E la Weil andò alla guerra| Dal pacifismo alla necessità di opporsi alle dittature: l'evoluzione della filosofa |
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| SIMONE WEIL,"Sulla guerra, Scritti 1933-1943",Pratiche editrice,pagine 155, lire 25.000 | "Si vive attualmente nella continua attesa di una guerra". Così scrive, dopo l'avvento al potere di
Hitler, Simone Weil nel primo di una serie di scritti appena raccolti in volume, a cura di Donatella
Zazzi, che abbracciano l'ultimo decennio di vita della giovane e inquieta intellettuale francese, morta nel 1943 a soli trentaquattro anni.
E' un periodo denso di eventi e trasformazioni personali per la Weil, che matura proprio in quegli anni il
suo avvicinamento al cristianesimo.
Ed è anche un periodo in cui le sue posizioni sul problema della guerra cambiano in modo evidentissimo. Se nel 1933 sostiene un pacifismo ancora legato alla tradizione del movimento operaio, ben presto perviene a una difesa della pace a qualunque costo: ritiene si debba accogliere
ogni pretesa tedesca sulla Cecoslovacchia, e la stessa egemonia di Hitler sull'Europa, pur di evitare
un conflitto.
Infine, dopo la caduta di Praga in mani tedesche, c'è in lei un mutamento radicale: abbandona il
pacifismo e raggiunge Londra per collaborare con France libre del generale de Gaulle.
I testi che compongono il volume (spesso rimasti all'epoca inediti) non hanno alcun carattere
sistematico, ma contengono spesso osservazioni acute. Come in uno scritto del 1937 sul potere delle
parole, dove Simone Weil sottolinea il carattere particolarmente distruttivo dei conflitti che non hanno
in apparenza un obiettivo, e dunque non possono nemmeno pervenire a un compromesso.
"Il successo - scrive Simone Weil - si definisce allora esclusivamente attraverso l'annientamento dei
gruppi umani che sostengono le parole nemiche".
A volte la riflessione sul problema della guerra si amplia all'analisi dei regimi totalitari tedesco e
sovietico, che le appaiono portatori di "concezioni politiche e sociali quasi identiche". Entrambi sono
caratterizzati da un dinamismo prodigioso, al quale tutto deve essere sacrificato. Entrambi hanno
bisogno di alimentare nei cittadini-sudditi un permanente entusiasmo, giacché in un regime totalitario
ci si sente liberi "esattamente nella misura in cui si è entusiasti".
Di lì a qualche anno gli studi sul totalitarismo non avrebbero sostenuto cose diverse. |