'900, L'ORA DEL PERDONOUn bilancio del grande pensatore Paul Ricoeur, cui ieri è stato assegnato il premio Balzan "La storia terrificante di questo secolo ha bisogno sì del recupero della
memoria ma soprattutto del rilancio delle Beatitudini, che esprimono il vero
volto di Dio" |
| Cristiano di confessione protestante, Paul Ricoeur è uno dei più importanti filosofi
viventi. Gli chiediamo: come pensare i rapporti della fede e della ragione? Come fondare oggigiorno la morale? Con infinita gentilezza, Paul Ricoeur ci ha ricevuti a casa sua per una conversazione profonda sull'essenziale.
| La si presenta spesso come un "filosofo cristiano". Ma lei non ama molto
questa espressione... |
"La nozione di "filosofia cristiana" ha un senso molto preciso: è un tentativo di sintesi
tra la teologia - che è la strutturazione intellettuale della fede religiosa - e una
filosofia determinata. In questo senso, ci sono stati pochi "filosofi cristiani" nella
storia perché i filosofi, anche quando sono credenti tengono all'autonomia del loro
pensiero. Così San Tommaso d'Aquino tiene al carattere dimostrativo delle prove
dell'esistenza di Dio, indipendentemente dalla Rivelazione cristiana. La nozione di
"filosofo cristiano" è diventata in seguito una nozione sociologica: si scoprono, tra i
profili di pensatori, delle persone che sono conosciute come filosofi e cristiani.
Questo è il mio caso: io sono credente, cristiano di confessione protestante, ma
tengo a mantenere la distanza necessaria tra la mia fede e la mia pratica filosofica.
Preferisco definirmi come un qualcuno che professa un "cristianesimo da filosofo"".
| La sua fede cristiana viene influenzata dal suo pensiero filosofico? |
"Certamente, ma è vero anche l'inverso. La mia convinzione religiosa mi rende
attento a problemi come quello dell'esistenza del male, della sofferenza, della
responsabilità, della connessione tra amore e giustizia. È come una sorte di
attenzione, come un focolaio di luce proiettata dalla fede su una regione privilegiata
della riflessione".
| La ragione sola non può condurci a un Dio personale? |
"No, dato che la credenza in un Dio personale viene dalla Rivelazione: la sola
ragione, al massimo, ci porta a intuire l'esistenza di un assoluto. Assoluto di cui
vediamo la traccia nella lingua".
"Nessuno ha inventato il linguaggio. Ci precede sempre, è sempre là prima che
iniziamo a parlare, è sempre presupposto. Non è per nulla che i cristiani evocano la
Parola di Dio. La parola è, secondo me, contemporaneamente umana e più che
umana. Essa è, per riprendere una espressione di Emmanuel Lévinas, una traccia di
Dio".
| La fede rimane nell'ordine dell'indicibile? |
"Non direi che la fede è nell'ordine dell'indicibile. Io credo che il simbolismo
fondamentale del cristianesimo - la figura del servitore sofferente che dà la sua vita
per i suoi amici -, è immediatamente accessibile. Ogni uomo può capire ciò. Entrare
nel movimento della credenza, significa decidere di fare di questo servitore, di Gesù
Cristo, l'organizzatore della propria vita, della comprensione di sé e dei propri
rapporti con gli altri. Con la fede, non siamo quindi nell'irrazionale. Se la ragione
sola non può condurci alla fede, la fede non si oppone alla ragione e suscita un
sovrappiù di ragione".
| E se lei dovesse, personalmente, rendere conto della sua fede, che cosa
direbbe, Paul Ricoeur? |
"Io fondo la mia comprensione del mondo, degli altri e di me stesso sulla figura
simbolica del servitore sofferente, ovvero su un amore che non può essere estorto
ma offerto. Il servitore sofferente, "l'agnello di Dio", è esattamente il contrario del
"capro espiatorio"".
| Che cosa intende per capro espiatorio? |
"Colui che tutti si mettono d'accordo per escludere per preservare l'unità del
gruppo. Nel cristianesimo, al contrario, il gruppo è fondato da una vittima che è
stata esclusa dagli altri ma che, accettando di essere esclusa, ha denunciato e messo
a nudo il sistema del "capro espiatorio". Con la logica simbolica della vittima
consenziente, la Croce viene sottratta ad una interpretazione puramente punitiva, in
termini di retribuzione (il sangue versato in cambio della Salvezza), fatto a cui
Giobbe aveva già posto termine con la propria sofferenza. La straordinaria potenza
di Gesù risiede in una sacrificio consentito che va a distruggere definitivamente tutto
il sistema vittimario. È quello che sottolinea San Giovanni quando fa dire a Gesù: "La
mia vita, nessuna la prenda! Sono io che la dono"".
| Si nasce cristiani o lo si diventa? |
"Io credo che si è "pagani" di nascita e che si può diventare progressivamente
cristiani. Io sono personalmente abbastanza lontano dall'idea di una conversione
immediata, abbagliante, che taglia la vita in due. Questo succede, certamente, ma
non è il mio caso. Esiste, al contrario, quello che io chiamo tempo di "ripresa". Io
sono stato segnato da dei momenti particolarmente forti nella mia adolescenza e poi
durante la mia prigionia. Questi cinque anni di privazione della libertà sono stati per
me un tempo di pazienza e di grande meditazione. La fede è un cammino...".
| Lei evoca la sua prigionia durante la guerra. Per molte donne e uomini di
questo secolo, l'esperienza del male e della sofferenza li ha portati al rifiuto
di Dio... |
"Nella figura del servitore sofferente, non vedo nulla che sia smentito dalla
sofferenza dell'uomo, al contrario. Ciò che viene attribuito al male, è probabilmente
profondamente rovinato, è il concetto di onnipotenza di Dio. Senza alcun dubbio
passare dalla figura di un Dio onnipotente alla figura del servitore sofferente costa
molto per una parte della teologia. Ma senza dubbio costa molto pensare l'uomo e
Dio ad Auschwitz, dopo che il nostro secolo ha dimostrato che il male assoluto è
effettivo".
| In lei non c'è nessuna rivolta a Dio che non impedisce Auschwitz? |
"Intervenire, è ciò che un essere potente può fare per un essere debole. Si tratta
quindi ancora di un modello di relazione di potere. Il solo potere di Dio è l'amore
disarmato. È un sogno di tirannia pensare che Dio potrebbe così intervenire nella
storia. Dio non ha altra potenza che quella di amare e di indirizzarci quando siamo
nella sofferenza, di offrirci una parola di soccorso. La nostra difficoltà è di poterlo
sentire. Non ho nulla da dire a coloro che dicono: "Esiste troppo male perché possa
credere in Dio". Posso solo sperare che il simbolo del servitore sofferente e
rinunciante a ogni potere per amore parli loro. La morte del servitore sofferente sulla
Croce ha appena rotto definitivamente questa idea con una specie di ricompensa
dovuta a Dio. Dio non vuole la nostra sofferenza ma non ha il potere di impedirlo".
| Secondo lei, fino a che punto possiamo parlare di "morale cristiana"? |
"Più che una morale cristiana, preferisco pensare ad una lettura cristiana della
morale. C'è stata la morale prima del cristianesimo e ancor prima del giudaismo. È
in un'umanità già moralmente costituita, strutturata, che il cristianesimo ha portato la
sua predicazione, ma per parlare precisamente d'altro e non della morale: parlare di
questo amore della vittima innocente. Con il messaggio di Cristo, noi siamo piuttosto
nel sopra-morale, ciò che oltrepassa ogni morale concreta... Si potrebbero
identificare due tipi di etica: l'etica della equivalenza, che è l'etica della giustizia in cui
si vagliano ugualmente i diritti degli uni e degli altri. E l'etica della sovrabbondanza,
rivelata dal cristianesimo, che è l'etica dell'amore. Paolo dice che: "Là dove la pesca
è stata abbondante, la grazia è stata sovrabbondante". È nel rapporto tra questa
abbondanza e questa sovrabbondanza che io vedo il segno del religioso".
| Direbbe che il cuore della morale cristiana è il perdono? |
"La pratica del perdono è essenziale. Esiste la sovrabbondanza nel perdono. Il
perdono è sempre qualche cosa che non è obbligato".
| Il perdono è umanamente possibile? |
"Bisogna avere la prudenza, la moderazione che noi troviamo perfino nel Nostro
Padre: "Perdonaci i nostri peccati come noi li perdoniamo". Noi possiamo credere
in Dio, figura di perdono, nella misura in cui abbiamo una certa esperienza di aver
ricevuto ed esercitato il perdono nella realtà quotidiana. Oppure occorre
riconoscere che il perdono è molto più difficile di quanto si possa credere. Perché
perdonare non significa assolvere, eliminare un debito, ma significa restaurare una
memoria. E noi cozziamo contro l'irreparabile, l'inevitabile e anche, eventualmente,
l'imperdonabile. Vladimir Jankélevitch può essere qui capito quando afferma che
ogni domanda di perdono può incontrare un rifiuto. Il perdono non va da sé".
| Cosa intende lei per "restaurazione della memoria"? |
"Si tratta di aiutare colui a cui si perdona a capire sé stesso, ad accettare sé stesso,
a rinunciare a qualche sua pretesa relativa alla gloria e all'umiliazione. Se noi non
abbiamo fatto questo cammino, non vedo come possiamo pretendere di aiutare un
altro a farlo. È quindi un'esperienza di reciprocità straordinariamente difficile e
costosa. È un dolore poiché, nel perdono, noi abbiamo qualche cosa da perdere. È
d'altra parte molto evangelico: "Chi vuole salvare la propria vita la perderà""..
| Infine, per lei, il cuore della fede cristiana, non è la compassione? |
"Sì, senza esitare. Poiché avere pietà significa smettere di accusare. È percepire
l'altro come vittima ma, più fondamentalmente, come sofferente. La storia
terrificante di questo XX secolo, collegata alla mia propria esperienza della
sofferenza e del dolore, è stata per me l'occasione di riflettere sulla compassione. Il
mio primo movimento verso la disgrazia, non è di cercare un accusato, ma di
distinguere bene la vittima. È una questione di orientamento dello sguardo".
| Questo sguardo portato sulla sofferenza permette ancor di osare a
pronunciare le Beatitudini? |
"È soprattutto nell'orizzonte sofferente del nostro XX secolo che le Beatitudini
gridano e che occorre recitarle. "Beati coloro che piangono, saranno consolati". Io
preferisco la traduzione di Chouraqui che, al posto della parola "beati" scelse
l'espressione "sono in piedi", "sono in cammino". Le Beatitudini sono un invito al
cammino: "Alzatevi"".
| Le Beatitudini sono, per lei, il "volto" di Dio? |
"Sì, io credo che non si possa dire meglio e proclamare Dio, "svelare" meglio il suo
viso che proclamando le Beatitudini. Evocando il "volto" di Dio, l'uomo ha scelto di
metaforizzare la parte del corpo umano più esposta. Il volto umano è il luogo
dell'estrema vulnerabilità ma, anche, con la bocca e con gli occhi, il luogo dell'uscita
da sé. È il luogo della singolarità. Io credo che il volto sia la sola icona che noi
abbiamo di Dio. E questo volto umano, volto di Dio, è anche il volto della
debolezza, della non potenza di Dio, e in questo senso solamente, della potenza di
Dio". |