Due saggi di Paul Natorp, filosofo di spicco della scuola di MarburgoPer capire Kant leggete Platone La lezione del greco e le radicali innovazioni logico-metodologiche |
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| Paul Natorp, «Logos-Psyche-Eros. Metacritica alla "Dottrina platonica delle Idee"», con in appendice il saggio «Sulla dottrina platonica delle Idee», traduzione di Vincenzo Cicero, Vita e Pensiero, Milano 1999, pagg. 206, L. 35.000 (brossura); 45.000 (rilegato). | La scuola neokantiana di Marburgo è stata una delle più importanti negli ultimi decennni del XIX e nei primi lustri del XX secolo. Hermann Cohen (1842-1918) è stato il fondatore. Paul Natorp (1854-1924) è stato l’esponente sotto certi aspetti di maggior spicco, e quello che godette di maggiore notorietà. Oltre che Heidegger e Gadamer, che furono suoi allievi, frequentarono le sue lezioni uomini che raggiunsero gran fama, come: Nicolai Hartmann, Ernst Cassirer, Boris Pasternak, Wladyslaw Tatarkiewicz, Ortega y Gasset, Thomas S. Eliot, Werner Jaeger.
Il motto della scuola era: «Tornare a Kant!» (zurück zu Kant!); ma il motto significava, nello stesso tempo: «Tornare a Kant, insieme a Platone». Natorp scriveva: «L’introduzione a Platone è l’educazione alla filosofia». «Chi si permette di trascurare in Platone i tratti che preludono a Kant e in Kant gli aspetti che rinviano a Platone costui deve aver compreso assai male entrambi i filosofi».
Per insegnare filosofia all’Università di Marburg occorreva, pertanto, conoscere a fondo Kant e Platone. La Scuola è terminata, di fatto, con la morte di Natorp: ma quella concezione è sopravvissuta a lungo (veniva ribadita in quella Città — i cui ambienti universitari ho frequentato per tre anni — ancora agli inizi degli Anni Cinquanta).
Natorp si è formato come studioso della filosofia antica. Su Platone in particolare è tornato più volte e, alla fine della sua vita, stava guadagnando posizioni neoplatoniche, che lo portavano a radicali innovazioni della sua concezione logico-metodologica neokantiana iniziale.
Oltre agli studi sul pensiero antico, Natorp ha pubblicato numerose opere di carattere teoretico, alcune delle quali di rilievo; ma la sua opera che si è imposta come punto di riferimento, e che a giusta ragione è considerata un "classico", è la Dottrina platonica delle Idee del 1903, con la innovativa aggiunta Logos-Psyche-Eros. Metacritica alla "Dottrina platonica delle Idee" del 1921, opere di cui finalmente viene pubblicata una tanto attesa traduzione, egregiamente curata da Vincenzo Cicero per l’editrice Vita e Pensiero.
Il nucleo centrale del libro di Natorp consiste nell’interpretazione delle Idee come «leggi del pensiero», non in senso soggettivistico, bensì logico-metodologico e gnoseologico, e quindi come «principi logico-gnoseologici» in senso kantiano.
Le conoscenze degli oggetti derivano da un procedimento noetico sulla base di metodi fondamentali del pensiero. Le Idee sono queste leggi o metodi del pensiero, e la «anamnesi» o «reminescenza» di cui parla Platone consiste nella scoperta dell’a-priori, con tutte le conseguenze che ciò comporta.
La stessa Idea platonica del Bene deve essere intesa come il principio logico fondativo, da cui dipende ogni posizione noetica particolare. Si può anche dire: da cui dipende ogni essere particolare, a patto che per «essere» si intenda non già qualcosa che è indipendente e anteriore al pensiero, bensì l’essere che è posto dal pensiero stesso.
L’Idea del Bene è la legge ultima propria del pensiero stesso; è «la legge delle leggi», la condizione che rende possibile ogni conoscenza.
L’interpretazione delle Idee platoniche come leggi a priori è stata la più discussa e contestata. Gadamer stesso (che non solo è stato allievo di Natorp, ma è stato anche il correttore delle bozze della seconda edizione dell’opera) scrive: «L’interpretazione natorpiana dell’Idea platonica era stata una delle tesi più paradossali che siano mai state avanzate nella storiografia filosofica».
Tuttavia, l’identificazione delle Idee con l’«apriori» può avere una validità e una portata anche al di là dell’interpretazione neokantiana di Natorp. Si può infatti parlare correttamente di un a-priori oggettivo, per esempio nel senso dell’a-priori che il platonico Rosmini ha rivendicato contro Kant: la mente coglie e non produce le Idee, e le coglie indipendentemente dall’esperienza, anche se con il concorso dell’esperienza. Pertanto, possiamo ben parlare della «anamnesi» come di una scoperta dell’a-priori operata da Platone. Si tratta, quindi, della prima concezione dell’a-priori nella storia della filosofia occidentale.
Un altro merito di Natorp sta poi nell’avere messo in evidenza, sia pure eccedendo in polemica, un dato di fatto di assai grande importanza. Aristotele è stato la causa di un fraintendimento della dottrina platonica delle Idee che non solo è durato per molto tempo, ma continua in certo senso a perdurare anche ai nostri giorni. Posso dire per esperienza (ossia per aver passato lunghi anni a tradurre, interpretare e commentare la Metafisica di Aristotele) che effettivamente lo Stagirita, per ragioni polemiche, ha presentato la dottrina platonica delle Idee nel peggiore dei modi possibili. Infatti, egli le intende come indebite «ipostatizzazioni degli universali», e tende a «fisicizzarle», e quindi a presentarle come un indebito «raddoppiamento delle cose sensibili». Le Idee platoniche sarebbero inutili, sia per la realtà delle cose sia per la conoscenza di esse. Lo Stagirita procede in questo modo sia per differenziarsi il più possibile dal maestro, sia per rendere le Idee criticabili nella maniera più forte.
Platone, rileva Natorp, non è partito dalle cose, intese come «datità», per trarre da esse i concetti-base; al contrario, egli ha proceduto seguendo una via opposta: è partito dalle leggi noetiche per costruire ipoteticamente il concreto. Aristotele non ha accettato questo metodo e lo ha respinto in toto, con le conseguenti polemiche.
Aristotele ha poi fortemente polemizzato contro le Idee intese come «sostanze». Ma per sostanza egli intende quella che si inserisce nel contesto delle categorie del proprio sistema, e non l’ousia in senso platonico; quindi attribuisce al maestro un errore che deriva solo partendo dal proprio sistema applicato al maestro.
Inoltre, la serrata polemica contro la «separazione» delle Idee dalle cose sensibili deriva da un analogo errore metodico, ossia dall’applicazione di concetti aristotelici alla dottrina di Platone. In realtà, la tanto discussa «separazione» delle Idee significa in Platone l’«anteriorità del logico», ossia l’anteriorità di quelle leggi che determinano l’oggetto e lo fanno essere.
Il ragionamento di Aristotele, secondo il quale ciò che non è sostanza (secondo la propria concezione) non può essere anteriore alla sostanza, comportava, come conseguenza, che le Idee venissero interpretate da lui come raddoppiamento inutile delle sostanze sensibili, e quindi che venissero per intero deformate. In realtà, Platone interpretava le Idee come «vere cause» delle cose, come dice espressamente nel Fedone. Per Aristotele, invece, le cause sono le cose stesse, non la legge (non l’Idea come legge).
Certamente, le critiche che Natorp muove ad Aristotele possono sembrare valide solo dal punto di vista di un neokantiano; ma, per la verità, anche spostandoci su un piano ontologico e quindi rileggendole in ottica squisitamente platonica e non aristotelica, le critiche natorpiane colgono nel segno.
Nella Metacritica del 1921 Natorp afferma ancora che l’Idea è una «legge». Ma si tratterebbe di una legge messa in risalto di volta in volta, ossia di un singolo raggio rispetto alla pienezza infinita di quella Luce che, se dovessimo vederla nella sua totalità, non potrebbe che accecarci.
In questo senso, la «legge», da mera forma logico-metodologica, diventa legge-origine, o meglio ancora legge-originante, e dunque ponente. Natorp afferma addirittura che l’Idea come legge «originante» e «ponente» è espressione dell’«originariamente Concreto», del «Vivente originario», che Platone chiamava Bene.
E il platonico Bene supremo sarebbe non altro che: «l’"Essere" ultimo e lo stesso Uno ultimo, in quanto si tratta dell’unica meta intelleggibile cui tutto aspira».
In che senso, allora, va inteso il Bello, che Platone connette strettamente con il Bene? Natorp afferma: «A differenza del Bene il Bello è orientato verso il lato opposto, verso lo sviluppo dell’inesauribile ricchezza della Molteplicità, la quale attraverso il Bello non soltanto aspira costantemente all’Unità, ma si dischiude irradiandosi dall’Unità come dal centro e risplendendo nella luce traboccante».
Natorp, inoltre, è giunto a dare grande importanza alla componente del «mistico» in Platone. Gadamer riferisce che «Paul Natorp, dopo la partenza di Hermann Cohen, aveva preso ad assecondare gli impulsi, a lungo repressi che gli venivano dalla mistica e dalla musica». Ma l’affermazione di Gadamer, per quanto preziosa, è in parte riduttiva. Il «mistico» di cui parla Natorp in riferimento a Platone ha significato filosofico in senso forte, analogamente a quello che aveva in Hegel, il quale chiamava «mistico» l’elemento speculativo. Mentre Hegel fa riferimento allo «speculativo» e a ciò che esso implica, Natorp fa invece riferimento al «Concreto originario» come a quel fondamento trascendente di cui parla Platone, ossia a quella Unità vivente cui logos e psyche sono strutturalmente connessi come alla propria «Origine» e alla propria «Meta». Nell’opera Maestri e compagni Gadamer termina la presentazione del Maestro nel modo che segue: «Quando con lo sguardo spietato della giovinezza noi giovani studenti vedevamo il piccolo uomo color grigio ghiaccio, dai grandi occhi spalancati, avvolto nella mantellina di loden, di una modestia veramente monumentale, passeggiare su per il Rotenberg in compagnia del giovane Heidegger — il giovane si rivolgeva pieno di rispetto al vecchio venerabile, ma di solito si immergevano entrambi in un lungo, profondo silenzio —, rimanevamo colpiti da quel muto dialogo tra le generazioni, che ci permetteva d’intravvedere qualcosa dell’oscurità e luminosità dell’unica filosofia».
Heidegger (che è stato il successore di Natorp) conferma: «Ancora nelle ultime settimane della sua vita Natorp fu vittima di un attacco molto aspro e ingiustificato. Egli disse in proposito: "Tacerò". Egli poteva tacere; era uno di quegli uomini con cui si poteva fare una passeggiata in totale silenzio. La radicalità e ampiezza del suo sapere è oggi inarrivabile. Dalla sua reale comprensione della filosofia greca egli aveva imparato che neppure al giorno d’oggi c’è alcun motivo per essere particolarmente orgogliosi dei progressi e della filosofia».
Infine, Gadamer, proseguendo il ragionamento, che sopra abbiamo riportato e interrotto per inserire il corrispettivo passo di Heidegger, conclude: «In ogni caso, nella sua totalità, il pensiero di Paul Natorp era il tentativo di rispondere alla domanda sollevata dal Maestro Eckart: "Perché uscite?". Anche per lui, come già per Plotino, per la mistica, per Fichte e Hegel, la risposta suonava: Per trovare la via del ritorno». |