Negli anni ruggenti del secolo socialdemocratico era un po' il Bartali dell'economia.
Condannato ad arrancare alle spalle di Coppi-Keynes, bofonchiando alla fine di ogni tappa:
è tutto da rifare. Viveva di luce riflessa, citato e studiato pochissimo, dipinto come un tetro codino, avversario dello Stato imprenditore, che lui si ostinava a definire una "presunzione fatale". Poi, nel 1974, un inatteso Nobel lo catapultò di colpo sul proscenio, proprio mentre
l'astro keynesiano iniziava la sua parabola discendente. Friedrich August von Hayek,
austriaco naturalizzato inglese, è ritenuto l'ispiratore di Reagan e della Thatcher. Ma per quanto pochi, in Italia, si siano ricordati del centenario della sua nascita (8 maggio 1899), la
sua rivalutazione postuma va ben oltre la galassia neoliberista. Tanto che domani,
all'Università statale di Milano, un convegno promosso da "Società Libera" ne discute
l'eredità intellettuale, con la partecipazione di liberali-liberali come
Raimondo Cubeddu,
Valerio Zanone, Franco Romani, ma anche di "liberal- diessini" come
Giancarlo Bosetti e
Michele Salvati.
Se il postlaburista Blair non può non dirsi thatcheriano, la sinistra europea del rigore
monetario e umanitario non può negare il suo debito verso Hayek. A parte qualche
nostalgico, l'intervento statale nell'economia è visto sempre più come un problema, anziché
come una soluzione. E anche chi crede nella giustizia sociale considera il mercato un
insostituibile meccanismo di allocazione delle risorse.
Sulla scia di Montesquieu e di Constant, l'economista-filosofo austriaco pensava a un
equilibrio tra pubblico e privato nella cornice di un nuovo costituzionalismo. "Per operare
in modo benefico - diceva - la concorrenza richiede che i competitori osservino le regole
piuttosto che ricorrere alla forza". E ancora: "Mentre i soli fatti non possono mai
determinare ciò che è giusto, idee sbagliate di ciò che è razionale, giusto e buono possono
distruggere, forse per sempre, non soltanto gli individui evoluti, le costruzioni, l'arte e le
città, ma anche le tradizioni e le istituzioni". Hayek, morto nel '92, non ha fatto in tempo a
vedere gli effetti indesiderati del dopo-guerra fredda. Ma c'è da domandarsi se
approverebbe il "crony capitalism" all'indonesiana, o il mercato mafioso alla russa. E se
non giudicherebbe una "presunzione fatale" il tentativo di imporre con le bombe il rispetto
dei diritti umani. |