RASSEGNA STAMPA

4 LUGLIO 1999
LORENZO INFANTINO
LA LEZIONE DI FERGUSON
Una società di patti economici
Riproposto un classico delle scienze sociali
Adam Ferguson, "Saggio sulla storia della società civile", Laterza, Roma-Bari 1999, pagg. 264, L. 48.000.
Torna il Saggio sulla storia della società civile di Adam Ferguson, un classico che la passata generazione di studiosi di scienze sociali ha potuto leggere nell'edizione della Vallecchi del 1973. La nuova e più adeguata traduzione è di Alessandra Attanasio, curatrice del volume, a cui corredo c'è la prefazione di Giuseppe Bedeschi.
L'importanza dell'opera di Ferguson è stata sottolineata ripetutamente e da più parti. Il giudizio più noto e più ricco di implicazioni teoriche è forse quello espresso, in un saggio del 1923, da Werner Sombart. Questi ha collocato Ferguson alle origini della scienza sociale e della sociologia in particolare, e ha visto nello stesso Ferguson uno dei principali esponenti della "terza generazione" del 700 britannico.
Quali sono le ragioni della rilevanza del saggio di Ferguson? Dobbiamo a Bernard de Mandeville e ai moralisti scozzesi il grande merito di avere "scoperto" la società. A noi può oggi apparire anche strano o sorprendente parlare di "scoperta". E tuttavia quella realtà a cui noi diamo il nome di società, e che è data dalla libera cooperazione fra gli individui, è qualcosa con cui abbiamo cominciato a fare propriamente i conti solo negli ultimi secoli. Il pensiero politico greco giunse a intravedere tale realtà.
Ma non varcò la soglia della comprensione. Al posto della società', collocò alla fine lo stato. E la conseguenza fu quella di assegnare all'elemento politico il rango sovraordinato di variabile decisiva della vita collettiva. Di qui il mito del Gran legislatore, che più tardi si troverà pure in Cartesio e in Rousseau; e di qui anche il mito del Grande Pianificatore, che è la versione tragicamente onnivora del primato della politica..
Mandeville e i moralisti scozzesi hanno anzitutto respinto l'idea che la vita associata possa nascere da un patto politico quale il contratto originario. Quando l'individuo si pone il problema della convivenza collettiva. egli già beneficia della condizione sociale. Il contrattualismo cade quindi in una gravissima contraddizione: separa l'individuo dalla società, collocandolo in uno "stato di natura" in cui egli svolge isolatamente la propria vita, e gli riconosce una dotazione di linguaggio e di ragione che lo spingono a "creare" la società tramite la stipula di un apposito contratto. Ma il linguaggio e la ragione sono un prodotto sociale: se l'individuo li possiede, si trova già in società, e non c'è bisogno di alcun "contratto" per dare a essa origine; se non li possiede, non può essere da tali strumenti aiutato a sottoscrivere il patto costituivo.
Respingere l'idea del contratto originario è condizione necessaria; ma non è condizione sufficiente. Mandeville e i moralisti scozzesi hanno perciò dovuto aggiungere dell'altro. Essi hanno in particolare "letto" il problema dell'ordine in termini economici. E hanno visto nella divisione del lavoro il principio regolativo della dinamica sociale. L'economico è stato scorporato dal politico. E ha acquisito una propria vita autonoma, alimentata dalle azioni di soggetti che mobilitano risorse sulla base di conoscenze disperse che nessuno - Legislatore o corpo politico - può possedere o centralizzare.
La politica ha perso così il rango di variabile indipendente, non ha potuto più imporre una gerarchia obbligatoria di fini comuni. E la cooperazione ha potuto assumere le dimensioni della Grande società, ha potuto cioè includere uomini con differenti visioni filosofiche e religiose del mondo.
Tutto ciò significa che il problema dell'ordine sociale ha trovato una soluzione di tipo indiretto. Ciascun individuo persegue le proprie finalità. Poiché tuttavia può perseguirle solo attraverso la libera cooperazione altrui, ogni sua azione "incontra" sempre quella di Alter. Il che nutre un processo che soddisfa le reciproche aspettative e che dà in tal modo risposta al problema dell'ordine. Ossia: l'ordine diviene un prodotto inintenzionale di azioni umane finalizzate ad altri scopi. E Ferguson dice-. "Le nazioni si imbattono in istituzioni che sono il risultato dell'azione umana, ma non il risultato di un qualche disegno umano". Nasce così l'idea della scienza sociale intesa quale studio delle conseguenze inintenzionali dell'agire umano intenzionale. D'altronde, se l'azione producesse solo esiti intenzionali, le scienze sociali non avrebbero alcun oggetto, non ci sarebbe bisogno dì esse, giacché le intenzioni degli attori rivelerebbero già tutto.
David Hume aveva sconsigliato la pubblicazione del Saggio di Ferguson. Con solide ragioni, Smith vedrà in esso idee sottratte alle sue Lectures. In tempi più vicini a noi, Schumpeter parlerà di un caso di "fama immeritata", perché quanto esposto da Ferguson aveva allora una non ristretta circolazione. Da parte sua, il lettore troverà delle "cadute" nella valutazione di alcuni fenomeni sociali. Malgrado ciò, Ferguson rimane uno dei protagonisti di un periodo straordinariamente fecondo, di quell'Illuminismo scozzese a cui è legata la nascita delle scienze sociali e la prima spiegazione della Grande società.
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Sociologia