RASSEGNA STAMPA

6 MAGGIO 1999
MARCO VOZZA
FRANK: L'ERMENEUTICA DEL LIBERO INDIVIDUO
Manfred Frank,«INDIVIDUALITA'», a cura di Silvio Vercellone, Campanotto, pp. 138, L. 35.000
L'interesse principale di questo saggio di Frank non risiede tanto nel dichiarato obiettivo polemico, poiché probabilmente né VattimoDerrida si attarderebbero oggi a decretare la morte del soggetto, quanto per il confronto critico con le principali teorie dell'autocoscienza sviluppate nell'ambito della cosiddetta Scuola di Heidelberg rappresentata da Dieter Henrich e, sul versante opposto, quello della filosofia analitica in particolare da Peter Strawson (Individui, Feltrinelli) e da Ernst Tugendhat (Autocoscienza e autodeterminazione, La Nuova Italia). Questi ultimi recidono ogni legame con le dottrine idealistiche dell'autocoscienza proponendo di retrocedere dall'Io (il soggetto trascendentale o assoluto) all'io, quello empirico identificabile nello spazio e nel tempo, la cui attività di coscienza può essere esaurientemente descritte da una proposizione dichiarativa.
Per evitare il ricorso ad un accesso privilegiato all'intimità della coscienza soggettiva, i filosofi analitici propongono una formula che Tugendhat definisce «simmetria semantico-veritativa» secondo la quale ciò che io affermo riguardo a me stesso deve poter trovare un correlativo in qualcun altro che mi attribuisce gli stessi predicati: «sono triste» è vero se e solo se qualcun altro può affermare: «egli è triste» .
L'obiezione di Frank a questo esempio di riduzionismo behavioristico consiste essenzialmente nel rilevare che tale rinvio tra l'io e il tu che mi descrive come egli presuppone un contesto dialogico intimamente condiviso dai due partners. In realtà, la critica all'approccio analitico potrebbe essere ben più radicale: e se l'altro non percepisse la mia tristezza per ragioni di ordinaria insensibilità, di opacità del vissuto, per egocentrismi o a causa di meccanismi proiettivi, per la rimozione di esperienze spiacevoli? In tutti questi casi, certamente, consueti, la mia tristezza perderebbe ogni valore di verità, non riconosciuta e relegata nell'insignificante di un linguaggio privato. Ma, si potrebbe obiettare, essa non diventerebbe ancora più vera (e inconsolabile) proprio perché nessun altro la percepisce?
In termini più generali, che coinvolgono l'affollato dibattito tra analitici e continentali: la filosofia può ancora avvalersi di strumenti di analisi psicologica per comprendere la complessa stratificazione dell'io (empirico-trascendentale) o deve limitarsi a recepire i dettami proposizionali ded'antropologia linguisticamente dispiegata, come vorrebbero ì sempre più numerosi nipotini dì Wittgenstein? Non sarà finalmente opportuno, nell'elaborazione di una teoria della soggettività, attribuire piena cittadinanza a concetti quali l'autoinganno (Elster), la patologia della comunicazione (Habermas) fino a recuperare la nozione schleiermacheriana di fraintendimento?
A tal proposito, sembra piuttosto significativo che, proprio richiamando il nume tutelare di Schleiermacher, Frank delinei la propria concezione ermeneutica dell'individualità», in cui il soggetto nel corso dell'esistenza acquisisce molteplici predicati, li comprende, li interpreta e se li attribuisce secondo modalità differenti, mai riconducibili a regole universali e vincolanti, mantenendo sempre quella fondamentale libertà di prospettiva che gli consente di modificare la propria identità attraverso nuove attribuzioni di senso.
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