RASSEGNA STAMPA

6 MAGGIO 1999
MASSIMO GIULIANI
TEOLOGIA DEL BIG BANG
Parla Ian Barbour, vincitore del premio Templeton: come si conciliano fisica e dottrina della creazione
Non chiedete agli scienziati di farvi vedere Dio. E non chiedete ai teologi di spiegarvi come è nato il mondo. Ma invitate scienziati e teologi a sedersi insieme attorno a un tavolo, e a smettere di ignorarsi a vicenda, come è successo da tre, quattro secoli a questa parte. E' l'idea, detta un po' brutalmente, che ha guidato per 50 anni il lavoro di Ian Barbour, di professione fisico e teologo, e vincitore del Premio Templeton per il «progresso nella religione». Un premio di oltre due miliardi di lire, che il suo filantropico fondatore sir John Templeton ha voluto in quasi concorrenza al più noto Premio Nobel per affermare la convinzione del primato della religione. Ma di una religione in dialogo con il mondo moderno, e in particolare con la scienza e la tecnologia. Nessun credente, alla fine del XX secolo, può evitare di porsi le domande: qual è il significato teologico del Big Bang, l'esplosione iniziale che ha dato origine all'espansione dell'universo 15 miliardi di anni fa? E come si concilia la teoria dell'evoluzione cosmica e biologica con la dottrina ebraico-cristiana della creazione?
Ian Barbour, 75 anni, anglo-americano, membro della Chiesa Unita di Cristo, è l'uomo che, quando ancora tra scienza e religione era guerra dichiarata, ha «inventato» un nuovo campo di ricerca e di studio, quello appunto del «dialogo tra scienza e teologia» insegnando l'umile comprensione della diversità dei metodi e della conciliabilità dei fini. Dalla sua cattedra di fisica e teologia del Carleton College, in Minnesota, Barbour è diventato un maestro e un'autorità, almeno negli Stati Uniti, in una delle frontiere del pensiero contemporaneo. La sua impresa intellettuale ricorda vagamente Teilhard de Chardin. «Il fatto è, spiega Barbour, che la scienza solleva questioni etiche alle quali da sola non è in grado di rispondere.
Questo è vero sia per la fisica che per la biologia. Si pensi alle sfide della genetica o dell'intelligenza artificiale. Oggi le maggiori minacce alla dignità umana vengono da questi ambiti di ricerca, perché la clonazione, la manipolazione genetica e la robotica sfidano la nostra comprensione della natura umana. Ma l'essere umano è più del suo codice genetico. Siamo potentemente influenzati dai nostri geni, ma siamo anche persone responsabili. Il Dna non spiega ogni cosa, e il nostro cervello non è un computer».
Oggi Barbour è in pensione e vive ritirato in campagna con la moglie - sono sposati da mezzo secolo - con la quale ha cresciuto quattro figli. Ma i suoi 12 libri e gli oltre 50 articoli sul dialogo possibile e necessario tra scienza, etica e religione circolano per il mondo tradotti in spagnolo, tedesco, russo, cinese, coreano, polacco. E' nato a Pechino nel 1923; il padre era un presbiteriano scozzese e la madre un'episcopaliana americana, entrambi docenti di materie scientifiche alla Yenching University. Cresciuto in ambienti religiosi ecumenici in Inghilterra e negli Stati Uniti, Barbour studia fisica a Chicago con Enrico Fermi (del quale diviene assistente) negli anni in cui l'esule italiano lavora sulle reazioni atomiche. Dopo il dottorato in fisica nel 1949, si immerge negli studi religiosi a Yale, alla scuola di Richard Niebuhr, uno dei maggiori teologi protestanti di questo secolo. Dal '56 terrà una cattedra congiunta di fisica e teologia, lavorando senza interruzione fino ad oggi allo scopo di far interagire le due discipline nel rispetto dei loro specifici statuti epistemologici.
Dice Barbour: «L'evoluzione è l'idea più importante introdotta dalla scienza nel mondo moderno, e i teologi non hanno colto tutte le implicazioni di quest'idea, soprattutto a riguardo della natura umana, della creazione e della relazione di Dio con il mondo». Esistono quattro modi di relazionare scienza e religione, spiega. Il primo è quello conflittuale, che oppone i fondamentalisti del testo biblico ai filosofi e scienziati materialisti. Il secondo è quello che rivendica una totale separazione dei campi, senza possibilità di interazione, anche a costo di una dissociazione dell'esperienza umana. Il terzo è quello che riconosce una dimensione religiosa nell'universo, ma riduce questa religiosità a quella di «un Dio che è uscito a pranzo», cioè assente dalla reale scena del mondo. Il quarto, quello per il quale lavora Barbour, è il dialogo tra le due comunità, quella scientifica e quella religiosa. «In questo dialogo gli scienziati accettano di interrogarsi sul perché esiste l'universo, perché esso ha l'ordine che ha, e perché le costanti fisiche si sono "sistemate" in modo tale da permettere l'emergenza della vita». Dei tanti modelli teologici che la storia della cristianità ha offerto per pensare Dio e il mondo, Barbour come fisico e come cristiano si sente in maggiore sintonia con quello che, in inglese, si chiama process theology, la "teologia del processo". «Questa teologia parla di Dio come un partecipante attivo nella comunità cosmica. Creazione e redenzione sono due aspetti di una sola azione divina che non è ancora finita. Dunque possiamo parlare di una storia che, come un arco, include da una parte il pilastro della creazione del cosmo, dalle particelle elementari all'evoluzione degli esseri viventi, e dall'altra il pilastro dell'alleanza biblica e di Cristo, con un posto in esso per le storie delle altre tradizioni religiose».
Per Barbour, i cristiani hanno trascurato di pensare teologicamente la natura, e la loro etica è stata più un'implicazione della redenzione che una risposta alla creazione. Ma contrapporre creazione e redenzione è un passo nella direzione sbagliata. «La "teologia del processo" - aggiunge lo studioso - offre una comprensione ecologica ed evolutiva della natura come sistema dinamico e aperto, caratterizzato da diversi livelli di organizzazione, attività ed esperienza. Evita ogni dualismo tra mente e corpo, tra umanità e natura, tra mascolinità e femminilità. E offre la più ampia base per una responsabilità verso il creato». Per Barbour ciò implica l'accettazione del concetto di pluralismo religioso. «In un mondo in cui i futuri conflitti potrebbero degenerare in guerra atomica, dobbiamo prendere molto seriamente il problema del pluralismo religioso. Ciò implica la capacità di mettere in discussione le affermazioni esclusive dentro ogni tradizione religiosa, inclusi i nostri punti di vista teologici». Queste idee, Barbour le ha elaborate soprattutto in due libri: La religione nell'età della scienza (1990) e L'etica nell'età della tecnologia (1993). Quest'ultimo libro fu premiato come il miglior libro dell'anno dall'American Academy of Religion. Se si considera che solo il 7% dei top-scienziati americani dichiara di credere in Dio (sondaggio del 1998, a cura di Ed Larson e Larry Witham), si può intuire quanto il dialogo tra le due sponde dello scibile umano abbiano bisogno di "sedersi allo stesso tavolo", o almeno di ascoltarsi di più. «La scienza può dirci cosa è possibile, ma certamente non ci dice cosa sia desiderabile», continua Ian Barbour. «Ciò implica questioni di dignità umana, e noi dovremmo incoraggiare suggerimenti da entrambi, scienziati e teologi. Ci sono decisioni etiche che non dovrebbero essere lasciate ai soli uomini di scienza, che richiedono una discussione pubblica. In gioco è lo stesso destino dell'umanità». Pochi hanno lavorato per questa pubblica discussione più di Barbour negli ultimi decenni, un lavoro svolto con il rigore e l'umiltà di uno studioso che non vuol rinunciare né alla sua ragione né alla sua fede. Per questo l'11 maggio il professore riceverà a Buckingham Palace oltre due miliardi di lire, che saranno quasi totalmente devoluti all'Istituto di teologia e scienze naturali affiliato con il Graduate Theological Union di Berkeley, in California, e da utilizzare in ricerca e in borse di studio per studenti e docenti.
inizio pagina
vedi anche
Filosofia e Religione