RASSEGNA STAMPA

26 APRILE 1999
BRUNO GRAVAGNUOLO
Techne non 'è un Moloch invincibile. Per capirla serve una Psiche forte
Svuotamento psicologico dell'individuo e vittoria planetaria dell'apparato tecnologico nell'ultimo libro di Umberto Galimberti
Una genealogia della "sconfitta di Prometeo" che affida le speranze di riscatto alla critica della ragione occidentale e del soggetto razionale
Umberto Galimebrti, "Psiche e techne nell'età dell'età della tecnica", Feltrinelli, pagine 812 lire40.000
La Tecnica è divenuta ormai un sintagma ossessivo del discorso filosofico. Attorno a cui ruotano saggi, articoli, voci di enciclopedie e intere metafisiche. Prima, vigevano altre parole. Sostanza, Spirito, Materia, Progresso, Economia, Struttura, Linguaggio, Potere. Oggi, defenestrati marxismo, semiotica e strutturalismo, è la volta della Tecnica. Alfa ed Omega dell'enigma moderno e post-moderno. Dietro questi rivolgimenti c'è in fondo l'eterna tentazione monologica di rinvenire la Chiave con cui schiudere il segreto dell'Essere. Disotterrando il suo "oblio" dagli "sviamenti" che fanno vagare cieca tutta l'umanità. E rimpiazzando, con nuove filosofie della storia, le vecchie deprecate "narrazioni". Talché in Italia, ad esempio, la crisi del marxismo, ha visto risorgere le filosofie "post" e "neo" idealistiche del'900, già vittoriose sul marxismo dopo la sua celebre crisi "revisionistica". Come l'heideggerismo. Che oggi nutre l'Esperanto nostrano della rinascita della filosofia.
A questo ultimo filone appartiene la riflessione di Umberto Galimberti - allievo eretico di Emanule Severino - sovente rifusa in articoli su "Repubblica". Il suo ultimo libro si chiama "Psiche e Techne". Titolo che con il sottotitolo ("L'uomo nell'età della tecnica") indica subito coordinate mentali e approccio dell'autore. La tesi, sottesa alle ottocento pagine e passa del libro, è la seguente. La Tecnica non è più "strumento" nelle mani dell'uomo, ma è divenuta la sua "essenza". Uomo e Tecnica non son più - se mai lo son state - polarità estrinseche. Bensi articolazioni di un unico "autòmaton". Che ha ormai svuotato, e "depsicologizzato", l'umano. Perciò - argomenta Galimberti- vie di fuga non sono possibili, se ci si appella alla coscienza, all'etica, all'estetica, alla politica o alla democrazia. L'unica via di fuga sarebbe introiettare quel "destino". E comprenderlo. Per non restarne stregati. Al fine di tradirlo. E oltrepassarlo. Mobilitando "paticità". e "sentimenti", oltre la gabbia linguistica e sistemica della Tecnica. Il discorso di Galimberti, in realtà, vuole esser meno ingenuo di quel che rischia di apparire. Perché si appoggia a una "genealogia" millenaria del potere della Tecnica. Lungo la quale vien mostrata la "necessità" del suo imporsi. E la "necessità" scaturirebbe da uno squilibrio insito nella natura stessa dell'"umano", interpretata da Galimberti alla maniera del grande sociologo conservatore Arnold Gehlen. Vediamo. Al centro c'è il concetto di "esonero" (Entlastung). Una dinamica di compensazione tramite cui "l'animale uomo" surroga la sua debolezza entro la natura. E cioè: fabbricazione di "protesi" e strumenti per rimpiazzare quell'"istinto" che negli altri animali è rigidamente coordinato ai bisogni e all'ambiente. Di qui l'artificio umano della tecnica, prolungamento degli arti e della vista. Che mano a mano, scindendosi dal corpo, diviene "autonomia centrata" del "pensiero anticipante": "soggetto", "indviduo", "anima", "intelletto". In tal senso Prometeo è l'uomo della saggezza anticipante (pro-metheiá), esposto come vuole Eschilo al contrappasso dell'infelicità. Uomo in bilico sulla scissione. La quale, finché appare governata dal Fato e dalla gerarchia cosmica dei valori antichi, non tracima ancora nel dominio della "protesi" sul suo agente. Sicché, con l'avvento del tempo cristiano - volontarista e lineare - e soprattutto con l'affermarsi della "ragione osservativa" di Bacone, si produrrà il dominio moderno della Tecnica. Svincolata - quale rete di rimandi e di mezzi - da ogni finalità che non sia la sua stessa "autofinalità". Dal '600 in poi, e sulla base dei suoi antecedenti, la Tecnica prolifererà in macchinismo e rivoluzione industriale. Sino alla odierna società tecnologica post-industriale, mediatica e transgenica. E' il "dominio planetario della tecnica", di cui parla Heidegger. Che tuttavia per l'autore è colpevole di eccesso di fiducia escatologica. E a causa della sua profezia di salvezze possibili, affioranti in controluce nell'acme stesso del "nichilismo tecnico".
In "Psiche e Techne" - lo avrete capito - invece la Tecnica stravince. Onnipervasiva più dell'Atto puro gentiliano e dello Spirito hegeliano, è l'intera totalità del Senso, senza antidoti. Né c'è conato che possa incrinarla. Perché è essa il Conato da cui tutto promana. Essa, il linguaggio, del tempo. Essa, le emozioni. E annegano sempre in essa - come notte in cui le vacche sono nere - tutte le spinte antitecnologiche, che pure la tecnica scatena: fondamentalismi, ecologia, conflitti economici e socioculturali.
Sfugge in tal modo a Galimberti (come a Severino) che la Tecnica - malgrado la sua invadente autonomia funzionale - è pur sempre "intenzionata" da altre variabili. E' un rapporto sociale di potere. Plasmato da tante circostanze selettive. Compreso il ripudio della Tecnica, o delle tecniche che possono distruggere il vivente. La società mediatica poi, non è solo omologante, come pensa l'autore. Alla lunga - oltre a mobilitare il "sospetto" dello sguardo - ingenera reazioni opposte al "principo di prestazione". Potenziando, come vide Mac Luhan, l'interiorità allucinatoria di massa, che si muove lungo curve impreviste. Infine, il "Soggetto". Galimberti vorrebbe dissolverlo ad "impronta emotiva" del corpo. A congerie di "azioni" e "funzioni" prive di centro. Ma così non s'avvede di ridurre il soggetto a un ghiotto boccone per la Tecnica. Polverizzando in radice qualsiasi "critica" alla Tecnica dotata di "senso". Inclusa la sua.
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