A lezioine di globalizzazione . Da SocrateEDUCARSI AL COSMOPOLITISMO SECONDO MARTHA NUSSBAUM In questo saggio la studiosa «spiega» gli autori classici al servizio dell'istruzione superiore La democrazia ha bisogno di persone formate al dialogo e alla tolleranza |
| Un problema si aggira per il mando: qual è il miglior modello di formazione dei cittadini di questo pianeta? E dentro questo problema generale ce n'è un altro ancora più arduo e complicato: qual è il curriculum ideale per quei cittadini che sono destinati a diventare classe dirigente? Molti, a queste domande, rispondono che ogni tradizione nazionale ha la sua cultura, i suoi criteri di selezione, le sue radici, i suoi licei e le sue università, nonché la sua lingua, e che è una pretesa eccessiva quella di definire metodi universalmente validi. Obiezione rilevante ma non conclusiva. Infatti, la famosa globalizzazione non risparmia nessun aspetto della Società umana. Fin troppo facile ricordare che in questo mondo gli scozzesi in gran numero continuano, sì, a portare il kilt e a mangiare cibi improponibili fuori delle Highlands, come lo «haggis», ma che oggi, piaccia o non piaccia, si mangiano i tacos anche a Edimburgo. Il tema dell'educazione ha dunque del tutto legittimamente una dimensione globale ed è uno sforzo pertinente quello di chi, come Martha Nussbaum affronta il problema dell'etica che ne sta alla base.
Questa studiosa americana del mondo antico tira fuori la sua proposta e la presenta in un libro ambizioso, «Coltivare l'umanità», (Carocci editore, pagine 340, lire 34.000). Non di un'unica ricetta si tratta, naturalmente, ma di un'analisi dello stato dell'arte (educativa) in America, un paese all'avanguardia nella miscela multiculturale. E di una riflessione sul metodo, nella quale protagonista è il mondo classico. in sintesi possiamo dire che quello della Nussbaum è il tentativo più solido ed esplicito, affacciatosi nei nostri tempi, di utilizzare gli autori della classicità per mettere la loro lezione critica al servizio dell'insegnamento superiore. In Europa, e in Italia in particolare, non è certamente una novità il richiamo ai grandi autori della filosofia, delle lettere e del diritto greci e latini come a un momento fondativo del pensiero occidentale. Ma nuovi sono il vigore e la freschezza riformatrice con cui Martha Nussbaum fa scaturire dalla viva e attuale esperienza americana il bisogno dì interrogare i classici , e di analizzare alcune loro preziose risposte. Socrate, Aristotele e Seneca sono convocati da quest'autrice perché titolari di un'idéa dell'educazione capace di guidarci nella comprensione di alcuni grandi problemi contemporanei, soprattutto nel conflitto tra universalismo e particolarità, tra eguaglianze e differenze, tra innovazione e tradizione.
In un altro importante volume della stessa collana di Carocci, «Che cosa è la globalizzazione», Ulrich Beck aveva tracciato lo schema della contrapposizione tra «cultura 1» (le radici dell'educazione in un luogo determinato) e «cultura 2» (la formazione a principi e conoscenze valide su tutto ìl globo), mostrandosi preoccupato perché una specie di «software umano» universale sta prendendo il posto di quei retroterra ben piantati di cui probabilmente nessun individuo può fare a meno per il suo equilibrio. La Nussbaum, invece, si preoccupa di più del dialogo tra i vari retroterra e della necessità di attrezzare questo «software» universale in modo da «coltivare» una formazione che produca adeguati «cittadini del mondo». Alla persona colta del modello Nussbaum si chiede non solo di amare le proprie radici, ma di conoscere quelle degli altri, di aggirare le barriere che esse creano, di decodificare la natura dei problemi che esseri umani diversi da noi vivono dentro le loro tradizioni. Il che suppone la capacità di mettere in discussione le nostre.
Il punto di partenza di una formazione moderna e universale, ispiratrice di dialogo e tolleranza, sta dunque per la Nussbaum nell'«autoesame socratico». Un cittadino del mondo ha, almeno in ideale, una fedeltà al genere umano capace di prevalere, pur senza cancellarla, sulla fedeltà al gruppo di appartenenza. In una versione attenuata e realistica del comopolitismo bisogna almeno che le due fedeltà riescano a convivere pacificamente. E perché questa convivenza si realizzi, il valore pedagogico della «vita esaminata» di Socrate consiste proprio nel fatto che sottopone a critica le tradizioni ereditate. La democrazia ha bisogno di cittadini capaci di pensare autonomamente e l'autoesame socratico è come «il tafano su un pigro cavallo di razza»: lo tiene sveglio. Risveglia la democrazia, incline alla disattenzione e all'apatia, per renderla più saggia e consapevole. Fuori del paragone socratico, la democrazia in un mondo sempre più internazionalizzato impone al cittadino vigile di allargare la sua prospettiva al di fuori del suo gruppo. E la formazione deve insegnare anche ai lìvelli superiori la capacità di decifrare la condizione degli altri gruppi attraverso l'immaginazione.
L'immaginazione narrativa e la critica della Vecchia educazione s'incarnano nel modo esemplare in cui la Nussbaum propone di insegnare nei campus americani che cosa esattamente significhi essere gay: una prova scritta che consiste nel simulare una lettera ai propri genitori in cui lo studente o la studentessa rivelano di essere omosessuali. Sfidare gli stereotipi culturali entrando nelle vesti delle loro vittime. E rompere le barriere dei numerosi cerchi concentrici dentro i quali ciascuno può raffigurare la propria vita: l'individuo, la famiglia, il vicinato, i concittadini, i compatrioti, l'etnos, la lingua, la religione, la professione, il genere, le classi. Non per denegarle, ma per decodificarle e comprendere gli altri. Nessuno può imparare tutte le lingue del mondo, ma tutti possono imparare abbastanza cose per valicare le barriere create dalle lingue e sentirsi pienamente e consapevolmente parte di una comunità-mondo. Brillanti sono le pagine della Nussbaum dedicate ai disturbi della comunicazione tra le culture realmente esistenti e spiega per esempio che le altre culture non sono monolitiche, sono attraversate da conflitti, sono in evoluzione. A volte trattiamo come disordine (mettiamo: una corsa in taxi per le strade di New Delhi) un modo di vivere la città che contraddice le nostre aspettative di milanesi o newyorchesi, altre volte trattiamo come standard di inciviltà un singolo episodio. Se per esempio vediamo un automobilista che investe un pedone per le strade del Cairo e se ne va, saremo portati a considerarlo un segno di pessime abitudini locali. Se lo vediamo sotto casa nostra lo consideriamo un criminale e chiamiamo la polizia. Ma quello, in verità, è un criminale anche al Cairo, non c'è relativismo che tenga. I costumi evolvono ovunque. Se qualcuno avesse fotografato la civiltà italiana quando il delitto passionale passava quasi impunito avrebbe sottovalutato la nostra capacità evolutiva verso la civiltà. Oggi viene perseguito come omicidio e basta. Analogamente uccidere l'amante della moglie non era un reato in Texas fino al 1967. Oggi non è più così. E anche lo stereotipo texano, come quello siciliano, va socraticamente messo in crisi.
Il Seneca che la Nussbaum ci propone come ispiratore, è l'ideatore di un'educazione «liberalis» in due sensi diversi: «liberale» in quanto confacente a un uomo «libero», ma soprattutto «liberale» in quanto «liberatrice» dalle tradizioni acquisite senza l'indispensabile sfida della critica. Una sfida costosa e faticosa, come ben sapev a un altro «eroe» dell'antichità che alla Nussbaum piace riproporre: Diogene il Cinico, quello che viveva nella botte e rifiutava convenzioni e agi. Esprimere liberamente il proprio pensiero era per lui «la cosa più bella che si potesse fare nella vita». E tra questi pensieri c'è l'invenzione dell'idea di «cittadino del mondo», quale egli si considerava, che sarebbe poi stata perfezionata giù giù fino a Kant e ai faticosi inizi di un ordinámento cosmopolitico, di cui viviamo tuttora il travaglio. Tra lui, uomo naturalmente lontano dal potere, e Platone, che aveva col potere e coi tiranni (compreso Dionigi di Siracusa) rapporti intensi anche se a volte contrastati, avvenne uno scambio di battute che fortunatamente ci è stato tramandato. Eccolo qua: un giorno che Platone lo incontrò mentre era concentrato nell'umile impresa di lavare l'insalata, gli disse: «Se tu avessi onorato Dionigi, non laveresti ora quell'insalata». Diogene rispose: «Se tu avessi lavato dell'insalata, non avresti onorato Dionigi». Riportiamo ad uso della formazione superiore per future classi dirigenti di tutti i tempi. |