RASSEGNA STAMPA

23 LUGLIO 1999
ANTONIO GNOLI
LE RIFLESSIONI DI UN ECONOMISTA
Sraffa Rivoluzione a Cambridge
Una nuova edizione di "Produzione di merci a mezzo di merci" e una biografia dello studioso italiano
Piero Sraffa, "Produzione di merci a mezzo di merci", a cura Fabio Ranchetti, Einaudi, pagg. 127, lire 24.000
Provate a immaginare un libro di centotrenta paginette, oscuro, enigmatico, difficile quant'altri pochi e poi pensate che quel libro, così asciutto nella forma e serrato nell'argomentazione, abbia rivoluzionato un certo modo di pensare l'economia. Sembra un gioco di prestigio, o magari una mera provocazione intellettuale. E invece è qualcosa di più intenso e complesso. Uno di quei frutti che lentamente maturano nella testa di un uomo e solo dopo anni vedono la luce. In fondo la vicenda di Produzione di merci a mezzo di merci di Piero Sraffa (1898-1983) può riassumersi in questa circostanza nella quale lo stile di pensiero somma rarefazione, talento e caparbietà.
Nessuno tra gli economisti di questo secolo fu così ostinato quanto questo schivo piemontese (era nato a Torino) nell'inseguire l'essenzialità e la cura per il dettaglio. Si direbbe che nell'attraversamento di quel grande mare che è l'economia egli abbia adottato una sola grande, e semplicissima, regola: stare ai fatti. Può apparire una cosa ovvia. Ma come vedremo così non è.
Fu nel 1960 che Produzione di merci a mezzo di merci vide la luce. Uscì contemporaneamente nell'edizione inglese e in quella italiana, pubblicata da Einaudi. A quasi quarant'anni quell'opera esce a giorni in una nuova edizione che si avvale di una pregevole introduzione di Fabio Ranchetti (Einaudi, pagg. 127, lire 24.000). La circostanza che si torni a parlare di Sraffa è anche arricchita dall' iniziativa dell'editore Laterza di pubblicare un'agile ed essenziale biografia, curata da Alessandro Roncaglia, che di Sraffa fu uno degli ultimi allievi (Sraffa, pagg. 146, lire 18.000).
A ben guardare la vita e le opere di questo singolare personaggio, che lasciò l'Italia e si stabilì a Cambridge dalla seconda metà degli anni Venti fino alla morte, mostrano più di un punto di contatto. La stessa riservatezza che circondò il suo carattere, è riscontrabile nei suoi scritti che come è noto sono pochissimi e tutti essenziali. Raramente un uomo è stato così avaro nello spendere la parola: nel renderla lezione per gli altri sotto la forma dell'oralità e dello scritto.
Si racconta, che invitato da Keynes, che ne aveva intuito il talento, come Fellow al Trinity College, Sraffa avesse a un certo punto della sua esperienza accademica preferito interrompere le usuali lezioni per gli studenti. Pur di non perdere la sua preziosa collaborazione, Keynes gli affidò allora la direzione della Biblioteca di economia. Un incarico che Sraffa ha svolto fino all'ultimo con una devozione straordinaria.
Quelli che lo hanno conosciuto ne sottolineano la presenza discreta, i colloqui informali con gli studenti, il dialogo serrato con i colleghi, le visite di giovani economisti italiani e di vecchi amici, quasi tutti legati agli azionisti e al partito comunista italiano. In gioventù Sraffa era stato amico di Gramsci e aveva cercato in tutti i modi di aiutare il leader comunista per alleviargli le pene del carcere, inviandogli libri e riviste.
Negli ultimi anni della vita credo gli pesasse non poco quell'alone di leggenda che gli amici, ma anche gli avversari, gli avevano creato intorno. Stanco di sentirsi ripetere le solite domande sui rapporti fra lui e Gramsci, finì con l'ammettere una vaga conoscenza, talmente superficiale da non poterne parlare. Condiva così d'ironia la sua discrezione proverbiale.
In questo vi è una curiosa somiglianza con Wittgenstein, con il quale del resto Sraffa ebbe numerose e feconde discussioni. Provate a immaginare questi due uomini "soli" in quel giardino della conoscenza che fu Cambridge negli anni Venti e Trenta. E vedrete che la passione assoluta che li divorò era quella di fornire una spiegazione incontrovertibile di ciò che accade nel mondo della filosofia e in quello dell'economia. Entrambi si mostrarono così intellettualmente esigenti da non consegnare nulla della propria produzione che non fosse all'altezza delle loro inarrivabili aspettative. E non è un caso che Wittgenstein in vita pubblicò soltanto il Tractatus, mentre Sraffa impiegò più di trent'anni prima di dare alle stampe il suo capolavoro. E del resto, stessa sorte toccò a quell'altro monumento sraffiano che è l'edizione da lui curata (all'ultimo con l'aiuto di Maurice Dobb) delle opere di Ricardo.
Si è insistito sul rapporto fra i due non solo per l'umana singolarità che in qualche modo li accomunò e neanche tanto per le ormai note dichiarazioni con cui Wittgenstein riconosceva a Sraffa un ruolo non trascurabile nello sviluppo delle sue idee. Ma soprattutto perché - a ben guardare - lo stile di pensiero che anima Produzione di merci a mezzo di merci è assai prossimo a quello riscontrabile nel Wittgenstein delle Ricerche filosofiche.
Di che cosa stiamo parlando, di filosofia o di economia? Probabilmente di entrambe le cose, anche se non troverete una sola notazione in Produzione di merci a mezzo di merci che travalichi l'obiettivo che Sraffa si è dato. E cioè portare finalmente alla luce la lunga serie di equivoci e contraddizioni che avvolgono la "scuola marginalista". Non a caso il sottotitolo del libro recita: "Premesse a una critica della teoria economica" dove, al di là della tenue assonanza con la critica marxiana, si evince che lo scopo di Sraffa è infliggere un colpo mortale all'economia neoclassica.
Il lettore che si accostasse a questo testo scoprirebbe alcune difficoltà tecniche che non vanno sottovalutate. Un impianto matematico, composto da equazioni lineari, sorregge il ragionamento sraffiano attorno alla merce e al sistema di produzione. Inoltre, a renderne difficoltosa la lettura, concorre la sua estrema essenzialità. Al punto che Produzione di merci a mezzo di merci ci si dispiega come un distillato di frasi rigorose frutto di un ragionamento durato più di trent'anni.
Il che naturalmente non ha impedito che il libro diventasse un cult degli studi economici e aprisse negli anni Settanta, in particolare in Italia, un dibattito attorno alla teoria del valore. Discussione che fu accesa e interessante, ma condizionata in modo eccessivo dalla allora ingombrante presenza di Marx. Che ha certamente un posto di rilievo nella riflessione di Sraffa, ma non altrettanto decisivo quanto quello di Quesnay, Smith e Ricardo.
Detto molto alla buona ciò che Sraffa ha in mente è un ritorno ai principi dell'economia classica, pur corretti dagli apporti successivi. Si tratta insomma di riabilitare il punto di vista di Smith e Ricardo che la "scuola marginalista" (il cui nome più illustre fu quello di Marshall) aveva offuscato.
Al centro della riflessione di Produzione di merci a mezzo di merci (si noti a questo riguardo il riferimento alla circolarità che è un tema dell'economia classica) Sraffa pone la questione del sovrappiù, che è ciò che resta del prodotto sociale una volta che è stata reintegrata quella parte che occorre per la riproduzione dell'economia. In altre parole, superata un'economia di pura sussistenza, il problema è capire a quale tipo di redistribuzione va assoggettato il reddito.
Per gli economisti neoclassici la questione non si pone, giacché il punto di equilibrio dei rapporti fra salario e profitto è determinato, in proporzione, dalle quote produttive di capitale e lavoro. In altri termini, secondo il punto di vista neoclassico, tra capitale e lavoro, tra salario e profitto, non può esserci conflitto. E' appunto questa idea di armonia - frutto del resto di un più generale equilibrio fra domanda e offerta - che Sraffa respinge.
La redistribuzione del reddito è ai suoi occhi un problema che solo in parte si risolve nella logica dei fattori di produzione. Altrettanto fondamentale risulta essere il ruolo della politica, dalla cui azione può dipendere la variazione del rapporto tra salario e profitto.
Sarebbe interessante sottoporre le analisi sraffiane al vaglio dei radicali mutamenti che la società industriale ha subito in questi anni. Ma un punto certamente resta fermo. Quell'analisi fu il frutto di una temperie straordinaria, scatenatasi negli anni Trenta, in cui gli apparati e le grandi strutture organizzative ebbero un peso talmente forte da ridicolizzare l'idea che l'economia fosse il risultato delle preferenze dei singoli soggetti.
Non è un caso, del resto, che Produzione di merci a mezzo di merci uscì negli stessi anni in cui per un verso Foucault e per un altro Levi-Strauss avevano decretato la morte del soggetto.
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