RASSEGNA STAMPA

25 APRILE 1999
FRANCESCO ERBANI
Là dove finisce il progresso
Si intitola "Riflessioni sul progresso" la conferenza che Jean Starobinski ha tenuto venerdì sera all'Accademia dei Lincei. Il professore ginevrino ha tracciato un profilo dei significati assunti epoca dopo epoca dal termine "progresso", illuminandolo soprattutto con il suo contrario, la "reazione", e costruendo un bellissimo edificio di storia delle idee - di quelle idee che sempre Starobinski stacca dalla pagina del tempo in cui sono incorniciate e da' loro nuova vita, mettendole in grado di rispondere alle domande che chiunque si pone sul proprio stare nel mondo. Ma non si può parlare di progresso, senza che il pensiero vada a cosa accade nei Balcani, nonostante il progresso. Ed è anche sul dramma del Kosovo che Starobinski, poche ore prima della sua relazione, si sofferma durante questa intervista.
Professor Starobinski, cosa succede in quella regione? Cosa ha prodotto una così forte carica di odio etnico?
"Ho l'impressione che tutti noi abbiamo imparato male la storia. Non ci siamo forse occupati abbastanza del passato di questa regione dell'Europa, interessati come eravamo dal gioco delle cosiddette potenze europee. Quanto sapeva della storia balcanica la coscienza, diciamo, dell'estremo Occidente? Eravamo a conoscenza che durante l'ultima guerra vi erano stati conflitti interetnici tra croati e serbi. Ma si pensava che facessero parte del passato. Quando la tensione si è risvegliata, si è manifestato un certo stupore. Nei confronti della Jugoslavia - una creazione del Trattato di Versailles - eravamo convinti che la ragione avrebbe fatto prevalere l'idea di un insieme federativo contro quella del conflitto armato tra le sue componenti, che possono scindersi di regione in regione, di valle in valle. Ma non si erano visti forse, ancora pochi anni fa, addirittura conflitti inter-albanesi tra il nord e il sud di uno stesso paese, con la stessa lingua, la stessa religione; conflitti che hanno dilaniato il paese, lo hanno sprofondato nel caos? Mitterrand li aveva definiti, con una punta di disprezzo, "contese tribali"...".
Non le chiedo una ricetta. Ma da dove si può iniziare per ripristinare una convivenza accettabile?
"Intanto è il caso di porsi molte domande - così come lo si deve fare davanti a quell'assurdo massacro in Colorado, compiuto da una banda di giovani legati tra loro da un culto assurdo, l'identità del gruppo, che considera tutti gli altri come nemici. Nelle nostre società, a volte è il vuoto interiore, l'assenza di un senso diverso dall'odio, che induce ad armarsi per manifestare la propria ostilità verso qualcosa". Starobinski è un critico che ha l' abitudine di non sezionare i testi, ma di accompagnarli, di acquistare con loro consuetudine. Di non schiacciarli sotto il peso della terminologia specialistica, bensì di farli respirare - che è uno dei modi migliori perché il loro senso possa raggiungere tutte le fibre del lettore, e non soltanto quelle degli altri critici. Si astiene dal teorizzare, diffida delle costruzioni scientifiche troppo compatte, che aspirano all'autosufficienza, e preferisce che la sua cultura, le altre letture, di volta in volta aderiscano al dato empirico del testo e che la critica sgorghi da quell'impatto. Al principio di tutto c'è, ha detto una volta, "semplicemente insoddisfazione, e la riflessione che ne discende". Ed è per questo che, parli o scriva, comunica molto di più di quanto solitamente si ritiene debbano fare i critici. Starobinski è nato a Ginevra ed è alla soglia degli ottant'anni. E' agile, non molto alto, ma è soprattutto la giacca di tweed grigia e la camicia blu aperta sul collo che lo fanno apparire molto più giovane. Nella città svizzera, dove la sua famiglia approdò dalla Polonia, ha studiato medicina, letteratura e filosofia ed ha insegnato per tre decenni. Ha svolto l'attività di medico curando alcolisti, schizofrenici e depressi. Ma soprattutto è saltato da un sapere all'altro, dall'intuizione poetica al rigore analitico, trasferendo dall'una all' altra disciplina i metodi di un'indagine che si arricchiva cammin facendo e che mai sarà possibile contenere in qualche definizione.
Lei ha detto una volta di non sentirsi un uomo dei Lumi, poiché non ha mai adottato il progresso come legge della storia. E' soltanto un'avversione nei confronti di una concezione determinista del progresso, oppure c'è qualcosa di più profondo?
"Direi, semplificando, che diffido dei convincimenti un po' istintivi sviluppatisi nel corso del XIX secolo. E' un'idea di progresso quasi automatica, le cui finalità sarebbero già ben disegnate e prospettate, tanto da rivelare ogni giorno novità destinate ad affrancarci dalle antiche servitù. Ci siamo liberati da questa mitologia per cui la storia procede per cicli che si ripetono: dall'apogeo di una civiltà alla decadenza, alla dissoluzione e poi al suo nuovo inizio. Io opto per l'idea di una storia collettiva nella quale vediamo malgrado tutto - nonostante le tragedie che sempre si rinnovano sulla terra - una direzione verso un avvenire irreversibilmente dissimile dal passato. E siamo noi a farla, questa storia - o in ogni caso, siamo noi a raccontarla. Siamo i nostri autobiografi, quando raccontiamo la storia".
Ma come la definirebbe oggi l' idea di progresso?
"E' quasi una banalità, ma distinguerei tra progresso tecnico e progresso morale. Il progresso non è un fatto ma una norma, un' idea regolatrice che deve aiutarci a giudicare gli sviluppi ai quali assistiamo. In realtà, questo atteggiamento nei riguardi della nozione di progresso era dibattuto fin dagli inizi del secolo, e credo che già Antonio Labriola abbia voluto mettere in guardia contro l'idea del carattere automatico del progresso, insistendo nel definirlo una norma".
Torniamo alle tensioni internazionali. Dopo quasi dieci anni di scambi culturali fra l'Est e l'Ovest dell'Europa, che pareva - come dire - creassero uno spazio comune fra Mosca e la Bretagna, riemergono forti diffidenze ideali, vengono contrapposti frontalmente valori e categorie mentali. Potrà essere recuperato il cammino che si stava percorrendo, e che ora sembra interrotto?
"Non ho il dono della profezia. Ma, nonostante le tensioni e le conseguenti disparità, io sono convinto che la solidarietà tra stati, grazie allo sviluppo industriale e alla mondializzazione (pure oggetto di tante critiche), dovrebbe comunque contribuire al riavvicinamento e alla comprensione tra società e culture che hanno in comune le stesse sovrastrutture: a cominciare da cose molto semplici come i motori delle auto e degli aerei, i carburanti, le tecniche di misurazione del tempo e altro ancora. Io sono tra coloro che postulano un appello all'universale, al di là delle alleanze locali. Universale nel senso della terra tutta, qualcosa che porti gli individui a prendere coscienza del loro destino, quello di vivere su un piccolissimo pianeta".
Ma, secondo molti, i conflitti cui assistiamo nei Balcani sarebbero la reazione proprio a una delle forme che il progresso ha assunto in questi anni, vale a dire la globalizzazione che schiaccia le "piccole patrie", fondate su identità e appartenenze etnico-religiose. Lei è d'accordo con questa diagnosi?
"Non ne sono del tutto convinto. Penso che si possano conciliare queste due tendenze. Forse la globalizzazione è tuttora troppo brutale, confinata nelle cifre di ordine commerciale. E' una questione di calcolo, non di contatti; e d'altra parte, le società che si sentono definite da una lingua, da un contatto, da un calore di gruppo, possono ritenersi minacciate nella loro essenza. Ma i nazionalismi con vocazione al genocidio c'erano quando la globalizzazione ancora non esisteva. Per scatenarli non c'è stato bisogno della globalizzazione. Semplicemente, gli strumenti bellici e il loro commercio hanno messo nelle mani dei protagonisti armi più efficaci in quantità maggiori".
Il fatto che le ragioni dello stare insieme si cerchino prevalentemente nell'universo etno-religioso, non è una delle manifestazioni - la più radicale, la più distorta - di un recupero del sacro?
"Sarei estremamente prudente su questo punto. E' certo una forma di sacralità quella che si vive quando una squadra di calcio ascolta l'inno nazionale prima di un incontro. Ma ho l'impressione che vi sia anche un aspetto di autosuggestione, o semplicemente una sorta di legittimazione dell' orgoglio passionale. Vedo molti esempi di "sacro" intorno agli stadi, dove la battaglia è sempre pronta a esplodere. Ho saputo che in Francia il rischio di violenze vicino agli stadi è tale che si sono dovuti sospendere i campionati anche per i club di dilettanti. Mi sembra che esista un'aggressività alla ricerca di un pretesto. E ci sono poi i fantasmi dell'odio che spingono ad aggredire coloro dai quali si teme da un giorno all'altro di poter essere aggrediti. Si gioca con questi fantasmi: amici e nemici che si squadrano, e attraverso questi scambi di occhiate si induriscono nei loro atteggiamenti reciproci".
Quindi, come si dice, c'è sacro e sacro?
"Credo si debba immaginare il sacro soltanto nel momento in cui la dignità umana è riconosciuta. Bisogna allora distinguere tra l' apparenza del sacro, il finto sacro per cui ci si mette la mano sul cuore prima della gara e si rivolge lo sguardo al cielo sperando che la divinità favorisca la vittoria, un goal tutt'al più. Ma tutto questo potrebbe anche essere chiamato idolatria, superstizione. Mentre il sacro nel senso vero del termine si realizza soltanto nel momento in cui la dignità dell'altro, pur nella sua differenza, dà motivo a un gesto d'accoglienza".
Lei ha studiato la storia semantica della malinconia. L'epoca che viviamo in che misura ne è dominata?
"E' difficile a dirsi, perché noi abbiamo isolato - io sono tuttora un medico - una malinconia, una depressione che si può cercare di controllare con farmaci o con psicoterapie. Potrei dire che stiamo, in un certo senso, esorcizzando la malinconia. C'è nella nostra civiltà una rincorsa, almeno nella parte ricca e civilizzata, di quella che si potrebbe chiamare la rapidità dell'eccitazione, una specie di gioia artificiale, che si vuole sviluppare aderendo a ogni sorta di movimenti festosi, alle ultime invenzioni di questo o quel tipo, sia nel mondo dello spettacolo, sia in quello della moda o di qualunque altra attività. Ecco: ho l'impressione che questa mania ci abbia abbandonati allo stordimento".
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