RASSEGNA STAMPA

8 GIUGNO 1999
LEONARDO SERVADIO
CASE STILE HEIDEGGER
Cosa deve l'architettura alla filosofia? Marx è tramontato: è l'ora, tra gli altri, di Ricoeur e Derrida
Carlo Chenis: "Spero che le idee non portino a strutture per uomini-massa" - Pietro Derossi: "Il pensiero è necessario a chi costruisce per la società" - Rovatti: "Il rischio è che si prelevino concetti senza approfondirli"
Non è infrequente, se ci si muove nel mondo dell'architettura, imbattersi in personaggi che citano Heidegger o Derrida a tutto spiano. Qual è la particolare relazione tra architettura e filosofia?
"Al di là della moda filosofica abusata, per truccare di rigore scientifico considerazioni assai più pragmatiche, il pensiero filosofico trova riscontri concreti tanto nelle riflessioni quanto nell'agire dell'uomo" sostiene Carlo Chenis, il segretario della Pontificia Commissione per i Beni culturali della Chiesa. "Dall'architettura si evince la mens di un popolo: usi, costumi, governo, religione. Essa rappresenta il più consistente deposito della memoria: è uno stupendo archivio di pietra dove appare evidente l'impostazione filosofica di una cultura e più ancora quella religiosa...". Ma come si muove il rapporto tra queste due discipline oggi? Un tempo nelle facoltà di filosofia primeggiava Marx, poi è entrato in auge Heidegger: il pensiero architettonico segue la stessa evoluzione? Pietro Derossi, ordinario di progettazione architettonica al Politecnico di Milano, è tra coloro che con serietà e impegno cercano di studiare l'architettura anche attraverso lo strumento della filosofia: atteggiamento questo che si ritrova nelle sue lezioni e nei suoi scritti (tra questi citiamo Pensieri nelle cose e cose nei pensieri, Guerini, Milano 1993). "Per molti anni sono stato un appassionato studioso di Marx - spiega Derossi - oggi ritengo vi sia continuità tra il suo pensiero e quello di Heidegger e dell'ermeneutica attuale. Di Marx si possono dare due letture: una ideologica, l'altra umanistica: egli infatti identifica i malanni del capitalismo e prefigura l'immagine di un uomo nuovo...
Ritengo sia importante riflettere sulla situazione della città e sulle sue ingiustizie. Il pensiero filosofico conduce a un impegno che si riflette nell'architettura, la quale è luogo, tempo, committenza: l'architettura non può essere autoreferenziale, non può vivere avulsa dal contesto sociale e culturale. Senza impegno sociale non si dà arte né architettura...". Sul rapporto tra architettura e filosofia Derossi nel 1996 organizzò un convegno alla Triennale di Milano: il titolo era "Fare la differenza" (gli atti sono distribuiti da Charta, Milano 1998). Identità, narrazione, differenza: temi di grandissima importanza nel mondo sempre più "complicato" e integrato in cui viviamo, cui l'architettura è chiamata a dare risposte adeguate. Con Derossi collaborò all'organizzazione del convegno Pier Aldo Rovatti, docente di storia della filosofia contemporanea a Trieste nonché direttore dell'autorevole rivista aut aut. Che esperienze ha tratto Rovatti da questo incontro con un pubblico di architetti e studenti di architettura? "Mi sembra ci si attenda ancora molto, forse troppo dalla filosofia: si vorrebbe che questa fosse in grado di favorire l'unificazione dei linguaggi.
Vi sono aspetti positivi in questo: la comprensione che il fare architettura passa anche attraverso il linguaggio; la coscienza che nell'architettura convergono diversi saperi, tra cui anche quello filosofico; la ricerca di una risposta alla domanda: "che vuol dire progettare?". C'è anche un lato negativo: il mimetismo del "filosofese" stereotipato in cui talvolta scade il linguaggio architettonico colto. Così il rapporto tra filosofi e architetti mi sembra utile non solo per costruire, ma anche per smontare certi costrutti. Mi sembra utile che si discuta che cosa intenda Heidegger quando parla del concetto di abitare e vedrei bene che tra gli insegnamenti nelle facoltà di architettura vi sia pure filosofia. É importante che gli studenti imparino a mobilitare certi concetti prima che questi si traducano in disegno sulla carta... Oggi - continua Rovatti - l'interesse è puntato sul termine "narrazione": ci si riferisce a concetti che sul piano dell'analisi filosofica sono stati elaborati da Paul Ricoeur: è importante che l'architettura assuma questo termine, come ha assunto "decostruzione" da Derrida.
Ma il rischio è che il prelievo sia troppo rapido e non approfondito, e che si impedisca che lo scambio sia a due vie: anche la filosofia infatti può imparare qualcosa dall'architettura... D'altro canto, la corsa allo sperimentalismo architettonico mi lascia perplesso. Devo dire che oggi mi sembra che i linguaggi tendano a divaricarsi, ad allontanarsi. Negli anni '60-'70 c'era una cultura di scambio, la parola d'ordine era "interdisciplinarità", oggi in assenza di modelli filosofici forti diventa più difficile la permeabilità tra discipline diverse...". Silvano Tagliagambe, docente di filosofia della scienza alla Sapienza di Roma, si è impegnato nella ricerca di una filosofia del progetto e nella ricerca di soluzioni al problema del rapporto spazio urbano/campagna: "Ho scritto un libro sulla cultura della progettualità: è la cultura della possibilità, contrapposta alla sua effettualità.
Oggi c'è crisi su questo punto, perché la progettualità resta soffocata dal realismo dell'effettualità. Un altro problema importante cui sto lavorando è quello della città.
Il rapporto città/campagna è stato fondamentale per la nostra cultura, ma oggi ci troviamo di fronte a una situazione nuova: le reti di servizi, di comunicazioni, di cultura sono sempre più distribuite sul territorio e questo segna un deciso cambiamento del rapporto tra città e ciò che sta intorno. Su questi argomenti non c'è ancora sufficiente approfondimento: occorrerebbe una migliore definizione concettuale del problema. Vogliamo parlare di architettura? Il suo problema è che ogni gesto architettonico si pone nei confronti del territorio secondo due atteggiamenti diversi: o in continuità con l'identità consolidata di ciò che sta intorno, o con l'intento di creare nuove condizioni. Questo è un problema filosofico ben preciso: quello del rapporto tra tradizione e innovazione. Per esempio i costruttivisti ritengono che il progetto determini interamente l'azione e le sue conseguenze, la scuola austriaca invece ritiene che il progetto riservi delle conseguenze imprevedibili". Una voce decisamente critica è quella di Paolo Portoghesi, docente di progetto architettonico a Roma e uno tra i maggiori progettisti italiani: "Certamente è dovere di ogni uomo di cultura informarsi sul dibattito filosofico. Ma oggi una certa eccessiva mania di tirare in ballo la filosofia in architettura deriva dalla consuetudine all'elaborazione teorica, che sorse col Moderno: si doveva allora giustificare la rottura che il Moderno aveva operato nei confronti dei concetti di bellezza e di utilità tradizionali. Mi sembra siano pochi i progettisti che hanno saputo leggere con profitto i filosofi del nostro tempo. Penso che Aldo Rossi sia tra coloro che hanno capito la lezione di Heidegger, ma trovo che questo sia spesso citato a sproposito.
Trovo siano più importanti le conoscenze sugli avanzamenti della scienza. Sempre le scoperte scientifiche hanno influenzato l'architettura più della filosofia". Conclude Chenis: "La presenza della filosofia in architettura è importante. In molti casi però il termine filosofia è usato impropriamente e in modo riduttivo per esprimere vaghi assunti ideologici o giustificazioni saccenti... C'è tuttavia da sperare che tanto scomodar di filosofia nell'architettura non porti a progettare strutture che impediscano all'uomo di emanciparsi, poiché sempre più massificato in metropoli dove i nuovi "templi" non sono più quelli dove l'uomo incontra Dio o, per lo meno, dove impara a conoscere se stesso...".
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