RASSEGNA STAMPA

20 GIUGNO 1999
MARIO RICCIARDI
Raccolti i saggi dispersi di etica e di metaetica da cui emerge una versione corretta in senso pluralistico dell'utilitarismo di Bentham e Mill
Bertrand Russell, "On Ethics", a cura di Charles R. Pigden, Routledge, London 1999, pagg. 257, £ 12.99.
Bertrand Russell deve buona parte della sua notorietà tra i non filosofi alla sua instancabile attività di intellettuale coinvolto nella discussione di questioni politiche e morali: dal libero scambio al voto alle donne, dal pacifismo ai diritti dei lavoratori, dall'educazione al_l'etica sessuale; fino agli ultimi anni spesi nella lotta contro gli armamenti nucleari. Russell è stato l'ultimo esponente di una tradizione di pensiero radicale e libertario che affonda le proprie radici nel_l'utilitarismo di John Stuart Mill. Figlio di un allievo di Mill e di una pioniera dei diritti delle donne (e nipote di un primo ministro Whig) Russell ha sempre vissuto la sua funzione di intellettuale con la naturalezza di chi ritiene di avere qualcosa da dire e di non aver bisogno di alcuna autorizzazione per dirlo. Ma, a fronte di tanta popolarità dei suoi scritti politici o di etica applicata, ben poca attenzione hanno ricevuto i lavori che Russell ha dedicato alla filosofia morale e alla metaetica.
Parte della responsabilità di questa disattenzione è da attribuire allo stesso Russell, che non pensava che essi fossero degni di attenzione. La sua idea di filosofia come lavoro di chiarificazione del pensiero rivolto a una migliore comprensione della realtà lo spingeva a vedere nella metafisica, nella logica e nella filosofia della conoscenza i campi nei quali vi era maggiore possibilità di fare del lavoro filosofico in senso proprio. Non a torto, riteneva di aver dato in questi campi i suoi veri contributi, considerando la filosofia morale come una sorta di attività secondaria da non prendere troppo sul serio.
Dobbiamo essere grati a Charles Pigden, dell'Università di Otago in Nuova Zelanda, per aver disatteso alle indicazioni di Russell raccogliendo, in una antologia curata con grande rigore filologico, gli scritti principali di filosofia morale e di metaetica di uno dei padri della filosofia analitica. Si tratta di una iniziativa particolarmente importante perché, oltre a raccogliere alcuni estratti di lavori molto noti, essa mette a disposizione del pubblico materiale poco conosciuto che era stato pubblicato solo nei ponderosi (e purtroppo costosi) volumi dei Collected Papers (in corso di pubblicazione a Londra presso Routledge).
La ricostruzione fatta da Pigden (che oltre a curare e introdurre la raccolta di saggi ha scritto una breve introduzione per ciascuno degli scritti in essa contenuti) consente di avere una migliore comprensione del lavoro di Russell come filosofo morale. Se è vero che gli interventi politici e di etica applicata di Russell sono tutti ispirati a una sorta di utilitarismo delle regole (accompagnato dalla consapevolezza che bisogna continuamente sottoporre a revisione critica tali regole); la sua riflessione teorica è stata invece caratterizzata da una continua ricerca di risposte soddisfacenti alle questioni fondazionali dell'etica.
Ciò è particolarmente evidente sin dai primi scritti della raccolta. Si tratta degli estratti da un diario del 1888 (quando Russell aveva sedici anni) che registra la sua conversione all'utilitarismo, e di una serie di saggi scritti tra il 1893 e il 1899 per essere discussi con Henry Sidgwick (suo professore di filosofia morale a Cambridge) e, poi, con gli altri membri del circolo universitario degli Apostles (e, in particolare, con l'amico G.E. Moore). Dopo aver per qualche tempo cercato la soluzione ai problemi fondazionali dell'etica nel_l'idealismo di Bradley e di McTaggart, Russell lo abbandona sviluppando, a partire dai primi anni del secolo, una riflessione autonoma sempre più caratterizzata dall'uso del metodo analitico che, insieme a G.E. Moore, era andato nel frattempo elaborando.
Per qualche tempo Russell viene influenzato dalla filosofia morale di Moore che si articolava in una tesi antiriduzionista per quanto riguarda le proprietà etiche che rendono i nostri giudizi morali veri o falsi (non si può ridurre le proprietà etiche a proprietà naturali); e in una tesi pluralista critica nei confronti dell'utilitarismo classico (per cui ci sono altre cose buone oltre al piacere). Poi, anche in seguito alle critiche di George Santayana, Russell abbandona il realismo di Moore per adottare una forma di emotivismo che dovrebbe essere in grado di render conto meglio di fatti come la presenza di disaccordi irriducibili nel campo dell'etica. Le proprietà morali, come "buono" o "cattivo", non sono parte del mondo, ma espressione dei desideri che abbiamo. Ciò significa che i giudizi morali non sono veri o falsi. Per Russell, "buono" è solo ciò che "desideriamo di desiderare".
Russell viene riconosciuto come uno dei primi "emotivisti". Ma uno degli aspetti più interessanti della antologia curata da Pigden, è la presenza di un saggio del 1922, mai pubblicato quando Russell era in vita, che contiene una diversa soluzione alla questione della verità dei giudizi morali. In questo lavoro, Russell propone una analisi degli enunciati contenenti "buono" basata sulla sua teoria delle descrizioni definite che lo porta a concludere che si tratterebbe di frasi denotanti ma vuote (come "l'attuale re di Francia"). Ciò vuol dire che gli enunciati morali possono essere veri o falsi, ma sottoposti ad analisi si rivelano falsi. Quindi l'intera moralità riposa su una serie di affermazioni false. Si tratta di una anticipazione delle cosiddetta error theory proposta nel 1946 da John Mackie.
Non è chiaro perché Russell non abbia mai pubblicato questo saggio. Pigden propone una ipotesi secondo la quale l'emotivismo è compatibile con la sincerità delle credenze morali, mentre la error theory non lo è. Qualunque sia la soluzione di questo mistero, rimane lo straordinario interesse di questa opportunità di seguire, passo dopo passo, le riflessioni e i tentativi di una mente così lucida e appassionata.
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vedi anche
Filosofia morale