperialistica. Nel lontano futuro egli scorgeva uno Stato universale come ordinamento giuridico unitario. Opposta la tesi di Campagnolo, il quale riduce il diritto internazionale a quella parte del diritto statale che regola i rapporti dei cittadini nei confronti degli stranieri. Lo sviluppo futuro è perciò nella "assimilazione progressiva dello straniero al cittadino", ossia non nella fondazione di una nuova cittadinanza, ma nell'allargamento della cittadinanza statale. "La meta ultima - osserva Bobbio - è, secondo questa prospettiva, così come per Kelsen, lo Stato universale, ma diverse sono le vie dall'uno e dall'altro seguite: o la trasformazione del diritto internazionale (Kelsen) o l'allargamento dello Stato (Campagnolo)". Le posizioni federaliste, assunte da Campagnolo nel dopoguerra, non sono in contrasto con la vecchia tesi di dottorato. Il federalismo, come soluzione alternativa all'imperialismo, "non può essere l'opera artificiale di giuristi e pacifisti imbelli", ma esige "una volontà politica radicata nella storia e sufficientemente forte per diventare una realtà storica". C'è, nel profondo di questo dimenticato e nobile filosofo, un crudo e severo realismo, che gli impedisce di provare (o, forse, gli nasconde e dissimula) le delusioni della storia. Scomparso nel 1976, quando la guerra fredda appena accennava a stemperarsi, non gli rimase, negli anni estremi, che l'Europa della cultura, quell'impegno del "Comprendre" capace di gettare un ponte anche fra gli Stati sovrani.
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vedi anche
Filosofia (e) politica