RASSEGNA STAMPA

28 MAGGIO 1999
LUIGI DALL'AGLIO
L'etica davanti alla malattia. Domani un convegno a Roma: parla l'accademico tedesco Dietrich von Engelhardt
"Medici, la tecnica non basta" "Vanno formate nuove generazioni di specialisti, ridando centralità alla relazione tra il paziente e chi interviene" "Il passato ha molto da insegnarci" "La salute è anche capacità di sopportare le ferite della vita".
Gli esempi offerti da religione, filosofia e letteratura nel dare dignità "alla fragilità umana"
Oggi la medicina è più contestata che mai. Nonostante i successi, le viene rimproverata l'incapacità di affrontare le cosiddette malattie incurabili. Ma soprattutto è sotto accusa perché in molti casi si è ridotta a pura tecnica e considera il malato come macchina inanimata da riparare (quando le riesce). Questa medicina non può più essere accettata dall'uomo moderno, che oltretutto la società lascia solo e psicologicamente inerme davanti alla sofferenza e alla morte. Perciò da alcuni anni in Germania, l'Università Medica di Lubecca si dedica alla formazione di un nuovo medico, che è moderno e antico al tempo stesso. Oltre alle scienze naturali, studia le medical umanities, cioè etica e psicologia. "Vogliamo preparare giovani che corrispondano al modello di medico descritto da Karl Jaspers. Il medico che "non è né solo un tecnico né un salvatore ma un uomo che sa di dover morire lui stesso, un'esistenza al servizio di altre esistenze, che realizza con il paziente, nel paziente e in se stesso le virtù della dignità e della libertà"", dice il professor Dietrich von Engelhardt. A Lubecca dirige l'Istituto di storia della scienza e della medicina, ed è presidente dell'Accademia dell'etica medica in Germania. Il professor von Engelhardt, interverrà domani mattina al grande convegno che sul tema dell'etica nella medicina si apre a Roma, all'Università Cattolica del Sacro Cuore.
Lei si propone di "umanizzare" la medicina. Ma è possibile oggi attuare quel modello ideale di medico?
"A Lubecca si tiene un corso teorico di medical umanities e poi un corso pratico, durante il quale i giovani medici stabiliscono un rapporto psicologico con i pazienti degli ospedali. Oggi il malato cerca nel medico anche un consigliere, un amico, una guida, una persona di cui fidarsi. Bisogna ridare centralità al rapporto medico-paziente. Nel Medioevo questo rapporto era più ricco che mai: dietro ogni dottore c'era la figura del Christus Medicus e dietro ogni malato c'era la Passione di Cristo. Ora questo rapporto deve recuperare i suoi significati antropologici e metafisici".
I chirurghi dicono: stamane ho operato due ulcere. Non dicono: stamane ho operato due malati di ulcera. Il tecnicismo può portare alla sistematica indifferenza?
"La storia della medicina ci insegna molte cose. Il medico ideale ha doveri, diritti e virtù. Da Ippocrate a Victor von Weizsacker, il dottore è un uomo che soccorre un altro uomo in una situazione di emergenza. Aristotele contrappone al "medico degli schiavi", che tratta male il paziente, il "medico degli uomini liberi" che col paziente dialoga, gli spiega la terapia e lo coinvolge. Il teologo e filosofo Origene descrive un medico che "soffre con chi soffre, piange con chi piange", insomma condivide la stessa condizione del malato. Paracelso dice che il medico deve amare il paziente più di se stesso e sacrificarsi per lui. E' il "medico-agnello" che Paracelso distingue dal "medico-lupo" e dal "medico delle erbacce", la cui scienza è solo libresca".
Ma basta inserire le "medical umanities" nelle facoltà universitarie per rendere più umana la medicina?
"Certamente no. Questo è solo il primo passo. Per ridare alla medicina quella dimensione più ampia che ha perduto nel tempo, bisogna cambiare una mentalità.
Cominciando da alcuni concetti generali. Che cos'è la malattia? E che cos'è la salute? Per l'Organizzazione mondiale della sanità, salute è "lo stato di completo benessere, fisico, psichico e sociale, e non soltanto la mancanza di malattia". Eppure anche questa definizione è inadeguata. In realtà, la salute è molto di più: è anche capacità di sopportare le ferite della vita, le malattie, l'handicap, l'avvicinarsi della morte. In ultima analisi, salute è saper fare fronte alla morte".
I mass media diffondono un messaggio diverso: può essere felice solo chi è sano, bello e giovane, e peggio per chi non lo è.
"Questa cultura, oggi esasperata, discende dal Rinascimento. Ora dobbiamo educare i giovani a una cultura diversa. E non abbiamo molto tempo per farlo.
Bisogna cominciare con la prossima generazione. E non solo dagli atenei ma anche dalle scuole superiori. Debbono diventare valori anche la fragilità, la malattia, la vecchiaia e la morte. Tutta la grande letteratura (cito, fra tanti autori, Dostoevskij e Tolstoj) ci offre esempi che assegnano un significato, un senso, alla malattia. La teologia medievale non considerava forse la malattia come un'occasione per comprendere che cosa conta veramente per l'uomo? E Pascal non arrivava ad affermare che "la malattia è lo stato naturale del cristiano""?.
Lei ha dedicato la sua vita a studiare il sollievo che religione e filosofia riescono a dare al malato che soffre.
"La consolazione più profonda viene dalla fede. Ma anche la filosofia e l'arte possono aiutare il malato. La poesia, che è trascendenza immanente, può dare un valido soccorso. Scrive il poeta siriano contemporaneo Adonei Ahmed Said: "Chi non ama la poesia non avrà una bella morte"".
Fin da bambini ci viene inculcata un'idea fortemente angosciosa, e poco motivata, della morte. "Montaigne diceva: "Non moriamo per questa o quella malattia, moriamo perché viviamo. Anche questo è un concetto che serve a educare, sia il medico che il paziente. L'idea di una salute totale e definitiva è illusoria"".
I dipinti del passato ci mostrano malati che riuscivano a sopportare i loro dolori ascoltando letture di testi religiosi.
"La scienza moderna conosce (e non sempre applica agli anziani) l'anestesia fisica.
Ma esiste anche l'anestesia interiore. Nei secoli passati, non si conoscevano anestetici efficaci, ma si praticava attivamente la biblioterapia. Anche la filosofia riusciva ad alleviare la sofferenza, fisica e non. Il De consolatione philosophiae di Severino Boezio conforta Dante prostrato per la morte di Beatrice. Oltre all'anestesia interiore, funzionava anche l'eutanasia interiore".
L'eutanasia nel suo significato etimologico, come "ars moriendi"?
"L'euthanasia interior (cioè la preparatio animi), contrapposta all'euthanasia exterior. Quando chiesero all'imperatore Augusto: "Quale tipo di morte ti auguri che ti tocchi, quando verrà la tua ora?", lui rispose: "Felix et honesta mors". Ecco, quella sognata da Augusto era la vera eutanasia".
Il paziente ha solo il diritto o anche il dovere di sapere la verità sulla sua salute?
"Il paziente ha diritto all'informazione ma non solo a questa. Il medico deve dare solidarietà mentre dice la verità. Però non esiste un dovere etico di informare il paziente contro la sua volontà".
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