LA DEMOCRAZIA
MINACCIATA| Crescono i "piccoli fratelli" |
|
| Pubblichiamo parte della relazione introduttiva che Stefano Rodotà ha tenuto ieri al convegno su etica, scienza, politica, organizzato dal governo tedesco e dall' università di Tubinga. |
Cambiano i tempi, si trasforma la democrazia. In Europa e negli Stati Uniti, dopo i tempi della democrazia delle élites, seguita dalla democrazia di massa di questo secolo, stiamo entrando nella nuova era della "democrazia del pubblico", resa possibile dalle tecnologie dell'informazione e della comunicazione?
Torna Atene? Un singolare intreccio di nuove possibilità e di vecchi modelli è davanti a noi, e non deve sorprendere il fatto che la società dell'informazione venga considerata pure come il momento in cui i sistemi politici possono finalmente realizzare quello che, per secoli, è stato considerato l'ideale più alto di democrazia - appunto la democrazia diretta ateniese. Al tempo stesso, però, le nuove tecnologie vengono considerate come lo strumento che può determinare una profonda frammentazione sociale, come la forma congeniale al populismo politico, come la via verso la società del controllo totale. La prospettiva, allora, è forse quella di "un Orwell ad Atene"?
(...) La scienza e la tecnica non riescono ad incarnare il mito d'un progresso sempre benefico. Torna così l'immagine di una scienza bifronte come il dio Giano, apportatrice di bene o di male a seconda della volontà di chi la utilizza e dei contesti in cui viene adoperata, e dunque per sé neutrale. Ma la storia di questo secolo ha messo drammaticamente in dubbio la neutralità della scienza: l'alternativa non è soltanto tra utilizzazioni benefiche e dannose, ma tra il ricorso e il rifiuto di una scoperta scientifica, di una innovazione tecnologica. Il problema dei limiti della scienza non si pone soltanto nel campo della biologia, della genetica. Anche per le tecnologie dell'informazione e della comunicazione bisogna chiedersi se tutto ciò che è tecnicamente possibile sia pure socialmente e politicamente accettabile, eticamente ammissibile, giuridicamente lecito.
Le tecnologie dell'informazione e della comunicazione, infatti, hanno un carattere pervasivo, si impadroniscono dei rapporti sociali e personali, delle transazioni commerciali, delle attività politiche. Vita privata, mercato, democrazia vengono trasformate giorno per giorno. Non si tratta di vicende tra loro indipendenti. Il modo in cui viene tutelata la privacy ridefinisce i diritti di cittadinanza e può influenzare la partecipazione politica: la logica commerciale provoca continue invasioni della vita privata dei cittadini; le tecniche di mercato vengono trasferite nell'attività politica, tanto che si parla di marketing politico.
Questi cambiamenti sono percepiti come un mutamento radicale dell'organizzazione sociale, anzi come la vera e propria fine di un'epoca. (...)
Oggi si parla sempre più spesso di "netizen": la possibilità effettiva di utilizzare Internet, "The Net", sta infatti divenendo un elemento essenziale della cittadinanza elettronica. (...) Ma l'ipotesi della libertà infinita, anarchica, garantita da Internet entra in conflitto con l'altra realtà che è davanti ai nostri occhi. Telesorveglianza, implacabile raccolta delle tracce lasciate usando una carta di credito durante la navigazione su Internet, produzione e vendita di profili personali sempre più analitici, possibilità di interconnessione tra le più diverse banche dati indicano il progressivo dilatarsi di una società del controllo, della sorveglianza e della classificazione. Accanto agli archivi tradizionali, come quelli di polizia, assumono importanza crescente infinite altre "anagrafi", prima di tutto quelle legate ai consumi, tanto che nel 1991 un articolo pubblicato dal New York Times poteva essere intitolato "Ricordi il Grande Fratello? Ora è il rappresentante d'una società commerciale". L'immagine di tanti "Piccoli Fratelli" tende a sostituirsi a quella orwelliana del "Grande Fratello".
Questa descrizione delle caratteristiche della società dell'informazione rischia di lasciare in ombra la crescita altrettanto imponente delle banche dati più tradizionali, quelle con finalità di sicurezza, che sono anch'esse trasformate dalle tecnologie e dalla realtà di un mondo senza frontiere. Se si considera la situazione dell'Unione europea, si nota immediatamente il moltiplicarsi di convenzioni e accordi per la cooperazione in materia di sicurezza e di giustizia, che porta alla costituzione di grandi banche dati. È il caso dell'Accordo di Schengen, delle convenzioni istitutive di Europol e del sistema doganale europeo, del prossimo regolamento Eurodac (sulla raccolta delle impronte digitali di chi richiede asilo politico).
Si tratta di raccolte di dati imponenti. L'archivio Schengen conta già nove milioni di informazioni, di cui sei milioni e mezzo relative a persone. Ma sono altri i casi che danno con maggiore immediatezza le dimensioni e le prospettive delle raccolte di informazioni a fini di sicurezza. In alcuni paesi europei esistono già banche dati del Dna di soggetti ritenuti pericolosi. Si estendono le raccolte di dati sulla salute. Si moltiplicano le forme di videosorveglianza, ormai abituali in settori come le banche, le stazioni e i supermercati, e che controllano intere zone urbane ritenute "a rischio" (in Gran Bretagna è stato investito mezzo miliardo di sterline in programmi pubblici di telesorveglianza; in Italia, nel quadro di un progetto finanziato dall' Unione europea, sta per entrare in funzione un sistema di videosorveglianza totale dell'autostrada Salerno- Reggio Calabria). (...)
Naturalmente vi sono molte buone ragioni per sostenere la necessità di utilizzare tutte le opportunità offerte dalle nuove tecnologie per difendere la società dal crimine, favorire la prevenzione delle malattie, mettere i più deboli al riparo dai rischi sociali. Si deve realizzare un giusto equilibrio tra una visione individualistica della privacy e la soddisfazione di esigenze sociali, come sottolinea nel suo recentissimo libro il maggior teorico dei communitarians a |