RASSEGNA STAMPA

8 AGOSTO 1999
BERTRAND REVILLON
'900, L'ORA DEL PERDONO
Un bilancio del grande pensatore Paul Ricoeur, cui ieri è stato assegnato il premio Balzan
"La storia terrificante di questo secolo ha bisogno sì del recupero della memoria ma soprattutto del rilancio delle Beatitudini, che esprimono il vero volto di Dio"
Cristiano di confessione protestante, Paul Ricoeur è uno dei più importanti filosofi viventi. Gli chiediamo: come pensare i rapporti della fede e della ragione? Come fondare oggigiorno la morale? Con infinita gentilezza, Paul Ricoeur ci ha ricevuti a casa sua per una conversazione profonda sull'essenziale.
La si presenta spesso come un "filosofo cristiano". Ma lei non ama molto questa espressione...
"La nozione di "filosofia cristiana" ha un senso molto preciso: è un tentativo di sintesi tra la teologia - che è la strutturazione intellettuale della fede religiosa - e una filosofia determinata. In questo senso, ci sono stati pochi "filosofi cristiani" nella storia perché i filosofi, anche quando sono credenti tengono all'autonomia del loro pensiero. Così San Tommaso d'Aquino tiene al carattere dimostrativo delle prove dell'esistenza di Dio, indipendentemente dalla Rivelazione cristiana. La nozione di "filosofo cristiano" è diventata in seguito una nozione sociologica: si scoprono, tra i profili di pensatori, delle persone che sono conosciute come filosofi e cristiani.
Questo è il mio caso: io sono credente, cristiano di confessione protestante, ma tengo a mantenere la distanza necessaria tra la mia fede e la mia pratica filosofica.
Preferisco definirmi come un qualcuno che professa un "cristianesimo da filosofo"".
La sua fede cristiana viene influenzata dal suo pensiero filosofico?
"Certamente, ma è vero anche l'inverso. La mia convinzione religiosa mi rende attento a problemi come quello dell'esistenza del male, della sofferenza, della responsabilità, della connessione tra amore e giustizia. È come una sorte di attenzione, come un focolaio di luce proiettata dalla fede su una regione privilegiata della riflessione".
La ragione sola non può condurci a un Dio personale?
"No, dato che la credenza in un Dio personale viene dalla Rivelazione: la sola ragione, al massimo, ci porta a intuire l'esistenza di un assoluto. Assoluto di cui vediamo la traccia nella lingua".
Mi spieghi.
"Nessuno ha inventato il linguaggio. Ci precede sempre, è sempre là prima che iniziamo a parlare, è sempre presupposto. Non è per nulla che i cristiani evocano la Parola di Dio. La parola è, secondo me, contemporaneamente umana e più che umana. Essa è, per riprendere una espressione di Emmanuel Lévinas, una traccia di Dio".
La fede rimane nell'ordine dell'indicibile?
"Non direi che la fede è nell'ordine dell'indicibile. Io credo che il simbolismo fondamentale del cristianesimo - la figura del servitore sofferente che dà la sua vita per i suoi amici -, è immediatamente accessibile. Ogni uomo può capire ciò. Entrare nel movimento della credenza, significa decidere di fare di questo servitore, di Gesù Cristo, l'organizzatore della propria vita, della comprensione di sé e dei propri rapporti con gli altri. Con la fede, non siamo quindi nell'irrazionale. Se la ragione sola non può condurci alla fede, la fede non si oppone alla ragione e suscita un sovrappiù di ragione".
E se lei dovesse, personalmente, rendere conto della sua fede, che cosa direbbe, Paul Ricoeur?
"Io fondo la mia comprensione del mondo, degli altri e di me stesso sulla figura simbolica del servitore sofferente, ovvero su un amore che non può essere estorto ma offerto. Il servitore sofferente, "l'agnello di Dio", è esattamente il contrario del "capro espiatorio"".
Che cosa intende per capro espiatorio?
"Colui che tutti si mettono d'accordo per escludere per preservare l'unità del gruppo. Nel cristianesimo, al contrario, il gruppo è fondato da una vittima che è stata esclusa dagli altri ma che, accettando di essere esclusa, ha denunciato e messo a nudo il sistema del "capro espiatorio". Con la logica simbolica della vittima consenziente, la Croce viene sottratta ad una interpretazione puramente punitiva, in termini di retribuzione (il sangue versato in cambio della Salvezza), fatto a cui Giobbe aveva già posto termine con la propria sofferenza. La straordinaria potenza di Gesù risiede in una sacrificio consentito che va a distruggere definitivamente tutto il sistema vittimario. È quello che sottolinea San Giovanni quando fa dire a Gesù: "La mia vita, nessuna la prenda! Sono io che la dono"".
Si nasce cristiani o lo si diventa?
"Io credo che si è "pagani" di nascita e che si può diventare progressivamente cristiani. Io sono personalmente abbastanza lontano dall'idea di una conversione immediata, abbagliante, che taglia la vita in due. Questo succede, certamente, ma non è il mio caso. Esiste, al contrario, quello che io chiamo tempo di "ripresa". Io sono stato segnato da dei momenti particolarmente forti nella mia adolescenza e poi durante la mia prigionia. Questi cinque anni di privazione della libertà sono stati per me un tempo di pazienza e di grande meditazione. La fede è un cammino...".
Lei evoca la sua prigionia durante la guerra. Per molte donne e uomini di questo secolo, l'esperienza del male e della sofferenza li ha portati al rifiuto di Dio...
"Nella figura del servitore sofferente, non vedo nulla che sia smentito dalla sofferenza dell'uomo, al contrario. Ciò che viene attribuito al male, è probabilmente profondamente rovinato, è il concetto di onnipotenza di Dio. Senza alcun dubbio passare dalla figura di un Dio onnipotente alla figura del servitore sofferente costa molto per una parte della teologia. Ma senza dubbio costa molto pensare l'uomo e Dio ad Auschwitz, dopo che il nostro secolo ha dimostrato che il male assoluto è effettivo".
In lei non c'è nessuna rivolta a Dio che non impedisce Auschwitz?
"Intervenire, è ciò che un essere potente può fare per un essere debole. Si tratta quindi ancora di un modello di relazione di potere. Il solo potere di Dio è l'amore disarmato. È un sogno di tirannia pensare che Dio potrebbe così intervenire nella storia. Dio non ha altra potenza che quella di amare e di indirizzarci quando siamo nella sofferenza, di offrirci una parola di soccorso. La nostra difficoltà è di poterlo sentire. Non ho nulla da dire a coloro che dicono: "Esiste troppo male perché possa credere in Dio". Posso solo sperare che il simbolo del servitore sofferente e rinunciante a ogni potere per amore parli loro. La morte del servitore sofferente sulla Croce ha appena rotto definitivamente questa idea con una specie di ricompensa dovuta a Dio. Dio non vuole la nostra sofferenza ma non ha il potere di impedirlo".
Secondo lei, fino a che punto possiamo parlare di "morale cristiana"?
"Più che una morale cristiana, preferisco pensare ad una lettura cristiana della morale. C'è stata la morale prima del cristianesimo e ancor prima del giudaismo. È in un'umanità già moralmente costituita, strutturata, che il cristianesimo ha portato la sua predicazione, ma per parlare precisamente d'altro e non della morale: parlare di questo amore della vittima innocente. Con il messaggio di Cristo, noi siamo piuttosto nel sopra-morale, ciò che oltrepassa ogni morale concreta... Si potrebbero identificare due tipi di etica: l'etica della equivalenza, che è l'etica della giustizia in cui si vagliano ugualmente i diritti degli uni e degli altri. E l'etica della sovrabbondanza, rivelata dal cristianesimo, che è l'etica dell'amore. Paolo dice che: "Là dove la pesca è stata abbondante, la grazia è stata sovrabbondante". È nel rapporto tra questa abbondanza e questa sovrabbondanza che io vedo il segno del religioso".
Direbbe che il cuore della morale cristiana è il perdono?
"La pratica del perdono è essenziale. Esiste la sovrabbondanza nel perdono. Il perdono è sempre qualche cosa che non è obbligato".
Il perdono è umanamente possibile?
"Bisogna avere la prudenza, la moderazione che noi troviamo perfino nel Nostro Padre: "Perdonaci i nostri peccati come noi li perdoniamo". Noi possiamo credere in Dio, figura di perdono, nella misura in cui abbiamo una certa esperienza di aver ricevuto ed esercitato il perdono nella realtà quotidiana. Oppure occorre riconoscere che il perdono è molto più difficile di quanto si possa credere. Perché perdonare non significa assolvere, eliminare un debito, ma significa restaurare una memoria. E noi cozziamo contro l'irreparabile, l'inevitabile e anche, eventualmente, l'imperdonabile. Vladimir Jankélevitch può essere qui capito quando afferma che ogni domanda di perdono può incontrare un rifiuto. Il perdono non va da sé".
Cosa intende lei per "restaurazione della memoria"?
"Si tratta di aiutare colui a cui si perdona a capire sé stesso, ad accettare sé stesso, a rinunciare a qualche sua pretesa relativa alla gloria e all'umiliazione. Se noi non abbiamo fatto questo cammino, non vedo come possiamo pretendere di aiutare un altro a farlo. È quindi un'esperienza di reciprocità straordinariamente difficile e costosa. È un dolore poiché, nel perdono, noi abbiamo qualche cosa da perdere. È d'altra parte molto evangelico: "Chi vuole salvare la propria vita la perderà""..
Infine, per lei, il cuore della fede cristiana, non è la compassione?
"Sì, senza esitare. Poiché avere pietà significa smettere di accusare. È percepire l'altro come vittima ma, più fondamentalmente, come sofferente. La storia terrificante di questo XX secolo, collegata alla mia propria esperienza della sofferenza e del dolore, è stata per me l'occasione di riflettere sulla compassione. Il mio primo movimento verso la disgrazia, non è di cercare un accusato, ma di distinguere bene la vittima. È una questione di orientamento dello sguardo".
Questo sguardo portato sulla sofferenza permette ancor di osare a pronunciare le Beatitudini?
"È soprattutto nell'orizzonte sofferente del nostro XX secolo che le Beatitudini gridano e che occorre recitarle. "Beati coloro che piangono, saranno consolati". Io preferisco la traduzione di Chouraqui che, al posto della parola "beati" scelse l'espressione "sono in piedi", "sono in cammino". Le Beatitudini sono un invito al cammino: "Alzatevi"".
Le Beatitudini sono, per lei, il "volto" di Dio?
"Sì, io credo che non si possa dire meglio e proclamare Dio, "svelare" meglio il suo viso che proclamando le Beatitudini. Evocando il "volto" di Dio, l'uomo ha scelto di metaforizzare la parte del corpo umano più esposta. Il volto umano è il luogo dell'estrema vulnerabilità ma, anche, con la bocca e con gli occhi, il luogo dell'uscita da sé. È il luogo della singolarità. Io credo che il volto sia la sola icona che noi abbiamo di Dio. E questo volto umano, volto di Dio, è anche il volto della debolezza, della non potenza di Dio, e in questo senso solamente, della potenza di Dio".
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vedi anche
Filosofia e Religione