RASSEGNA STAMPA

15 MAGGIO 1999
GIANNI SANTAMARIA
GADAMER: GIÙ LE MANI DAI CLSSICI
Parla il filosofo che domenica sarà premiato a Siracusa
«Lo studio delle lingue antiche non può essere eliminato, ne va di mezzo l'unità culturale del Vecchio continente»
«Cosa c'è davvero dietro il conflitto nei Balcani? Non lo sappiamo. Per la pace vedo essenziale il ruolo delle religioni»
«I fondamenti, i fondamenti». Hans Georg Gadamer ripete il concetto, scandendo con lentezza la parola Grundlagen, per rimarcare l'importanza del greco e del latino per la cultura di oggi. Un'epoca, quella odierna, che contrariamente alle passate pretende di fare a meno dello studio di queste lingue e culture, anche a scuola. Sono «lingue morte», ma sono - la seconda - la lingua internazionale di un tempo, che fa da sostrato a una serie di idiomi ancora vivi e influenti (francese, spagnolo, italiano, portoghese). La prima è, poi, la lingua filosofica per eccellenza, che, da sola, e attraverso la mediazione del latino stesso, ha formato le categorie su cui hanno dibattuto generazioni di pensatori. Hans Georg Gadamer riceverà domenica a Siracusa la cittadinanza onoraria. Una cornice che della valorizzazione degli studi classici, filologici e filosofici è ambiente ideale. Il riconoscimento va al quasi centenario esponente della scuola ermeneutica (è nato a Marburg nel 1900), quale massimo esperto vivente di Platone. Aspetto che fa di lui il nume tutelare ideale per il Parco letterario intitolato al pensatore greco che da poco è stato realizzato nella città siciliana e che intende puntare sulla risorsa cultura (greca e della Magna Grecia in particolare). Alla giornata, organizzata dalla provincia, dal comune e dall'Istituto mediterraneo di studi universitari, intervengono Gianni Vattimo e Giovanni Reale, un altro grande platonista che è anche consulente scientifico del Parco. Gadamer, che gli acciacchi dell'età costringono a rinunciare a lunghi e stancanti viaggi (e al troppo caldo clima dell'amata Italia), sarà collegato in teleconferenza da Heidelberg. Platone fu tre volte a Siracusa nel 388, nel 367 e nel 361 a.C. per motivi politici. E allora abbiamo chiesto a Gadamer il suo parere non solo sulla necessità dello studio delle lingue classiche, ma anche sul conflitto in corso tra Nato e Jugoslavia: lui che ha conosciuto da ragazzo la prima guerra mondiale e - già uomo di mezza età - la dittatura hitleriana, con le bombe alleate che la scellerata condotta di quel regime fece piovere sulle teste dei tedeschi. Quella dello studio delle lingue classiche, ci dice al telefono dalla sua casa di Heidelberg, «è una questione molto seria, che tocca la possibilità di un'unità culturale del continente. Per me è perfino una sfida». Oggi, infatti - prosegue - più o meno tutti parliamo due lingue ed «è certamente chiaro cosa è possibile con l'inglese nel campo del commercio». Ma è chiaro anche che il suo uso non è praticabile in moltissime altre cose. L'anziano filosofo ricorda un elemento della vita umana che ricorre, in una posizione centrale, in tutto il suo pensiero: «La madre insegnerà sempre al bambino la propria lingua e questo è uno dei grandi atti dell'educazione umana al quale non possiamo rinunciare, se non vogliamo abbandonare tutta la nostra cultura di esseri umani». Così le lingue classiche rivestono un ruolo centrale nella formazione della cultura occidentale, soprattutto filosofica. «In questo il greco assume una posizione particolare, anche nei confronti del latino. È l'elemento per il quale io stesso mi sono occupato molto di queste cose. Perché sono convinto che il greco, a differenza di tutte le altre lingue di cultura europee che conosco, realmente ha tratto i concetti dalla lingua viva. Il greco e non il latino. Il latino è già una trascrizione; alla quale, per l'amor di Dio, si deve la sopravvivenza di questa cultura, non misconosco il significato che Roma ha avuto».
Ma la vera lingua dotta, anche nella Roma imperiale è stata il greco, sottolinea il professore. La stessa funzione, rimarca, che ebbe il francese in Europa ai primi dell'Ottocento. Un compito che Gadamer vede per il futuro è quello di prendere sempre di più contatto con le lingue slave. Con esse c'è, dice, lo stesso vantaggio di quelle neolatine, conosciutane una, le si conosce più o meno tutte. Il paragone tra ceppo latino e slavo ci introduce al secondo elemento della conversazione. C'è un conflitto oggi tra questi due mondi, che trova espressione concreta in una guerra come quella tra Nato e Jugoslavia? «Oh, no - dice l'anziano filosofo - Né io né lei sappiamo cosa realmente c'è dietro. E quale pericolo vi si nasconda. E non solo nei Balcani, ma anche in Iraq. Non sappiamo. Dovrebbe comunque essere chiaro, che nel frattempo siamo sotto una diversa stella; e cioè tutti un giorno possiamo rendere il pianeta inabitabile. Se un pazzo inizia una guerra atomica, saremo ridotti a una luna senza alcuna vita». Ciò rende impossibile pensare a una guerra giusta. «Il tempo è passato», dice Gadamer. Ma dopo la caduta della cortina di ferro, il pericolo di un conflitto atomico non è sempre più remoto? «Purtroppo - ribatte il filosofo - le due più grandi, gigantesche, scorte di queste armi distruttive sono in America e Russia». E il loro uso resta sempre possibile, «se non sviluppiamo un comune interesse alla sopravvivenza». In questo anche le religioni rivestono un ruolo essenziale di conoscenza comune e convivenza. Gadamer, infine, ricorda come sia improduttivo accanirsi su un popolo fino a che questo non ceda. Lo ha sperimentato sulla sua pelle nel secondo conflitto mondiale, quando un effetto dei bombardamenti a tappeto fu di rendere «impotente ogni resistenza contro il governo. Noi tedeschi lo sappiamo bene cosa significa».
inizio pagina
vedi anche
analisi e commenti