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L'umanesimo dell'"elegante allievo di Heidegger" |
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Gadamer, ermeneutica e buon senso |
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Jean Grondin, "Hans-Georg Gadamer. Eine Biographie", Tübingen, Mohr Siebeck 1999, pp. 437, sip. |
C'è forse un solo punto della sua monumentale biografia gadameriana di recente apparsa in
Germania in cui Jean Grondin sembra perdere il senso delle proporzioni. È quando paragona il decennio di gestazione di *Verità e metodo* al "decennio silenzioso" che prelude all'apparizione
della Critica della ragion pura - ossia all'evento più filosoficamente originale e carico di
future conseguenze degli ultimi due secoli. Surtout, pas de zèle, raccomandava
Talleyrand: Gadamernon ha mai fatto mistero della circostanza che ciò che, all'inizio degli anni Sessanta,
presentava alle nuove generazioni, era essenzialmente la rievocazione del mondo di ieri. Altro
che la rivoluzione copernicana! Il nesso tra arte e storia, con cui notoriamente si apre Verità
e metodo, costituisce l'oggetto di corsi da Gadamer più volte ripetuti negli anni Trenta e
Quaranta; l'esigenza di trarre l'arte fuori dal suo isolamento borghese come domenica della vita
è il progetto del circolo di
Stefan George; la mancanza di radicamento dell'uomo moderno,incapace di padroneggiare la tecnica con la stessa souplesse di un tempo, l'esigenza di una
formazione umanistica accanto a quella scientifica, è un tema che è vecchio quanto il
neoumanismo dell'Ottocento; l'idea che sia il linguaggio a renderci uomini ha l'età di
Rousseaue di
Herder; la speranza (mai - giova notarlo - confermata dai fatti) che il dialogo possagarantire la fusione di orizzonti e l'accordo tra gli uomini, è uno dei più antichi convincimenti
della cultura umanistica.
Esperto in filologia classica e in filosofia antica e moderna, letterariamente colto, umanamente
generoso, culturalmente curioso al punto da mettersi a leggere
Derrida\ a ottant'anni suonati,proprio il contrario di Fachidioten anche molto più giovani, Gadamer - "l'elegante allievo di
Heidegger", diceva in modo agrodolce
Jaspers\ - è tutto questo.L'affinità con
Croce balza agli occhi, sebbene a Croce vada riconosciuta una maggiore operositàstoriografica e filologica: in patria durante la dittatura, ma non pienamente allineato;
incline a identificare la storia con la filosofia (e, ancor peggio, la filosofia con la storia);
diffidente, per un fondamentale e in fondo colpevole scetticismo, nei confronti delle domande
troppo radicali, quelle domande senza cui - come ricordava Husserl richiamandosi a Cartesio -
non si diventa mai veramente filosofi.
Si potrà forse obiettare che Gadamer aveva potuto fruire, nei suoi anni di formazione, del
massimo fulgore della filosofia tedesca. Ma sarà poi così, almeno per l'area in cui si svolge
la formazione di Gadamer? Si confronti la filosofia di Friburgo-Marburgo degli anni Venti e
Trenta con la contemporanea filosofia di Oxford-Cambridge, si guardino i protagonisti e i
risultati, se ne consideri l'apertura (a corrispondere con
Frege non era certo Heidegger, ma Russell\!) Abbiamo spesso l'immagine di una cultura frammentata, in cui ogni ordinarioelabora il proprio sistema, che viene poi a coincidere pressappoco con la sua vita (
Nicolai Hartmann va a dormire tardissimo e pare esotico perché viene dalle regioni baltiche,Heidegger invece fa lezione alle sette di mattina ecc.), e questo non sposta nulla, al punto
che la politica sembra poi a molti una tentazione inevitabile. La storia contemporanea appare
infatti l'ultimo appiglio per una identità filosofica troppo spesso retorica e fuori misura;
all'annuncio del patto Ribbentrop-Molotov, Heidegger festeggia l'unione dello spirito di
Goethe\con quello di
Dostoevskij. E, allora, attraverso questo secolo che ha visto e le guerreperse non c'entrano proprio nulla, il difetto sta nel manico, cioè nell'idea delle scienze
dello spirito) il declino della filosofia tedesca, che cosa è appunto l'ermeneutica, se non
Gadamer? Questa affermazione, ovviamente, chiede di essere motivata, e ci pare che possa
esserlo se si considera che il libro di Grondin descrive in effetti una doppia nascita
dell'ermeneutica (intesa, beninteso, come filosofia, e non come prassi filologica o come
metodologia delle scienze dello spirito). La prima è appunto la nascita heideggeriana. Grondin
sostiene infatti che con il corso del 1923 sulla ontologia come ermeneutica della effettività
si assiste alla svolta decisiva nella filosofia tedesca dal neokantismo all'ermeneutica. Poi,
però, di questa ermeneutica, dopo Essere e tempo, pare non esserci più traccia. Ora, a questo
primo livello, c'è già una questione da porsi: davvero l'alternativa era solo tra neokantismo
ed ermeneutica? E
Husserl\, tanto per fare il nome di uno che certo non è né neokantiano néermeneutico, e soprattutto - lasciando da parte il vasto mondo, l'ecumene a cui naturalmente
dovrebbe rivolgersi l'ermeneutica - per fare il nome di uno che insegnò proprio a Friburgo? Si
ha certo l'impressione che Heidegger abbia visto nell'ermeneutica un modo per radicalizzare la
fenomenologia, che a sua volta aveva riconosciuto come un coerente sviluppo dei problemi
posti dalla Critica della ragion pura; ma si ha anche l'impressione (confermata dall'interessato)
che non ci sia riuscito. Va ascritta a merito di Heidegger l'onestà con cui ha riconosciuto
il suo fallimento, ma crediamo che il motivo dello scacco non andasse attribuito (come
sostenne più tardi) alle indigenze del "linguaggio della metafisica" (che cosa vuol dire
esattamente una espressione di questo genere?), bensì al carattere autoctono e autocentrato
della filosofia di Marburgo-Friburgo che abbiamo descritto più sopra. In effetti, gli
strumenti della fenomenologia e della storia della filosofia non erano forse sufficienti per
rispondere davvero all'esigenza di una fondazione della ontologia. Una maggiore apertura nei
confronti della psicologia (specie della psicologia della percezione), così come una minore
iattanza nei confronti della scienza, avrebbero forse contribuito a una uscita dalla
impasse; per esempio, quando nelle Osservazioni filosofiche redatte da
Wittgenstein\ nellostesso giro d'anni (e la cui nuova edizione italiana a cura di
Marino Rosso è apparsa inquesti giorni da Einaudi), si rileva che è probabilmente sbagliato applicare concetti esatti
di misura all'esperienza immediata, si svolge una considerazione che ha molta attinenza con la
nozione di ontologia che Heidegger elabora in Essere e tempo: ma, già preso dal demone
dell'antiscientismo e dello storicismo, Heidegger pretende tuttavia che l'ontologia sia
superiore alla scienza, e insieme che abbia una storia condizionante, da cui ci si può liberare
con un gesto affine, poniamo, alla Rivoluzione francese.
Quali che siano i giudizi su un simile concetto di ontologia, ciò che è abbastanza evidente è
che qui non c'è nessun bisogno di parlare di "ermeneutica": si sarebbe potuto parlare di
"fenomenologia", di "decostruzione", di "filosofia trascendentale" e non cambiava nulla, tanto
poco questo gesto tradizionalmente filosofico ha da fare con ciò che la tradizione ha chiamato
"ermeneutica" (la controprova è data dal fatto che molti grandi interpreti hanno usato Essere
e tempo senza parlare di "ermeneutica", e che
Kant e il problema della metafisica*, del 1929,dice le stesse cose senza parlare di ermeneutica).
Passano trent'anni, ed esce *Verità e metodo*; e, di nuovo, Grondin sostiene che qui si
assiste alla nascita dell'ermeneutica filosofica, che però, in apparenza, ha ben poco a che
fare con quella di Heidegger (e, di nuovo, l'interessato conferma), trattandosi appunto di una riproposizione dello storicismo e della dignità di quell'umanismo che per parte sua Heidegger detestava. Qui, "ontologia" è in Gadamer, la metafora di "ciò che è importante per noi" (così
si può intendere la sentenza secondo cui "l'essere che può venir compreso è linguaggio"). Eppure,
questo genere di prospettiva è comunque molto più correttamente assimilabile a ciò che la
tradizione aveva consegnato sotto il nome di "ermeneutica": la prassi della interpretazione
dei testi sacri e profani al fine di dare un senso alla vita individuale e collettiva, intesa
però allora strettamente come "esistenza storica" (che dunque ha ben poco a che fare con ciò
che propriamente si può chiamare "ontologia").
Rispetto alla impostazione di Dilthey (maggiormente legata al progetto di una metodizzazione),
Gadamer si limita a svolgere una considerazione molto semplice ed esatta: il genio e il gusto,
i concetti-chiave della educazione umanistica, non si imparano e non si insegnano; al massimo
si esercitano e affinano attraverso gli esempi, ossia attraverso l'assidua frequentazione non
di testi di ermeneutica, o di annosi dibattiti tra ermeneutica e critica della ideologia,
ermeneutica e decostruzione eccetera, ma leggendo i classici della letteratura e della
filosofia, frequentando i teatri e i concerti, le gallerie d'arte eccetera. Muniti di questa
formazione, qualunque cosa si faccia, si sarà scienziati migliori, e comunque non ci si
ridurrà a Fachidioten.
In conclusione: forse sotto lo stesso nome ci sono due cose, una che - almeno ad Heidegger - non
è riuscita (o che per riuscire o per fallire non aveva bisogno di chiamarsi "ermeneutica"),
l'altra che c'è sempre stata.
Vediamo magari se si può proseguire quella che non è riuscita, senza farci problemi di nome. Ma,
soprattutto, teniamoci quella che c'è sempre stata, chiamandola col suo nome, cultura
umanistica, che - a patto che non la si confonda con la cattiva retorica e con il mito della
comunicazione, e a patto che non venga contrapposta insulsamente a quella scientifica - non è
mai abbastanza.
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