IL FEMMINISMO E L’“ALTRO” PENSIERO| Elogio e critica dell’anti-teoria |
| Le filosofie femministe, di Franco Restaino e Adriana Cavarero, è un libro importante e utile. E’ importante perché contiene una messa a punto chiara e concisa della filosofia (o dell’anti-filosofia) femminista a cui Cavarero è giunta negli ultimi anni, in un confronto serrato e sistematico con le più recenti posizioni del femminismo internazionale. E’ un libro utile perché contiene nelle prime centodieci documentatissime pagine, di Franco Restaino, una storia del pensiero femminista, da Mary Wollstonecraft (fine Settecento) a oggi, storia puntualmente documentata dalla scelta antologica che conclude il volume.
L’importanza della messa a punto di Cavarero consiste anche nel fatto che essendo esposta con particolare chiarezza, e con una buona dose di onestà intellettuale, mostra tutta la fragilità del punto di vista femminista in filosofia, e il serio problema meta-teorico che vi si collega. In estrema sintesi, la posizione di Cavarero si sviluppa in tre passaggi: a) si dà l’esistenza di fatto di una supremazia del maschile sul femminile e la lotta contro tale supremazia prevede la difesa di un “pensiero femminile” diverso da quello in uso nel mondo maschile; b) tale pensiero differente è esso stesso pensiero della differenza, ossia esalta le individualità viventi, le particolarità e le eccentricità, contro l’universalismo della logica maschile, ed è caratterizzato da un soggetto diverso, materno, ossia capace di ospitare in sé altri soggetti, e in relazione, ossia costituito essenzialmente dal rapporto con l’altro. Infine: c) la “logica” femminile è profondamente anti-filosofica, la sua possibilità di dirsi e descriversi sta fuori dalla filosofia, il suo luogo proprio è il discorso narrativo: bisogna “utilizzare le categorie, potenzialmente eversive, del linguaggio narrativo contro quelle della filosofia”.
Tutte e tre le tesi sono discutibili e condivisibili al tempo stesso. Ma particolarmente rivelativa è la terza, il cui tenore leggermente autoconfutativo getta luce sulle altre due, e subito illustra la natura del problema di cui si tratta. In effetti, nelle pagine di Cavarero come in quelle di altre teoriche e scrittrici antologizzate, il punto di vista femminile sembra definirsi in una specie di inesauribile corpo a corpo (e che si tratti di corpo non è un caso) con il logos filosofico. Il vero eroe del femminismo, come si mostra nelle opere di quella che è una delle pensatrici più interessanti tra le antologizzate, l’inglese Christine Battersby, è un tipico filosofo-antifilosofo come Kierkegaard. E l’ultima grande voce del pensiero al femminile è Hannah Arendt, il cui lavoro è consistito soprattutto nella difesa della singolarità anti-teoretica - difesa del primato della cura contro il dominio, della differenza contro l’universale, della prassi contro la teoresi (un volume a cura di Simona Forti, in cui appare anche un saggio di Cavarero, fa attualmente il punto sul discorso arendtiano: Hannah Arendt, Bruno Mondadori, pp. 312, £ 25.000).
Insomma, sembra sia ancora vero quel che riteneva Otto Weininger: il femminile è refrattario al pensiero filosofico, le donne non conoscono l’universalità trascendentale, non hanno il senso del theorein universalistico, e misinterpretano l’autofondazione della ragione. L’unica differenza è che questi difetti oggi appaiono anche - se non soprattutto - come buone qualità. Ma naturalmente è lecito domandarsi: non sarà inavvertitamente all’opera in tali conclusioni lo stesso stereotipo che dà forma alle tesi di Weininger (donne illogiche raccontatrici di storie, e in definitiva chiacchierone e pettegole)?
In un libro del 1998, ora tradotto da Alessandro Serra per Feltrinelli, Il dominio maschile, Pierre Bourdieu ha illustrato con una certa chiarezza questa impasse tipica del femminismo, sia di quello “universalista” sia di quello differenzialista. Anche il femminismo differenzialista, scrive Bourdieu, “non si sottrae a una forma morbida di essenzialismo” che è propria della logica dei dominatori. Uomini e donne stanno ovunque in una logica di supremazia e di dominio che è ulteriore alla differenza sessuale. Allora la questione femminile altro non è che una variazione sul tema della dialettica “signoria-servitù”, e come tale va trattata: la differenza appare, scrive Bourdieu, quando “si accetta di guardare dal punto di vista del dominante”; la differenza appare quando è tolta.
A questo punto è evidente che l’impasse in cui si muove il pensiero femminista è quella tipica di ogni teoria dell’”altra” logica, o dell’”altro” pensiero (pensiero mitico, pensiero della singolarità contro l’identità, pensiero poetante e meditante, pensiero proletario ecc.), da contrapporre al supposto dominio incontrastato del logos “fallo-logo-centrico”. Tentare di definire tale differenza in alternativa a una tradizione così tipicamente pluralistica, proteiforme, e (soprattutto) dialettica quale è quella del logos filosofico occidentale è una impresa quasi disperata. Non c’è nulla di specificamente femminile nel pensiero. Anche la “logica” della maternità, del soggetto che ospita in sé altri soggetti, è in definitiva una logica biologica già tipica dell’hegelismo, e caratteristica della filosofia dell’arte; il senso dell’essere-in-relazione è tipico del pensiero religioso, la definizione della teoria in termini narrativi è tipica dello storicismo ecc. Il fatto è che donne e uomini da sempre stanno sulla superficie del pianeta, e si pensano reciprocamente, e reciprocamente si “contaminano” sul piano intellettuale.
Ma come ci si comporta allora filosoficamente, politicamente, di fronte al fatto della supremazia: perché è innegabile che tale fatto esista, sia pure in modo obliquo e inapparente, con varie forme di connivenza femminile? Forse (ed è una conclusione che affiora nel saggio di Cavarero su Hannah Arendt) occorre ancora, ostinatamente, cercare di pensare insieme: anche se la sventatezza maschile, e il particolare gusto del potere che affligge l’umanità di ogni sesso, per lo più rendono difficile farlo. |