Uno dei modi più efficaci e interessanti di sollevare e affrontare il problema del relativismo - su cui si è concentrato Michael Dummett nell'articolo pubblicato il 25 aprile scorso, suscitando gli interventi che pubblichiamo in questa pagina - è stato negli ultimi anni quello - del fisico americano Alan Sokal.
L'efficacia dipende da un famoso e ben assestato scherzo che egli giocò a una rivista americana di Cultural Studies. Nel 1996 sottopose a Social text un saggio «generosamente condito di assurdità» scientifiche a partire dal titolo Trasgredire le frontiere: verso un'ermeneutica trasformativa della gravità quantistica - ma in linea con lo stile "decostruttivista" che piaceva ai curatori, in cui dimostrava che i settori più avanzati della fisica e della matematica confermano le tesi ultrarelativiste di autori come Lacan, Lyotard, Kristeva, ecc. L'articolo fu pubblicato con entusiasmo. Ma poco dopo Sokal denunciò la "beffa" su un'altra rivista, «Lingua franca», provocando da un lato violente reazioni da parte della cultura francese e dei suoi seguaci presenti nelle facoltà umanistiche americane, ma dall'altro anche l'approvazione di una parte consistente del mondo scientifico e filosofico.
Evidentemente, in molti aspettavano l'occasione per poter tornare a discutere seriamente delle questioni da tempo trascurate relative al rapporto scienza-cultura e scienza-società. E Sokal era mosso da motivazioni tutt'altro che goliardiche: egli fin dall'inizio era preoccupato dal fatto che quella cultura "alla francese" incoraggiasse il disinteresse per la realtà e per i contenuti concreti, soprattutto riguardo ai problemi sociali e politici che dovrebbero stare a cuore alla sinistra. Un tale disinteresse dipenderebbe proprio da quel «relativismo cognitivo» che spinge molti autori postmoderni a sostenere che ogni cosa, e persino la stessa realtà fisica, non è nient'altro che una costruzione culturale o sociale. Il che non fa male alle scienze fisiche e matematiche, che comunque vanno per la loro strada, ma proprio alle "scienze umane", che così perdono ogni contatto con la realtà umana e sociale che vorrebbero indagare e magari cambiare.
Per argomentare tutto ciò Sokal ha scritto, insieme al fisico teorico dell'Università di Lovanio Jean Bricmont, un libro intitolato Impostures intellectuelles, già recensito sul Sole-24 Ore del 19 ottobre 1997, e di cui ora esce la traduzione italiana (Imposture intellettuali. Quale deve essere il rapporto tra filosofia e scienza», Garzanti, Milano 1999, pagg. 306, L.39.000). Il volume denuncia le confusioni concettuali e terminologiche in cui incorrono "grandi intellettuali" di stampo umanistico come Lacan, Kristeva, Irigaray, Latour, Baudrillard, Deleuze & Guattari, quando, con seriosità pompieristica e affidandosi all'"autorità" della scienza, si cimentano con scienze "dure" come la matematica e la fisica. Ma è interessante, dal punto di vista culturale, soprattutto per un altro motivo: esso mostra che, se pure la filosofia della scienza, dopo i vari Kuhn, Feyerabend eccetera, è indubbiamente in crisi, da questa crisi non è lecito concludere che tutto è relativo o che la scienza ha a che fare con la realtà. Che è come dire, molto banalmente, che, indipendentemente da ogni crisi dei fondamenti, quando andiamo in aereo siamo magari disposti ad ammettere, almeno in parte, che «stiamo viaggiando su una costruzione sociale». Ma che, per volare, non ci affideremmo a qualunque costruzione sociale. |