RASSEGNA STAMPA

14 LUGLIO 1999
FRANCESCO OGNIBENE
A colloquio con il critico Michel Seuphor: l'ultima intervista di uno dei testimoni del secolo
MONDRIAN? COME PLOTINO
«Da sessant'anni leggo il filosofo dell'Uno, perché va all'essenziale. Così l'astrazione»
È uno degli ultimi testimoni della storia dell'arte del XX secolo. Michel Seuphor, 97 anni, ha pubblicato un libro di interviste, Un siècle de liberté (a cura di Alexandre Grenier, edizioni Hazan), nel quale evoca settanta anni di una avventura intellettuale, estetica, al fianco di alcune delle più grandi figure del secolo, come il suo amico Piet Mondrian, con cui fondò la rivista «Cercle et carré», che raggruppava, con altri - tra i quali Kandinsky, un insieme d'artisti ostili al surrealismo, nella linea del movimento «De Stijl», e anche ricerche costruttiviste, che opponevano all'immaginario «sbrigliato» la ricerca di un ordine plastico. Nel suo piccolo appartamento parigino dell'avenue Émile Zola, abita colui che è sempre stato lettore di Plotino e dei presocratici, e per il quale l'esperienza estetica non può non essere, fondamentalmente, una esperienza spirituale.
Continua a interessarsi a quello che si fa oggi?
«La mia età non mi permette più di uscire, di vedere delle mostre, ma ricevo molte cose: è raro che queste m'interessino. Sono stato molto attivo negli anni Venti. È lontano, ma sono rimasto molto attaccato a questo periodo, alle persone che ho conosciuto e amato a quell'epoca e che sono morte, come Mondrian. Gli anni '10-'20 sono stati eccezionali, penso a ciò che resta per me il più grande momento, il cubismo. Ogni volta che guardo un quadro cubista, io sono sempre nello stupore».
Ma Picasso per esempio non si è fermato al cubismo...
«Picasso ha toccato tutto con una vivacità incredibile. Personalmente, preferisco attaccarmi alle cose che si perpetuano su una lunga durata, che procedono da una evoluzione lenta, molto riflettuta, molto cosciente».
Lei legge Plotino, la filosofia l'appassiona. Che cos'è primo per lei, il concetto o l'immagine?
«Soprattutto, io voglio essere sorpreso. Quando rileggo Plotino - lo leggo da sessant'anni - continuo a essere sorpreso da ciò che il testo mi dà, dalle note che ho preso altre volte. Mi dico: ecco, perché ha sottolineato quello? Com'è curioso!».
Cosa le dà Plotino?
«L'unità. L'Uno. C'è l'uno, l'unità e la molteplicità. La stupefacente varietà del multiplo che si risolve nell'Uno. I presocratici l'hanno già detto: "Da Uno a tutto, da tutto a Uno". Io riapprendo il greco ogni due o tre anni. Il greco è assolutamente essenziale, non fosse altro che per l'uso del participio passato che si declina e gioca un grande ruolo nel vocabolario filosofico. Per esempio, lei non può comprendere ciò che vuol dire Heidegger senza capire come usa il participio passato greco».
È questa stessa ricerca di unità che l'appassiona con Mondrian?
«Quando ho conosciuto Mondrian, non avevo ancora letto Plotino. La prima visita che ho fatto al suo atelier data al 1923. È stata una delle più grandi esperienze della mia vita, se non forse la più grande. Una rivelazione. Mondrian aveva circa trent'anni più di me e questo non ha impedito che divenissimo amici. All'epoca, quello che faceva era totalmente incompreso e questo intrigava nello stesso tempo. Vedevo Fernand Léger a cena al Duomo; mi domandava: "Allora, Mondrian fa sempre i suoi orizzontali e i suoi verticali?". Io gli dicevo: "Ma sì". E Léger si indignava: "Ma non è possibile, non si può eternamente fare questo!". Mondrian parlava sempre dell'"animazione della superficie piana". Ed è esattamente ciò che faceva. Questo era considerato come irragionevole. Quando si fa una cosa assolutamente nuova, il giudizio non esiste: non c'è riferimento».
Questo è legato al suo sguardo sull'individualità umana irriducibile?
«Sì. Ogni essere umano è assolutamente singolare ed è per questo che c'è al fondo di lui qualcosa che resta incomprensibile per gli altri. Tutto ciò che abbiamo di prezioso nel nostro "avere" cultura viene dall'individuo. Non si può parlare a una collettività, non si può stringerle la mano. La vita sociale che siamo obbligati a condurre malgrado tutto è un lato mal tagliato. La molteplicità è inafferrabile. In realtà tutto va da uno a uno».
Lei è stato allevato dai gesuiti; le sue relazioni con la religione sono spesso state tumultuose. Direbbe di essere credente?
«No. Dopo la morte non so cosa c'è. "Ciò di cui non si può nemmeno dire", scriveva Parmenide. Io gli sono vicino. Credo che vi sia qualcosa che scorre, molto misterioso, del quale siamo impregnati e nel seno del quale c'è una certa coscienza che si sveglia per un certo numero di umani, che si chiama la vita. La vita è una strana cosa che permette molto, ma per poche persone».
Perché questo?
«Perché la maggior parte di noi non vive che per l'universo sensuale e materiale.
Bisogna avere accesso alla vita spirituale. Una volta che la si trova, allora è una strada senza fine».
Come si accede a questa via?
«Con la curiosità».
Ma la curiosità è anche un senso!
«C'è una curiosità che non si limita ai cinque sensi. Orazio dice nelle Odi: "Quelli che desiderano molte cose mancano di molte cose". Nella vita spirituale, un campo si stende continuamente davanti. A poco a poco tutto diviene pieno di mistero, inatteso. Il senso delle cose... È enorme... Pensi solamente all'esistenza dei fiori. Un fiore, è il sole divenuto palpabile. Il fiore, è ciò che risponde al sole».
Lei legge gli scrittori moderni?
«No. Io vado spontaneamente verso chi ha traversato le generazioni. Gli scrittori contemporanei "si districano". Che ne resterà? Io leggo il Convito di Platone, la Bibbia, il Cantico dei Cantici, Isaia, l'Ecclesiaste...»
Che coscienza ha della sua vecchiaia?
«Quando vedo una mia foto scattata nel 1920, ho l'impressione che sia ieri. A volte ho l'impressione d'essere stato più vecchio in certi periodi di quanto lo sia ora».
Cosa le sembra più importante da dire?
«Che si è soli. È assolutamente necessario essere soli, perché il mondo non parla realmente all'essere umano che quando egli è solo».
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