Le "cause" da Cartesio a HumeLa ricostruzione di un concetto centrale nello sviluppo del pensiero moderno Per Popper è un concetto metafisica di cui possiamo fare a meno |
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| Kenneth Clatterbaugh, "The Causation Debate in Modern Philophy 1637-1739", Routledge, New York-London 1999, pagg. 240, $ 19,95. | "La legge di causalità non è una legge, ma la forma di una legge", scrive Wittgenstein nel Tractatus logico-philophicus; e Popper, nella Logica della Scoperta scientifica, afferma che: "La credenza della causalità, non è nient'altro che una tipica ipostatizzazione metafisica di una regola metodologica ben giustificata: la decisione dello scienziato di non abbandonare mai la ricerca di leggi". Mentre il termine "causa" risulta - di per sé - quasi del tutto assente nei testi scientifici degli ultimi tre secoli, tale concetto è stato comunque al centro di una riflessione epistemologica che ha contribuito, in modo decisivo, nel costituirsi di ciò che oggi chiamiamo "scienza". e rappresenta uno dei temi privilegiati in base a cui possono essere ricostruite le vicende della filosofia moderna.
Al dibattilo sulla causalità svoltosi fra lì data di pubblicazione del Discorso sul metodo di Cartesio (1637) e quella del Trattato sulla natura umana di Hume (1739) è dedicato il libro di Kenneth Clatterbaugh, la prima opera monografica che fornisce una sintesi critica sull'argomento. Nel periodo esaminato, a parere dell'autore, alcuni grandi mutamenti investono tale nozione. Innanzitutto, essa viene marcatamente semplificata (dei quattro tipi di causa aristotelico-scolastica - materiale, formale, efficiente, finale - sopravvive solo quella efficiente). In secondo luogo, il processo causale viene naturalizzato (le cause non sono più viste come necessarie, sotto il profilo logico e metafisico), alla produzione degli effetti, e l'intervento di Dio. che precedentemente costituiva lo stesso paradigma esplicativo, diviene irrilevante per la comprensione dei fenomeni). Infine, l'interesse circa gli aspetti metafisici del problema tende a svanire, poiché questi ultimi sono considerati irrisolvibili e comunque di poca importanza: con la crescita del sapere sulla natura il concetto di causalità tende a sovrapporsi a quello di spiegazione scientifica.
Cartesio formula una teoria "interazionista", della causazione, sofisticata ma problematica. All'intervento divino è infatti assegnata una funzione di rilievo in ogni spiegazione causale. Egli identifica alcune sequenze (non tutte) in cui causa ed effetto condividono lo stesso tipo di proprietà. Le cause sono concepite sia come sostanze, sia come premesse in spiegazioni scientifiche. L'interazione tra i corpi risulta più chiara rispetto a quanto avvenga nel rapporto tra res cogitans e res extensa, appartenenti a diversi registri ontologici.
Hobbes e Gassendi, i maggiori teorici del meccanicismo classico, ammettono invece solo spiegazioni dove Dio non gioca alcun ruolo diretto, proponendone nuove definizioni. Per il primo, la causa efficiente è costituita dall'insieme degli accidenti nell'agente. per il secondo, dagli atomi e dai loro insiemi dotati di maggiore attività. Essi evitano inoltre il problema metafisico della causalità e la intendono quale risultato (istantaneo) prodotto da corpi solidi che "spingono e tirano".
Gli Occasionalisti, come Le Grand e Malebranche, lavorano a un programma di ricerca rneccanicistico e cartesiano, ma poiché tale paradigma non sarebbe in grido di risolvere la questione sotto il profilo metafisico, essi riconoscono solo Dio quale vera causa, e non le cose create. Le spiegazioni scientifiche riguarderebbero dunque non cause reali ma occasionali. poiché viene negato che un corpo possa agire su un altro. Anche per Leibniz -- benché in sede scientifica descriva connessioni causali tra i corpi - si tratterebbe di una pseudocausalità, e la sua dottrina dell'armonia prestabilita esclude ogni interazione tra le sostanze, concepite quali autonomi centri di forza, che rappresentano a se stessi l'universo secondo una pluralità di prospettive coordinate all'origine dall'intervento divino. In maniera analoga, mentre Spinoza parla spesso dell'azione di un modo finito su un altro, il suo sistema filosofico ammette unicamente Dio come autentica causa efficiente.
La stessa nozione di causalità appare dunque - sotto il profilo metafisico ed epistemologico - ambigua. I tentativi di soluzione del problema appena menzionati, danno luogo secondo Clatterbaugh, a "vaghe metafore", come l'impulso divino (Cartesio), una attiva forza originaria (Leibniz), il volere di Dio (gli Occasionalisti) o la sua necessità (Spinoza), oppure il moto intrinseco di parti della materia (Hobbes e Gassendi). Tali presupposti speculativi sono respinti da scienziati-filosofi come Boyle, Nomon e Rohault, che abbandonano la precedente metafisica della. causalità, distinguendo due livelli di cause: quello "sensibile" o
o "manifesto", dove un insieme fenomenico e qualitativo, individuano mediante esperimenti e osservazioni, ne produce direttamente un altro; e quello più profondo, riguardante entità teoriche "intelligibili", come la gravità, l'elettricità o i "vortici di materia sottile". Le strutture causali relative a quest'ultimo registro, in definitiva, sono chiamate a giustificare le cause "sensibili", poiché le ipotesi concernenti le forze fondamentali possono venire controllate empiricamente attraverso il successo delle predizioni.
Tali sviluppi determinano una svolta nel dibattito sulla causalità. Locke semplicemente rinuncia a una precisa definizione filosofica del concetto, limitandosi a riconoscere come cause quelle proposte in ambito scientifico da Boyle e Newton. Berkeley - benché consideri le sostanze spirituali vere cause - dissolve la nozione di sostanza materiale, intesa quale sostrato, nell'ambito dell'esperienza percettiva del mondo, gli eventi che sono (o potrebbero venire) osservati in modo stabile, ordinato e coerente costituiscono la base della previsione di altri eventi. Merito di Hume è l'avere, operato - riconciliando vita, scienza e filosofia - una combinazione originale e decisiva delle posizioni appena descritte: la continuità e la successione regolare dei fatti ingenerano la credenza nella loro "connessione necessaria". Ciò, si traduce non solo in "abitudini" che permettono agli uomini di orientarsi quotidianamente nel mondo, ma costituisce anche il fondamento delle spiegazioni scientifiche. Nessuna deduzione a priori consente dunque di ricondurre alla causa l'effetto, e quest'ultimo viene inferito unicamente sulla base dell'esperienza.
Attaccando gli assunti metafisici responsabili della distinzione fra le cause reali e quelle esplicative, riconoscendo la scienza come sola guida nell'identificazione dei rapporti causali, Hume, scrive Clatterbaugh, "libera il dibattito sulla causalità dalla sciocca conclusione secondo cui le cause con le quali spieghiamo il cambiamento non sono vere e proprie cause". Nel far ciò, egli apre la strada percorsa nei successivi due secoli, dove la causalità viene, tendenzialmente dapprima ricondotta al concetto matematico di "funzione" relativa a fenomeni interdipendenti e poi ripensata alla luce degli sviluppi indeterministici derivabili dalla meccanica quantistica. Ma questa è un'altra storia. |