RASSEGNA STAMPA

3 MAGGIO 1999
PAOLO ANTELLE
Dal «ben avere» al benessere. Rivoluzione del lavoro
Il filosofo Ermanno Bencivenga traccia il profilo di una società dove l'«occupazione» muta totalmente di ruolo
Davvero la qualità dei consumi produce la qualità della vita? E' utopistico un mondo in cui il bene riguarda l'essere e non l'apparire?
Ermanno Bencivenga, «Manifesto per un mondo senza lavoro», Feltrinelli, pagine 159, lire 25.000
Nel suo nuovo saggio «militante». il filosofo Ermanno Bencivenga tratta un argomento capitale e attualissimo: il lavoro e, soprattutto, la sua mancanza, assillante preoccupazione di tutte le politiche governative come pure questione primaria nel carnet della discussione pubblica. Lo studioso, che insegna all'università di California, riprende e, amplifica riflessioni che aveva proposto ai lettori di questo di questo giornale nella rubrica In libertà, tenuta dal 1994 al 1997. In quell'ambito, uno dei temi periodici era costituito da una riflessione sul «benessere», sul significato e sull'autentico valore di questa impegnativa categoria, soprattutto in un contesto come quello statunitense dove le diverse opzioni di vita si presentano molto nettamente.
Uno degli interventi più interessanti di quel dibattito fu proposto da un lettore di Roma, che osservava: «Per aumentare la quantità dei consumi indispensabili nel mondo è necessario migliorare la qualità della vita nel Nord industrializzato». Bencivenga riparte da quella annotazione «sensata quanto sorprendente», che proponeva un riequilibro nella concezione del benessere, per svolgerne un approfondimento critico. Se all'insoddisfazione e al senso di vuoto non si continuasse a rispondere con l'esasperazione dello stile di vita occidentale si potrebbe determinare una più equa distribuzione dei consumi su scala internazionale.
Nella, realtà delle cose il benessere, perno centrale della nostra società, viene inteso esclusivamente come «ben avere»: il bambino che scarta freneticamente l'ennesimo regalo e coltiva già il pensiero di altre ricorrenze, occasione di nuovi regali come pure il parossismo delle ultime ore prime del Natale o del compleanno di un amico che «ha tutto» drammatizzano efficacemente, osserva Bencivenga, «la logica del ben avere». Questa risponde a una tendenza apparentemente infinita, che cerca di estendere senza limiti i nostri bisogni e i nostri consumi.
Ebbene, a una concezione del benessere come accaparramento del maggior numero possibile di cose e di merci, Bencivenga oppone un «cambiamento di paradigma», che sostituisca all'avere l'essere e alla compulsiva ricerca di oggetti un'attività che abbia come centro la crescita personale, la coltivazione delle proprie abilità e conoscenze, un dialogo teso all'apprendimento reciproco con le tante voci e persone che ci circondano. Bencivenga descrive questa sua proposta come uno «slittamento gestaltico», una rivoluzione prospettica che osi invertire tra loro lo sfondo e la figura in primo: al posto del dominio del paradigma del lavoro e di rapporti strategici con gli altri esseri umani, l'ampliamento del tempo libero e l'impararsi reciproco tra individui che coltivano rapporti «simpatici» e solidali; in luogo di un'economia dominata dalla rincorsa di bisogni indotti una centrata sugli scambi di conoscenze e di abilità, sullo sviluppo delle proprie sensibilità e delle proprie attitudini, nei settori più disparati (dalla lettura alla pratica sportiva, dall'abilità nel disegnare all'imparare a suonare uno strumento musicale).
Bencivenga coerentemente con l'adottata prospettiva aristotelica, che individua la felicità in un'attività e non in oggetti o in una condizione stabile, dà una spiccata connotazione pragmatica alla propria proposta: insegnarsi reciprocamente le proprie competenze (per esempio saper dipingere con l'acquerello o i fondamenti della filosofia) costituisce un «arricchimento» reciproco di entrambi i partecipanti allo scambio e l'inizio di un percorso potenzialmente infinito, ben differente dallo scambio fondato sull'avere, dove il gioco è a somma zero e lo sviluppo ineguale e insostenibile rivela sempre di più tutti i propri limiti.
Può darsi che la lettura suggerita da Bencivenga rifletta la sua personale prospettiva di intellettuale e trascuri la pesantezza e le resistenze di un sistema economico, che sembra invincibile. Del resto il libro si confronta espressamente nella seconda parte con tutte le possibili obiezioni, in un colloquio a più voci che costituisce l'esemplificazione in vivo della proposta dialogica avanzata nella prima sezione. Questi rilievi non possono essere trascurati ma sicuramente va riconosciuto a Bencivenga un'esplicita preoccupazione civile e, nell'attuale diffusa indifferenza verso ogni progettualità, il merito di rammentarci che da qualcosa bisognerà pur ricominciare a sperare e a impegnarsi. Forse proprio dalla metanoia (conversione) individuale che il pamphlet propone, da una contaminazione reciproca e quotidiana di comportamenti e di valori, dalla «rivoluzione copernicana» che ci può portare a considerare «che si può essere ricchi, per esempio, di sfumature o di interessi».
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vedi anche
Filosofia (e) politica