Techne non 'è un Moloch invincibile. Per capirla serve una Psiche forteSvuotamento psicologico dell'individuo e vittoria planetaria dell'apparato tecnologico
nell'ultimo libro di Umberto Galimberti Una genealogia della "sconfitta di Prometeo" che
affida le speranze di riscatto alla critica della ragione occidentale e del soggetto razionale |
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| Umberto Galimebrti, "Psiche e techne nell'età dell'età della tecnica", Feltrinelli, pagine 812
lire40.000 | La Tecnica è divenuta ormai un sintagma ossessivo del discorso filosofico. Attorno a cui
ruotano saggi, articoli, voci di enciclopedie e intere metafisiche. Prima, vigevano altre
parole. Sostanza, Spirito, Materia, Progresso, Economia, Struttura, Linguaggio, Potere. Oggi,
defenestrati marxismo, semiotica e strutturalismo, è la volta della Tecnica. Alfa ed Omega
dell'enigma moderno e post-moderno.
Dietro questi rivolgimenti c'è in fondo l'eterna tentazione monologica di rinvenire la Chiave
con cui schiudere il segreto dell'Essere. Disotterrando il suo "oblio" dagli "sviamenti" che
fanno vagare cieca tutta l'umanità. E rimpiazzando, con nuove filosofie della storia, le
vecchie deprecate "narrazioni". Talché in Italia, ad esempio, la crisi del marxismo, ha visto
risorgere le filosofie "post" e "neo" idealistiche del'900, già vittoriose sul marxismo dopo la
sua celebre crisi "revisionistica". Come l'heideggerismo. Che oggi nutre l'Esperanto nostrano
della rinascita della filosofia.
A questo ultimo filone appartiene la riflessione di Umberto Galimberti - allievo eretico di
Emanule Severino - sovente rifusa in articoli su "Repubblica". Il suo ultimo libro si
chiama "Psiche e Techne". Titolo che con il sottotitolo ("L'uomo nell'età della tecnica")
indica subito coordinate mentali e approccio dell'autore. La tesi, sottesa alle ottocento
pagine e passa del libro, è la seguente. La Tecnica non è più "strumento" nelle mani dell'uomo,
ma è divenuta la sua "essenza". Uomo e Tecnica non son più - se mai lo son state - polarità
estrinseche. Bensi articolazioni di un unico "autòmaton". Che ha ormai svuotato, e
"depsicologizzato", l'umano. Perciò - argomenta Galimberti- vie di fuga non sono possibili, se
ci si appella alla coscienza, all'etica, all'estetica, alla politica o alla democrazia. L'unica
via di fuga sarebbe introiettare quel "destino". E comprenderlo. Per non restarne stregati. Al
fine di tradirlo. E oltrepassarlo. Mobilitando "paticità". e "sentimenti", oltre la gabbia
linguistica e sistemica della Tecnica. Il discorso di Galimberti, in realtà, vuole esser meno
ingenuo di quel che rischia di apparire. Perché si appoggia a una "genealogia" millenaria del
potere della Tecnica. Lungo la quale vien mostrata la "necessità" del suo imporsi. E la
"necessità" scaturirebbe da uno squilibrio insito nella natura stessa dell'"umano", interpretata
da Galimberti alla maniera del grande sociologo conservatore Arnold Gehlen. Vediamo. Al
centro c'è il concetto di "esonero" (Entlastung). Una dinamica di compensazione tramite cui
"l'animale uomo" surroga la sua debolezza entro la natura. E cioè: fabbricazione di "protesi"
e strumenti per rimpiazzare quell'"istinto" che negli altri animali è rigidamente coordinato ai
bisogni e all'ambiente. Di qui l'artificio umano della tecnica, prolungamento degli arti e
della vista. Che mano a mano, scindendosi dal corpo, diviene "autonomia centrata" del
"pensiero anticipante": "soggetto", "indviduo", "anima", "intelletto". In tal senso Prometeo è
l'uomo della saggezza anticipante (pro-metheiá), esposto come vuole Eschilo al contrappasso
dell'infelicità. Uomo in bilico sulla scissione. La quale, finché appare governata dal Fato e
dalla gerarchia cosmica dei valori antichi, non tracima ancora nel dominio della "protesi" sul
suo agente. Sicché, con l'avvento del tempo cristiano - volontarista e lineare - e soprattutto
con l'affermarsi della "ragione osservativa" di Bacone, si produrrà il dominio moderno della
Tecnica. Svincolata - quale rete di rimandi e di mezzi - da ogni finalità che non sia la sua
stessa "autofinalità". Dal '600 in poi, e sulla base dei suoi antecedenti, la Tecnica
prolifererà in macchinismo e rivoluzione industriale. Sino alla odierna società tecnologica
post-industriale, mediatica e transgenica. E' il "dominio planetario della tecnica", di cui
parla Heidegger. Che tuttavia per l'autore è colpevole di eccesso di fiducia escatologica.
E a causa della sua profezia di salvezze possibili, affioranti in controluce nell'acme stesso
del "nichilismo tecnico".
In "Psiche e Techne" - lo avrete capito - invece la Tecnica stravince. Onnipervasiva più
dell'Atto puro gentiliano e dello Spirito hegeliano, è l'intera totalità del Senso, senza
antidoti. Né c'è conato che possa incrinarla. Perché è essa il Conato da cui tutto
promana. Essa, il linguaggio, del tempo. Essa, le emozioni. E annegano sempre in essa - come
notte in cui le vacche sono nere - tutte le spinte antitecnologiche, che pure la tecnica
scatena: fondamentalismi, ecologia, conflitti economici e socioculturali.
Sfugge in tal modo a Galimberti (come a Severino) che la Tecnica - malgrado la sua invadente
autonomia funzionale - è pur sempre "intenzionata" da altre variabili. E' un rapporto sociale
di potere. Plasmato da tante circostanze selettive. Compreso il ripudio della Tecnica, o delle
tecniche che possono distruggere il vivente. La società mediatica poi, non è solo omologante,
come pensa l'autore. Alla lunga - oltre a mobilitare il "sospetto" dello sguardo - ingenera
reazioni opposte al "principo di prestazione". Potenziando, come vide Mac Luhan,
l'interiorità allucinatoria di massa, che si muove lungo curve impreviste. Infine, il
"Soggetto". Galimberti vorrebbe dissolverlo ad "impronta emotiva" del corpo. A congerie di
"azioni" e "funzioni" prive di centro. Ma così non s'avvede di ridurre il soggetto a un
ghiotto boccone per la Tecnica. Polverizzando in radice qualsiasi "critica" alla Tecnica
dotata di "senso". Inclusa la sua. |