Una scoperta: Campagnolo| L'unico italiano allievo di Kelsen |
| Il denso titolo del libro già suscita sorpresa e curiosità: H. Kelsen-U.Campagnolo, Diritto
internazionale e Stato sovrano - con un inedito di H. Kelsen e un saggio di N. Bobbio, a cura di
M.G. Losano (Giuffré). La dimessa veste di "curatore" non rende giustizia a Mario Losano.
Traduttore e interprete acuto dell'opera kelseniana, biografo di Renato Treves, ardito precursore
nell'informatica giuridica, Losano ci dona un libro di complessa e ardua struttura. Nel quale si
staglia il nome, ignoto a studiosi e profani, di Umberto Campagnolo (1904-1976): "Unico italiano
allievo di Kelsen nel senso stretto del termine, nel senso cioè di aver avuto Kelsen come
"DoKtorvater"".
La vicenda umana e scientifica di Campagnolo è inconsueta: il 1933, esule politico in Svizzera;
filosofo, convertito al diritto dalle lezioni ginevrine di Kelsen; poi, frequentatore e conversatore
privato del maestro, con cui svolge la tesi di dottorato; dal 1941 - quando Kelsen è ormai negli Stati
Uniti - organizzatore di cultura presso la società Olivetti; nel dopoguerra, promotore del Movimento
Federalista Europeo, della Società Europea di Cultura e della rivista "Comprendre".
Questo discorde e singolare cammino è ripercorso da Losano nel quadro delle "Presenze italiane
in Kelsen", capitolo introduttivo, arioso e limpido affresco delle relazioni tra il maestro praghese e
la nostra dottrina. Relazioni personali davvero esigue e rare, se si tolgono il lungo scambio
epistolare con Giorgio Del Vecchio e, appunto, l'alunnato ginevrino di Campagnolo. Losano può ben
notare che "Kelsen è presente in Italia molto più di quanto l'Italia sia presente in Kelsen". Mentre
l'influenza kelseniana è penetrata in tutti gli ambiti della nostra dottrina giuridica e politologica, le
presenze di autori italiani nell'opera di Kelsen si restringono a due o tre menzioni di
internazionalisti e filosofi del diritto.
Dunque, Campagnolo nel dicembre 1937 difende la tesi di dottorato, Nations et droit, dinanzi ad
una commissione di cui è membro Hans Kelsen. Il quale detta una relazione, fino ad oggi inedita,
che Losano non a torto definisce come "il testo più articolato ed esteso dedicato da Kelsen a un
autore italiano contemporaneo". La relazione è un documento, insieme, di fermezza dottrinaria e di
liberalismo scientifico; la tesi di Campagnolo è sottoposta a una dura e aspra critica, che non
risparmia accuse di oscurità e d'incoerenza, e tuttavia si conclude con parole di esemplare probità:
"Il fatto che io rifiuti la sua teoria positiva... non vuol assolutamente dire che io non ne apprezzi
altamente il valore scientifico. Al contrario. Essa rappresenta un tentativo, di inconsueto interesse
e notevole per le sue profonde basi filosofiche, di risolvere una serie di problemi fondamentali della
scienza giuridica partendo da un punto di vista originale". Il dissenso tra maestro e allievo
(ricostruito, nel saggio di Bobbio, con incisiva limpidezza) toccava un tema, che ha una stringente
e ineludibile contemporaneità: dei nostri tempi, e non dei remoti anni Trenta. Kelsen, rovesciando il
rapporto tra diritto statale e diritto internazionale, asseriva il primato di quest'ultimo e denunciava
nel dogma della sovranità uno strumento dell'ideologia imperialistica.
Nel lontano futuro egli scorgeva uno Stato universale come ordinamento giuridico unitario. Opposta
la tesi di Campagnolo, il quale riduce il diritto internazionale a quella parte del diritto statale che
regola i rapporti dei cittadini nei confronti degli stranieri. Lo sviluppo futuro è perciò nella
"assimilazione progressiva dello straniero al cittadino", ossia non nella fondazione di una nuova
cittadinanza, ma nell'allargamento della cittadinanza statale. "La meta ultima - osserva Bobbio - è,
secondo questa prospettiva, così come per Kelsen, lo Stato universale, ma diverse sono le vie
dall'uno e dall'altro seguite: o la trasformazione del diritto internazionale (Kelsen) o l'allargamento
dello Stato (Campagnolo)".
Le posizioni federaliste, assunte da Campagnolo nel dopoguerra, non sono in contrasto con la
vecchia tesi di dottorato. Il federalismo, come soluzione alternativa all'imperialismo, "non può
essere l'opera artificiale di giuristi e pacifisti imbelli", ma esige "una volontà politica radicata nella
storia e sufficientemente forte per diventare una realtà storica". C'è, nel profondo di questo
dimenticato e nobile filosofo, un crudo e severo realismo, che gli impedisce di provare (o, forse, gli
nasconde e dissimula) le delusioni della storia. Scomparso nel 1976, quando la guerra fredda
appena accennava a stemperarsi, non gli rimase, negli anni estremi, che l'Europa della cultura,
quell'impegno del "Comprendre" capace di gettare un ponte anche fra gli Stati sovrani. |