RASSEGNA STAMPA

5 LUGLIO 1999
FRANCO RELLA
Con Lacan, dalla psicoanalisi alla filosofia
Il libro di Borch-Jacobsen ("Lacan, maestro assoluto", Einaudi), ripercorrendo pazientemente tutto l'arco della riflessione lacaniana, ci permette di penetrare uno degli autentici enigmi della cultura e del pensiero contemporanei. Quando nel 1966 escono gli "Ecrits" ("Scritti", Einaudi l974) di Lacan di lui, al di fuori dei una stretta cerchia, si sapeva poco o nulla. Lacan, che affermava con Cartesio "larvatus prodeo" (procedo mascherato), sembrava essersi disfatto di ogni paternità o filiazione per presentarsi "nell'immagine di un personaggio tutto d'un pezzo - quello dell'Analista con la grande A, sempre Altro, sempre Altrove". Uno dei grandi meriti di Borch-Jacobsen è quello di aver ricostruito l'intero ambito della formazione e dell'evoluzione del pensiero lacaniano: la rete di rapporti diretti e indiretti che lo legano a Bataille (Lacan fece parte del gruppo quasi esoterico dei "Acéphale"), a Caíllois, a Breton, a Sartre, a Heidegger e, dietro tutti questi, al grande maestro, Alexandre Kojève e al suo tentativo di proporre un hegelismo antropologizzato, una fenomenologia non tanto dello spirito, quanto degli stati che conducono l'uomo di fronte al vuoto del suo desiderio, alla morte.
Abbiamo già detto che il libro di Bloch-Jacobsen strappa Lacan dalla storia della psicoanalisi per riconsegnarlo ad un capitolo, forse non del tutto esplorato ma di grande densità, della filosofia del '900. Quello che rimane ancora inesplicato è come questo insegnamento, spesso astruso e quasi incomprensibile, si sia presentato nel '68 e dopo come la teoria e il linguaggio del soggetto che desidera oltre ogni limite, del soggetto eternamente conflittuale, incontenibile, del soggetto della rivolta.
Il desiderio non può essere soddisfatto da nulla - "è sempre altro rispetto la cosa desiderata". Dove si dirige dunque questo desiderio, che non si appaga nella cosa, ma non si appaga nemmeno autoriflettendosi, in quanto "il desiderio di sé è impossibile": l'uomo è infatti il nome dell'impossibile, "è sempre al di là di sé". Il desiderio, che non ha oggetto, si dirige allora verso "il desiderio dell'Altro", aprendo, dice Bloch-Jacobsen, "una sfera violenta, conflittuale, omicida", in quanto, come ribadirà Girard, l'uomo diventa il rivale dell'altro uomo, in un conflitto che rianima la dialettica hegeliana "servo-padrone", ma, come dice anche Bataille, "senza esito". Non c'è soluzione se non quando, impadronendomi del desiderio dell'altro, scoprirò che il desiderio è ancora "altrove da se stesso"-. che il desiderio "è nulla, oppure è morte". E' dunque uno specchio che non riflette niente, "un buco, un vuoto, la fuga vertiginosa e vertiginosamente angosciante di ogni autocoscienza".
Forse siamo giunti alla possibilità di legare il lacanismo alla situazione dei soggetti conflittuali che hanno animato le lotte del '68 e del decennio successivo. Da un lato l'enfasi su un antagonismo infinito, che non trova soluzione alcuna. Dall'altro lato, l'ansia apocalittica che ha animato una rivolta totale, senza obiettivi concreti e verificabili. Il mondo presente non può essere modificato, ma solo portato davanti allo specchio del suo nulla. Il soggetto, che ha scoperto nell'antagonismo dei desideri il volto della morte, proietta questa sua autocoscienza in una coscienza del mondo. E dunque i testi che accompagnano questa dimensione apocalittica non sono quelli della psicoanalisi né quelli scientifici: sono i testi dì Bataille e, più vicini a noi, quelli di Don De Lillo.
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vedi anche
Il mondo dell'uomo