Uguaglianza e pari opportunità sociali davanti al fallimento delle rivoluzioni.Lacune sulla bioetica Libertà e diritti non sono monopolio di parte |
| Che la sinistra oggi, sia in grave disagio, per la caduta dell'ideologia portante, e
perché la politica che la situazione impone di fare ai suoi Governi in Europa non va
troppo spesso nella direzione un tempo sognata, è sotto gli occhi di tutti. Ma - si chiedono a sinistra - è proprio inevitabile accettare un'omologazione di fatto al
centro o addirittura alla destra? La risposta di Foa e Flores D'Arcais è negativa. Ma
nella risposta si avverte imbarazzo. Soprattutto, si trova qualche risorgente richiamo,
anche se rinviato a migliori tempi futuri, di idee che il riconoscimento del fallimento
dell'ideale rivoluzionario dovrebbe, mi sembra, spingere ad abbandonare, almeno
per il futuro ragionevolmente prevedibile.
Continua insieme a rimanere anche qualche limite della sinistra, la quale vuole sì oggi
come ieri, stare in difesa dei più deboli, ma non sembra poi sempre riconoscere tutti
quelli che, concretamente, sono i più deboli da difendere. Foa ricorda che nella
storia degli stati nazionali, l'interesse collettivo è sempre stato rappresentato dallo
Stato, ma aggiunge che la forma estrema tentata nel nostro secolo (quella per
intenderci, del «socialismo reale») non ha negato veramente le diseguaglianze, ed è
approdato a inefficienza nella produzione di beni e di servizi.
No allora alla rivoluzione. Sì allora alle riforme? Sì, risponde Foa, ma occorre un
progetto che sia solo di mera ridistribuzione, o di correzione di arbitri e di ingiustizie
lasciando, al fondo, che il mondo vada come va. Foa propone allora un senso più
profondo per le riforme: quello di liberare, di aprire spazi di movimento a individui o
gruppi sociali oggi esclusi stabilmente da possibilità di promozione.
In questo egli si ricollega a Flores D'Arcais, il quale pone tra le istanze essenziali
della sinistra, anche oggi, quello dell'uguaglianza delle chances di partenza da
affrontare (sia pure programmandone l'attuazione in un periodo non breve) fra l'altro
rivedendo e poi, al limite, abolendo, la trasmissione ereditaria della ricchezza base di
reali ineliminabili diseguaglianze anche culturali, politiche e via dicendo. Flores
D'Arcais considera un «residuo» premoderno e addirittura tribale il primato della
famiglia rispetto all'individuo. Egli si domanda: «Tutte le misure di welfare che si
rivolgono alle famiglie anziché agli individui non pagano lo scotto, magari
inconsapevole, al permanere di questa ideologia biologistica?». Non solo: per lui
occorrono anche degli ammortizzatori a posteriori dei risultati della competizione
propria delle società liberiste, rimettendo tutti in condizione, più di una volta nella
vita, di correre di nuovo in condizioni di parità.
Mi sembra che questa idea esprima l'attaccamento, ancora, al vecchio modo -
quello palingenetico rivoluzionario radicale - che, sia pure a denti stretti, si ammette
che oggi per consentire grande produttività, si debba abbandonare. La sinistra di
oggi non nega più il valore dell'iniziativa individuale in un quadro di libertà
economica, ne riconosce la maggiore efficacia per lo sviluppo, per la creatività,
l'innovatività che è giusto sia espressa da chi ne è capace. Anche la sinistra d'antan
riconosceva il valore della creatività, della libertà, dell'iniziativa dei singoli, ma era
persuasa che l'esercizio di questa creatività fosse possibile, nelle società di classe
solo ai ricchi e ai figli dei ricchi, mentre la libertà dei poveri era solo teorica, per
mancanza di chances di partenza adeguate.
Nella prospettiva rivoluzionaria solo con un'educazione dell'umanità passante
attraverso molte generazioni, la coazione statale sarebbe divenuta inutile e la
creatività di tutti, secondo le rispettive capacità si sarebbe esplicata da sola, senza
ritorni di diseguaglianza essendo liberamente voluta. Purtroppo il sogno è caduto al
vaglio dell'esperienza storica. La gestione statal-burocratica dell'economia è fallita,
soprattutto perché esistevamo forti limiti a iniziative innovative, a esperimenti creativi
di ampio respiro e di lunga durata, che potessero superando la vita del singolo,
continuare nei figli, che permettessero di rischiare ma anche se vincenti, di realizzare
economicamente, oltre un burocratico stipendio.
L'uomo soggiacente all'ideologia è certo capace di idealità e di altruismo, ma aspira
in genere, a crescere anche economicamente, per sé e per la propria famiglia.
Questo è un dato reale, che potrà apparire non entusiasmante, certo se si punta
come valore pivot massimo, all'uguaglianza comunque delle chances, ma deve
essere realisticamente accettato se si vuole che la crescita produttiva permetta poi
anche maggior lavoro, e la possibilità, attraverso una politica riformistica seria,
perché eticamente ispirata, ma insieme realistica, di distribuire il maggior reddito
complessivo tra tutti.
Trovo singolare che chi si dichiara difensore degli uguali diritti di ognuno, che vuol
difendere i più deboli, (questa sarebbe la «sinistra»), dimentichi poi che tra i più
deboli da difendere ci sono anche gli individui umani in via di sviluppo, ancora nel
seno materno che sono ben più deboli delle madri e che in nome del rispetto della
libertà di tutti e perciò anche delle donne, non avrebbero un diritto incondizionato
alla vita, nella prospettiva della sinistra.
In questo caso e in altri dello stesso o di simili campi, prevale in realtà
quell'iperliberalismo di tipo, in Italia, radicalizzante, che non ci si aspetterebbe da
chi, certo, vuol difendere la libertà di tutti, ma non giustamente, un'illimitata libertà di
tutti (questa lasciamola agli «assolutizzatori» incondizionati dell'iperliberalismo!).
Considerazioni ulteriori sarebbero da svolgere anche in rapporto al tema della
scuola, del rispetto dei gruppi sociali, e oggi, soprattutto delle etnie che si affacciano
con sempre più numerosi loro rappresentanti in Europa, con costumi che pongono
talora gravi problemi in tema di rispetto di fondamentali diritti umani. |