RASSEGNA STAMPA

8 GIUGNO 1999
SERENA ZOLI
Il LAVORO di domani? Solo tempo libero
Recuperare l'ozio, la vita familiare, gli amici, lo spirito
Gli ultimi studi prevedono un nuovo umanesimo per la nostra società
Domenico De Masi, "Il futuro del lavoro", Rizzoli, pp. 310, L. 32.000
Ermanno Bencivenga, "Manifesto per un mondo senza lavoro", Feltrinelli, pp.160, L. 25.000;
Franca Alacevich, Stefano Zamagni, Andrea Grillo, "Tempo del lavoro e senso della festa", San Paolo, pp. 108, L. 18.000
Daniel Mothé, "L'utopia del tempo libero", Bollati Boringhieri, pp. 92, L. 24.000
Donata Francescato; "Amore e potere", Mondadori, pp. 223, L. 29.000
"Uno spettro si aggira per il mondo: la disoccupazione". E anziché combatterla con sempre più sofisticate quanto fatalmente perdenti operazioni di ingegneria sociale, è ora di trasformarla da spettro (mancanza-bisogno di lavoro) in lieta prospettiva per tutti (liberazione dal lavoro). Tanto, prospettiva lo è comunque. Fa i conti il sociologo Domenico De Masi nel suo Il futuro del lavoro già un ventenne d'oggi, se campa secondo statistica ancora 60 anni, ha dinanzi un settimo di vita occupata dal lavoro e tre volte tanto di tempo libero, tolte le ore di sonno e cure personali. Eppure, osserva De Masi, tutti lo educano al lavoro e nessuno all'"ozio". Fa altri conti l'economista Stefano Zamagni in Tempo del lavoro e senso della festa (con Franca Alacevich e Andrea Grillo): la produttività nei nostri Paesi aumenta ogni anno del tre per cento a parità di lavoro e di risorse impiegate. "Un risparmio che, finora, si è tradotto principalmente in un risparmio di lavoratori", dunque in disoccupazione. Aggiunge: è dagli Anni '50 che l'orario del lavoro retribuito ha cominciato a diminuire eppure com'è che "gli americani oggi lavorano in media l'equivalente di un mese in più all'anno rispetto a vent'anni fa?". E se per gli americani lo dicono le statistiche, per noi lo dice un'ovvia constatazione, guardando alle nostre vite, ossessionate dalla mancanza di tempo. Come è possibile?
E' possibile perché ci rifiutiamo di prendere coscienza di una rivoluzione già in corso: il lavoro non è, sempre più non sarà e, soprattutto, non deve essere centrale nella nostra esistenza. E' ora che al centro torni la vita, con le nostre qualità più "umane": rapporti familiari e amicali, convivialità, gioco, creatività, il "progresso dello spirito" come Platone e Aristotele riassumevano l'attività e il compito dell'uomo libero. Del resto, prima è sempre stato così, pur se in modo diverso nelle diverse classi sociali. "Il lavoro è un vizio recente", scrive De Masi, che ama movimentare i suoi argomenti con espressioni ironico-paradossali. Data da appena duecento anni, dalla rivoluzione industriale. Per tutti i precedenti millenni, le classi alte (aristocrazia, proprietari terrieri, intellettuali) non lavoravano affatto, mentre oggi il lavoro da "castigo" per schiavi e ceti poveri è divenuto "privilegio": tant'è che nel nostro tempo le classi alte (manager, amministratori delegati, imprenditori) lavorano più di operai e impiegati. Non voler prendere atto che siamo ormai nell'era postindustriale, in cui la tecnologia può assumersi sempre più la fatica e la routine della produzione, provoca gravi guasti: corrode l'uomo e la società.
Abbiamo dinanzi "l'immagine di un'umanità sopravvissuta a se stessa, che non sa più per cosa e su cosa impegnarsi". Lo afferma il filosofo Ermanno Bencivenga, nel suo Manifesto per un mondo senza lavoro, presentando a sua volta questi conti: negli Stati Uniti, Paese guida del nostro modello di sviluppo, ci sono ormai un drogato ogni venti persone, sette carcerati su mille cittadini (in Italia uno su mille), cui vanno aggiunti tutti gli altri, drogati di tv (sei ore di media al giorno). Sono i rischi denunciati dal francese Daniel Mothé nel suo L'utopia del tempo libero (v. Corriere del 3 giugno '98): una caduta verso il basso di chi non ha cultura e/o soldi per inventarsi interessi più sofisticati. Resta il fatto che, almeno nel Primo Mondo, l'avanzata del tempo libero è inarrestabile, e avanza pure il benessere.
Quest'ultimo, però, si sta distribuendo secondo una forbice che dà sempre più ad alcuni, sempre meno ad altri, fino ai disoccupati (ecco rispuntare le angosce di Mothé). Che fare? Semplicemente reinventarci tutti insieme la vita. Una vera "rivoluzione copernicana". Difficile, certo, ma ineludibile.
Poche le ricette. Diverse le linee-guida e i modelli proposti. Per esempio, suggerisce Bencivenga, si guardi al "tempo confuso", attività e gioco insieme, del bambino. O anche del pensionato. Un pensionato che di conseguenza, nel nuovo assetto mentale-culturale collettivo, non risulterebbe più un escluso. Per arrivare a un simile traguardo è necessario sia promuovere un "ambizioso piano educativo" sia cambiare l'organizzazione del lavoro. Compresi i criteri per la retribuzione: oggi un giovane che studia non è pagato, il coetaneo che lavora sì; una donna che bada a suo figlio no, ma se bada al figlio di un'altra sì. Sono alcune contraddizioni che i vari autori ricordano per dire che non ha più senso scindere tempo di formazione e tempo produttivo, tanto più che oggi l'aggiornamento dev'essere continuo. Non c'è neanche più bisogno di scindere luogo della vita e luogo del lavoro: l'esodo quotidiano di massa (verso la fabbrica o l'ufficio) data appena dalla rivoluzione industriale. Ed ha prodotto traffico pazzesco nelle città, inquinamento, quartieri-dormitorio, la separazione genitori-figli per gran parte della giornata. Prima, contadino o artigiano o libero professionista che si fosse, la vita con la famiglia e con gli amici facevano tutt'uno con la vita di lavoro. Ora tutto questo è di nuovo possibile, e stavolta nel benessere, ma occorre eliminare l'attuale organizzazione piramidale e centralizzata del lavoro. Anche qui: non ce n'è più bisogno, dicono i profeti della società del tempo libero. Il nuovo modello propone di destrutturare l'azienda in gruppi di lavoro uniti per progetti, con persone dunque più autonome e più motivate. Altre parole d'ordine: telelavoro, lavoro remoto, desincronizzazione, delocalizzazione. Un esempio per tutti, ricorda Zamagni: la logistica della Swissair è gestita da un'impresa in India. Le imprese devono "ibridare la loro logica" con quella del no profit, che vuol dire strutture flessibili, organizzate per gruppi e per obiettivi: al posto della piramide, un alveare. Questo è il modello di impresa proposto da De Masi. Alla base, però, occorre cambiare la visione di uomo, lavoro e tempo.
Non tempo libero "da", ma tempo libero "per". E il lavoro, al posto centrale della vita in quanto destino sancito dalla Bibbia? Proprio dalla Bibbia, spericolatamente, il sociologo desume tutt'altro modello: quello di un "Dio fannullone". Perché il settimo giorno Egli si riposò, "ma quel settimo giorno dura ancora". Perciò l'uomo, a immagine del suo creatore, impari a oziare. Ozio nel senso positivo del latino otium. E recuperi il valore più creativo e più umano del "pressappoco" invece di lasciarsi ossessionare dalla "precisione", che è funzione tipica delle macchine. Bencivenga da parte sua propone, anziché l'azienda-alveare, un modello di Stato simile a un "gigantesco istituto di ricerca", che inventi sempre nuovi progetti e nuove modalità per un "uso davvero umano del tempo libero". E perché il ben essere non coincida come ora con il ben avere, la società non dovrà più essere fondata sullo scambio di beni, bensì sullo scambio di abilità e conoscenze. Dunque, un continuo educarsi a vicenda dei cittadini che renderà, alla fine, tutti più ricchi. Un sogno da intellettuale? Ma no, replica il filosofo, l'imparare può applicarsi anche alla cucina indiana o alla pallacanestro. Ma ancora tutto questo non basta perché il tempo libero sia tempo pieno, tempo "per", secondo i tre autori del volumetto di area cattolica (editore San Paolo). E' essenziale, dicono, rivalutare la festa. E' la festa che scandisce - o scandiva - il tempo sociale e il calendario; la festa ricongiunge a un tempo primordiale e, nella visione del credente, a un'autorità fondante ben più alta delle autorità del lavoro che ora ci governano. Con una lettera apostolica, il Papa stesso ha di recente richiamato al valore della festa, del "giorno del Signore". Ma anche da laica la sociologa Franca Alacevich ne sottolinea l'importanza per la comunità: nella festa, pubblica e collettiva, scrive, la comunità si riconosce come tale, ed è, questo, un valore talmente prezioso che, per recuperarlo, il filosofo americano Michael Walzer è arrivato a suggerire l'adozione di una "religione civile". "Il mondo non ha un tempo", afferma per parte sua il teologo Andrea Grillo, perché senza relazioni tra le persone non esiste il tempo. E aggiunge che la festa, col suo significato, può "far riscoprire la natura nascosta del tempo" e far da ponte significante tra le ore del lavoro in diminuzione e il tempo sempre più libero ma spesso sempre più "vuoto". Un parto, questo, della modernità. La conclusione variamente auspicata è un nuovo umanesimo quale lo dipinge il pensiero Zen, richiamato da De Masi: "Chi è maestro nell'arte di vivere distingue poco fra il suo lavoro e il suo tempo libero... lui pensa sempre di fare entrambe le cose insieme". Tutto il contrario del vangelo secondo Henry Ford: quando si lavora, si lavora, quando si gioca, si gioca, guai a "mescolare le due cose".
inizio pagina
vedi anche
analisi e commenti