Penso, quindi non sono solo"Idee sulla mente" a SpoletoScienza Non esiste intelligenza senza socialità I piccolissimi comprendono le azioni umane, ma le esprimono sol comunicando con gli adulti |
| Nell'intera storia dell'universo, sosteneva il biologo Theodosius Dobzhanesky, ci sono stati due momenti in cui l'evoluzione ha trasceso se stessa. La prima volta è quando ha avuto luogo la transizione dal non vivente al vivente: ed è nata la prima cellula. La seconda volta quando ha avuto luogo la transizione dal biologico al culturale: ed é nata la mente. In entrambe queste occasioni si è affermata un'organizzazione della materia con proprietà e leggi nuove rispetto a quelle tipiche dell'organizzazione precedente.
Ora noi abbiamo teorie scientifiche consolidate anche se certo non definitive, per descrivere l'evoluzione della materia nei suoi primi due stadi. L'evoluzione fisica è ben descritta da due teorie considerate fondamentali (anche se, almeno per ora, inconciliabili): la meccanica relativistica e la meccanica quantistica. L'evoluzione biologica è ben descritta da una teoria, la sintesi neodarwiniana, altrettanto fondamentale (di cui proprio Dobzhanesky è uno dei padri), in cui solo i dettagli sono, allo stato, in discussione. Per descrivere l'evoluzione culturale, invece, non abbiamo una teoria scientifica. Sulla mente non abbiamo altro che idee, frammenti, ipotesi. Per questo la mente rappresenta la nuova frontiera della scienza. E per questo alle "Idee sulla mente" ha dedicato la sua prima settimana di lavori "SpoletoScienza", la manifestazione organizzata dalla "Fondazione Sigma - Tau", che in tutte le sue undici edizioni; ha sempre tentato ed è sempre risulta a portare all'attenzione del grande pubblico il dibattito sulla "scienza di frontiera".
A cercare di organizzare il puzzle della mente, mettendo insieme alcuni tra i tanti
frammenti di teorie e ipotesi scientifiche che cercano di descriverla, è stato chiamato, a, Spoleto, Alberto Oliverio, psicobiologo dell'università di Roma, autore del recente Esplorare la mente, pubblicato per i tipi della Raffaello Cortina e ben noto ai lettori dell'Unità quale prestigioso collaboratore delle pagine scientifiche del giornale. Per portare a termine il suo compito, Oliverio ha avuto a disposizione dei collaboratori d'eccezione: dagli inglesi Richard Gregory, notissimo studioso del cervello e della percezione, e Michael Howe, studioso delle menti geniali, agli americani Andrew Meltzoff, che
si occupa della mente dei bambini, e Sue Savage-Rumbaugh, che si occupa, delle menti non umane, fino all'italiano Giuseppe 0. Longo, teorico dell'informazione ed esperto di intelligenza artificiale. L'équipe interdisciplinare ha lavorato al chiuso per tre giorni e, infine, ha reso pubblico il frutto di queste fatiche domenica scorsa, nel corso di un affollatissimo convegno al Teatro Nuovo.
Inutile dire che il puzzle della mente non è stato completamente ricomposto. Né poteva esserlo. Tuttavia alcune tessere sono state ben collocate. E qualche percorso inizia a delinearsi. Uno dei più interessanti riguarda il rapporto (coevolutivo) tra mente e socialità. Sembra banale riconoscere l'importanza di questo rapporto. Non esiste, infatti, una mente se non in una società (di menti). Il "cervello in una vasca", privo di rapporti col mondo esterno e, soprattutto, di rapporti con altri cervelli, è - sostiene Oliverio - un modello irreale su cui fondare una qualsiasi teoria della mente. Anzi,, incalza Giuseppe Longo, è il modello che ha portato al fallimento di molti dei programmi dell'Intelligenza Artificiale che intendevano ricostruire nel chiuso di un asettico e isolato laboratorio (la vasca) la mente dell'uomo. I nuovi risultati scientifici sullo sviluppo mentale dei neonati, realizzati a Seattle e illustrati a Spoleto da Andrew Meltzoff, sembrano ribadire che non c'è mente, neppure bambina, se non in relazione alle altre menti. Meltzoff ha dimostrato che anche un neonato di
pochi giorni, che non si è mai visto allo specchio, e che non ha alcuna conoscenza visiva della propria faccia e delle sue singole componenti, riesce a imitare le espressioni facciali di un adulto. Per esempio riesce a fare una linguaccia, se un adulto lo stimola, tirando fuori la lingua. E' evidente, dice Meltzoff, che i bambini hanno una comprensione innata della faccia e delle azioni umane. Ma è altrettanto evidente che queste potenzialità innate vengono espresse solo quando sì stabilisce un canale di comunicazione tra il bambino neonato e le persone con cui viene in contatto nelle prime settimane di vita. Non c'è dunque sviluppo mentale nei cuccioli di uomo se non attraverso le comunicazioni con altri umani. Non c'è sviluppo della mente se non attraverso lo sviluppo di relazioni sociali.
La stessa cosa, sostiene Sue Savage-Rumbaugh, vale per la mia Kanzi e per gli altri amici
scimpanzé. I primati che, secondo l'etologa cognitiva americana, hanno una mente paragonabile, in qualche modo, a quella dell'uomo, perché non solo dotata di autocoscienza, ma capace anche di marcata intenzionalità. Sue Savage-Rumbaugh riprende una tesi cara allo psicologo e antropologo Robin Dunbar, secondo cui la crescita delle dimensioni cerebrali nelle grandi scimmie antropomorfe, e soprattutto nell'uomo, è in stretta relazione coevolutiva con la crescita delle dimensioni di gruppo e delle relazioni sociali. Per Dunbar lo sviluppo della mente è la risposta all'accresciuta domanda di relazioni sociali. Persino il linguaggio sì sarebbe sviluppato nell'uomo quando le dimensioni di gruppo sono aumentate e il grooming, la pulizia del pelo; non bastava più per consentire, come nei primati, la reciproca conoscenza e il controllo sociale. Il linguaggio altro non sarebbe, dunque, che una sorta di grooming verbale: una pulizia della mente per rendere coeso il gruppo. Ma c'è di più, sostiene Sue Savage-Rumbaugh. Non solo la mente è nata da una domanda sociale. La mente ha una distribuzione sociale: è una dimensione condivisa dal gruppo (sebbene esista, almeno in parte, entro il cervello di ciascun membro del gruppo). La mente è un'entità insieme diffusa e locale.
Se tutto questo è vero, propone Longo, allora forse stiamo assistendo alla nascita di una nuova dimensione mentale. Il web, la rete informatica, sta mettendo infatti in relazione non solo milioni di computer. Ma anche i milioni di menti locali che stanno dietro quei computer. La rete sta modellando un unico grande gruppo con miliardi di nuove relazioni sociali. E, forse, sta modellando un'unica mente diffusa. Una mente globale. |