DIO Disertore in ogni guerra | L'intervento della Nato nei Balcani ci costringe a mettere in discussione l'idea stessa di giustizia |
| "DIO è con noi" era il motto impresso sui cinturoni dei soldati hitleriani; ma da allora - a parte le sparate reaganiane contro l'Urss "impero del male", e quelle di Khomeini contro il "Satana americano" - nessuno ha più osato coinvolgere così direttamente il Padre eterno nelle sanguinose vicende di una guerra. Se però non siamo sicuri che Dio è con noi, neanche oggi che bombardiamo il nazicomunista Milosevic per fermare la sua pulizia etnica del Kosovo, sarà lecito guardare alla guerra in atto in Jugoslavia anche con dubbi, incertezze, ripensamenti. Sia sulla sua liceità morale, sia sulla sua efficacia pratica. In altri termini, non possiamo stare assolutamente tranquilli né sul primo punto né sul secondo. Sottolineo: nemmeno sul primo, che pure sembra sollevare meno dubbi, perché il carattere criminale delle azioni di Milosevic, anche prima delle recenti stragi in Kosovo, a cominciare dalla Bosnia, è universalmente riconosciuto. Se nemmeno le scienze "dure" come la fisica oggi si dichiarano sicure al cento per cento delle leggi che formulano, figuriamoci se una tale sicurezza si può presumere nei saperi e nelle condotte morali e politiche.
| Tutte le bombe sono mostruose |
Nel motto "Dio è con noi", tuttavia, si esprime il bisogno, o la tentazione, ricorrente in chi intraprende un'azione di forza contro la vita e i beni di altri, individui o interi popoli. Anche lanciare una singola bomba su un singolo villaggio sembra, ed è, un atto così mostruoso che si deve supporre di esservi autorizzati da Dio stesso - ecco un altro insegnamento che si potrebbe trarre dalla famosa storia biblica di Abramo a cui Dio, per provarne la fede, ordina di sacrificargli il figlio Isacco. Una lettura radicale di questa storia significherebbe allora: non c'è mai guerra giusta, né giusta uccisione dell'altro. Dunque nessuna legge può giustificare questa violenza, solo Dio, eventualmente, potrebbe comandarla.
Eppure, non ci sentiamo di seguire i pacifisti nel loro rifiuto radicale di ogni guerra, anche di difesa. Si noti che una guerra come quella della Nato in Kosovo è una guerra "di difesa" assai più plausibile di quelle che mirano a respingere un attacco al proprio territorio: qui si tratta di vite di persone lontane da noi, che non ci sono parenti, nei confronti delle quali, dunque, siamo più disinteressati. Ma, se accettiamo l'insegnamento della storia di Abramo, anche in questo caso non abbiamo il diritto di chiamarci giusti quando bombardiamo e uccidiamo. Il fatto è che per essere giusti dovremmo essere Dio: non essere collocati in una cultura, in un sistema storico di valori, in un punto di vista che, per quanti sforzi faccia, è sempre particolare. I serbi che stanno con Milosevic ritengono che l'affermazione della loro cultura e della loro tradizione sia un valore superiore al diritto dei kosovari di starsene in pace nelle proprie case. Forse si sentono persino investiti dal mandato di difendere la cristianità contro l'Islam. Noi d'altra parte riteniamo di affermare diritti umani universali, ma questa universalità è per l'appunto contestata da coloro che stanno dall'altra parte; e noi sappiamo che tante volte chi si è proclamato interprete dei valori universali si sbagliava o addirittura mentiva. Aver imparato questo, esser stati educati alla "scuola del sospetto", o, più semplicemente, essere diventati dei buoni europei moderni, vaccinati contro il fanatismo dalla consapevolezza della storicità di tutti i valori, ci rende fondamentalmente inadatti alla guerra. O almeno, incapaci ormai di quella che Umberto Eco ha chiamato (su La Repubblica del 26 aprile) la paleo-guerra, quella delle fanterie, degli assalti alla baionetta, dello spargimento del sangue.
I bombardamenti della Nato sulla Serbia sono un tentativo di raggiungere la vittoria con una forma di guerra che non ci metta di fronte alla morte nella sua tragica concretezza; dovrebbero colpire solo obiettivi militari, e soprattutto non comportare perdite di vite dei nostri soldati. Se dovessimo affrontare una guerra terrestre, con morti di nostri militari, il governo non reggerebbe probabilmente più di qualche giorno. Le democrazie moderne - quelle del disincanto di massa, delle tecnologie avanzate, dei consumi superflui - non sono più adatte a sopportare il peso della paleo-guerra. La Nato, prevedendo di piegare Milosevic con alcuni giorni di bombardamenti, ha forse creduto di inventare una guerra "sopportabile" dal punto di vista della coscienza di oggi. Era un calcolo ragionevole, ma dobbiamo prender atto, dopo tante settimane di funzionato. Sarà una prova che non avevamo ragione?
Difficile pensare che l'errore sia stato solo un errore tecnico, dato che dipende direttamente dal fatto che non riusciamo più a credere che "Dio è con noi", e perciò la durezza della guerra "vera" ci appare insopportabile. E' l'idea stessa di giustizia che dobbiamo imparare, anche e soprattutto in base a questa esperienza, a mettere in discussione. Noi siamo sempre parti in causa, soggetti (individuali o collettivi) finiti, portatori di interessi e di particolari visioni del mondo; dunque non abbiamo mai ragioni giuste per uccidere; possiamo al massimo prender atto che, in certe situazioni, la violenza è inevitabile; e cercare di renderla meno disumana attraverso forme di legittimazione giuridica (decisioni collegiali, organismi internazionali, diplomazia, cautele e meccanismi di controllo di ogni tipo). Se anche crediamo con buoni argomenti che Milosevic e i suoi siano dei fanatici assassini, possiamo e dobbiamo, senza vergogna, esser pronti a riconoscere che avevamo sbagliato i calcoli, e a rifarli in altro modo. E ne saremo tanto più capaci quanto più, anche sul piano dei "valori", ci renderemo conto che ciò che, in buona fede, chiamiamo giustizia non può pretendere di identificarsi senz'altro con la giustizia divina. |