Un libro postumo di LuporiniIl dilemma Leopardi tra ragione e poesia L'intensità dei versi è sorretta da una consapevolezza filosofica |
| Qualsiasi studente liceale che riceva un'educazione letteraria appena decente sa che nella storia
della critica leopardiana c'è un anno fondamentale a partire dal quale il grande poeta è stato letto in
modo nuovo e irreversibile.
Quest'anno-zero della «nuova critica leopardiana» è il 1947, l'anno in cui - impara sempre il nostro
studente - due valenti e coraggiosi esegeti liquidarono il riduttivo cliché (di matrice idealistica) di un
Leopardi «idillico», vero poeta soltanto negli incantamenti cosmico-naturalistici o nella patetica
auscultazione del proprio animo. Contro questa limitazione i due interpreti recuperarono al ritratto
poetico di Giacomo Leopardi le sue componenti «impure», dagli impeti oratori a una combattività di
stampo eroico alla lucidità intellettuale alla robustezza filosofica, dimostrando l'impossibilità di
separare la poesia dal pensiero e insistendo per questo sulla continuità dei Canti con le Operette
morali e con lo Zibaldone.
Sto parlando naturalmente di Cesare Luporini e di Walter Binni, autori in quel 1947, rispettivamente, di
Leopardi progressivo e della Nuova poetica leopardiana. Ora, mentre Binni (che aveva abbozzato le
proprie tesi già nel 1935) ha poi pubblicato altri importanti saggi leopardiani, il nome del filosofo
Luporini è rimasto legato per gli italianisti a quel primo titolo, originariamente apparso come capitolo
del volume Filosofi vecchi e nuovi quindi ristampato a sé nel 1980 e ampliato nel 1993, anno della
morte dell'autore. Un titolo provocatorio, Leopardi progressivo (basterebbe pensare allo scherno con
cui Leopardi considera le «magnifiche sorti e progressive» dell'umanità), con il quale il marxista
Luporini siglava l'impegno democratico del poeta e (segnatamente nella Ginestra) la sua magnanima
esortazione agli umani a consorziarsi in social catena.
Certo l'idea di un Leopardi socialista ante litteram era eccessiva se non inaccettabile, ma di quella
forzatura, come hanno riconosciuto alcuni dei maggiori leopardisti, dallo stesso Binni a Sebastiano
Timpanaro, c'era un fisiologico bisogno per reagire con efficacia alla consolidata interpretazione
idealistica di Leopardi. E infatti non tanto ha contato la suggestione di un Leopardi «progressista» (gli
ultimi decenni hanno al contrario insistito sul suo nichilismo), quanto l'invito a considerare la poesia
leopardiana nel suo substrato filosofico: un invito successivamente raccolto da lettori di formazione e
orientamento diversissimi come Blasucci, Prete, Severino, Rigoni e altri.
Che lo stesso Luporini avvertisse il bisogno di tornare radicalmente sull'argomento appariva già da
alcuni brevi interventi dedicati a Leopardi poco dopo il suo ottantesimo compleanno (era nato nel 1909): ma, nonostante qualche discreto accenno, nulla poteva far supporre che egli stesse
attendendo a un volume così ponderoso e ponderato come quello che vede ora la luce per le cure
prima della moglie Bianca Maria, scomparsa nel 1995, poi di Sergio Landucci (Decifrare Leopardi,
pubblicato dall'editore Macchiaroli, pagine 282, lire 75.000). Interrotto dalla morte il volume è rimasto
largamente incompleto, con lacune che se creano rimpianto non pregiudicano tuttavia l'organicità
complessiva.
Devo subito dire che sono rimasto commosso dall'umiltà con cui una «istituzione» della critica
leopardiana come Luporini si è riaccostato al suo autore per chiarirne ciò che egli stesso chiama «il
mistero». Mistero che nasce appunto da una poesia tanto più intensa quanto più è sorretta da una
consapevolezza intellettuale o senz'altro - che è la tesi generale del volume - filosofica.
La quantità degli spunti offerti da Cesare Luporini in pagine concettualmente tesissime impedisce un
resoconto attendibile, ragion per cui mi limito ad accennare ad alcuni nodi. Anzitutto la questione
della modernità di Leopardi, capace di superare i dilemmi tradizionali (antichi e moderni, classici e
romantici, sentimento e ragione etc.) in virtù di uno sguardo non storico-culturale ma
filosofico-teoretico: quello stesso sguardo che ne fa un «filosofo della differenza» e quindi un ideale
contemporaneo di Husserl e Heidegger.
Poi la questione del nichilismo, che pur asserito in misura di gran lunga superiore a quanto si dava
nel Leopardi progressivo non sminuisce ma anzi alimenta l'agonismo vitalistico di Leopardi («Leopardi
è un nichilista non perché abbia un atteggiamento negativo verso qualcosa, ma perché è lui piuttosto
a sentirsi negato e cancellato. Tutte le sue negazioni e contestazioni sono una risposta a questa
situazione»): è significativo a questo proposito che Luporini eviti sistematicamente il luogo obbligato
del «pessimismo». Così come denuncia per luogo comune l'idea del «vago» o «indefinito» come
categoria estetica leopardiana per eccellenza, ammettendola in fase di «esecuzione» linguistica ma
non in sede di «invenzione», dove prevarrebbe invece una chiarezza intellettuale determinatissima. E'
una convenzione su cui si può discutere, ma va dato atto a Luporini di sostenerla - è il pane suo - con
un'argomentazione sillogisticamente perentoria: penso in particolare alle pagine sull'Infinito,
innovativamente letto non come ricostruzione di una «esperienza» ma come «esperimento volontario»
(cioè «provocato» e «guidato») nello sforzo di intuire kantianamente lo spazio puro come «condizione
della rappresentazione di ogni cosa sensibile».
Resta, alla fine del libro, un senso di vertigine: effetto di un'indagine che per amore del proprio oggetto
vi si conforma, non concedendosi nulla di scontato e tutto sottoponendo a una continua, spietata,
leopardianissima interrogazione. |