RASSEGNA STAMPA

27 APRILE 1999
BAUSOLA
Uguaglianza e pari opportunità sociali davanti al fallimento delle rivoluzioni.
Lacune sulla bioetica
Libertà e diritti non sono monopolio di parte
Che la sinistra oggi, sia in grave disagio, per la caduta dell'ideologia portante, e perché la politica che la situazione impone di fare ai suoi Governi in Europa non va troppo spesso nella direzione un tempo sognata, è sotto gli occhi di tutti. Ma - si chiedono a sinistra - è proprio inevitabile accettare un'omologazione di fatto al centro o addirittura alla destra? La risposta di Foa e Flores D'Arcais è negativa. Ma nella risposta si avverte imbarazzo. Soprattutto, si trova qualche risorgente richiamo, anche se rinviato a migliori tempi futuri, di idee che il riconoscimento del fallimento dell'ideale rivoluzionario dovrebbe, mi sembra, spingere ad abbandonare, almeno per il futuro ragionevolmente prevedibile. Continua insieme a rimanere anche qualche limite della sinistra, la quale vuole sì oggi come ieri, stare in difesa dei più deboli, ma non sembra poi sempre riconoscere tutti quelli che, concretamente, sono i più deboli da difendere. Foa ricorda che nella storia degli stati nazionali, l'interesse collettivo è sempre stato rappresentato dallo Stato, ma aggiunge che la forma estrema tentata nel nostro secolo (quella per intenderci, del «socialismo reale») non ha negato veramente le diseguaglianze, ed è approdato a inefficienza nella produzione di beni e di servizi. No allora alla rivoluzione. Sì allora alle riforme? Sì, risponde Foa, ma occorre un progetto che sia solo di mera ridistribuzione, o di correzione di arbitri e di ingiustizie lasciando, al fondo, che il mondo vada come va. Foa propone allora un senso più profondo per le riforme: quello di liberare, di aprire spazi di movimento a individui o gruppi sociali oggi esclusi stabilmente da possibilità di promozione. In questo egli si ricollega a Flores D'Arcais, il quale pone tra le istanze essenziali della sinistra, anche oggi, quello dell'uguaglianza delle chances di partenza da affrontare (sia pure programmandone l'attuazione in un periodo non breve) fra l'altro rivedendo e poi, al limite, abolendo, la trasmissione ereditaria della ricchezza base di reali ineliminabili diseguaglianze anche culturali, politiche e via dicendo. Flores D'Arcais considera un «residuo» premoderno e addirittura tribale il primato della famiglia rispetto all'individuo. Egli si domanda: «Tutte le misure di welfare che si rivolgono alle famiglie anziché agli individui non pagano lo scotto, magari inconsapevole, al permanere di questa ideologia biologistica?». Non solo: per lui occorrono anche degli ammortizzatori a posteriori dei risultati della competizione propria delle società liberiste, rimettendo tutti in condizione, più di una volta nella vita, di correre di nuovo in condizioni di parità. Mi sembra che questa idea esprima l'attaccamento, ancora, al vecchio modo - quello palingenetico rivoluzionario radicale - che, sia pure a denti stretti, si ammette che oggi per consentire grande produttività, si debba abbandonare. La sinistra di oggi non nega più il valore dell'iniziativa individuale in un quadro di libertà economica, ne riconosce la maggiore efficacia per lo sviluppo, per la creatività, l'innovatività che è giusto sia espressa da chi ne è capace. Anche la sinistra d'antan riconosceva il valore della creatività, della libertà, dell'iniziativa dei singoli, ma era persuasa che l'esercizio di questa creatività fosse possibile, nelle società di classe solo ai ricchi e ai figli dei ricchi, mentre la libertà dei poveri era solo teorica, per mancanza di chances di partenza adeguate. Nella prospettiva rivoluzionaria solo con un'educazione dell'umanità passante attraverso molte generazioni, la coazione statale sarebbe divenuta inutile e la creatività di tutti, secondo le rispettive capacità si sarebbe esplicata da sola, senza ritorni di diseguaglianza essendo liberamente voluta. Purtroppo il sogno è caduto al vaglio dell'esperienza storica. La gestione statal-burocratica dell'economia è fallita, soprattutto perché esistevamo forti limiti a iniziative innovative, a esperimenti creativi di ampio respiro e di lunga durata, che potessero superando la vita del singolo, continuare nei figli, che permettessero di rischiare ma anche se vincenti, di realizzare economicamente, oltre un burocratico stipendio. L'uomo soggiacente all'ideologia è certo capace di idealità e di altruismo, ma aspira in genere, a crescere anche economicamente, per sé e per la propria famiglia.
Questo è un dato reale, che potrà apparire non entusiasmante, certo se si punta come valore pivot massimo, all'uguaglianza comunque delle chances, ma deve essere realisticamente accettato se si vuole che la crescita produttiva permetta poi anche maggior lavoro, e la possibilità, attraverso una politica riformistica seria, perché eticamente ispirata, ma insieme realistica, di distribuire il maggior reddito complessivo tra tutti. Trovo singolare che chi si dichiara difensore degli uguali diritti di ognuno, che vuol difendere i più deboli, (questa sarebbe la «sinistra»), dimentichi poi che tra i più deboli da difendere ci sono anche gli individui umani in via di sviluppo, ancora nel seno materno che sono ben più deboli delle madri e che in nome del rispetto della libertà di tutti e perciò anche delle donne, non avrebbero un diritto incondizionato alla vita, nella prospettiva della sinistra. In questo caso e in altri dello stesso o di simili campi, prevale in realtà quell'iperliberalismo di tipo, in Italia, radicalizzante, che non ci si aspetterebbe da chi, certo, vuol difendere la libertà di tutti, ma non giustamente, un'illimitata libertà di tutti (questa lasciamola agli «assolutizzatori» incondizionati dell'iperliberalismo!). Considerazioni ulteriori sarebbero da svolgere anche in rapporto al tema della scuola, del rispetto dei gruppi sociali, e oggi, soprattutto delle etnie che si affacciano con sempre più numerosi loro rappresentanti in Europa, con costumi che pongono talora gravi problemi in tema di rispetto di fondamentali diritti umani.
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vedi anche
Filosofia (e) politica