| Donne e uomini nel paradosso «egualitario» | Mentre si festeggia il cinquantesimo anniversario della pubblicazione del «Il secondo sesso» di Simone de Beauvoir, la filosofa femminista Rosi Braidotti prova a chiedersi se sono solo le donne oggi a potersi definire «secondo sesso» «noi-donne», febbraio 1999). Domanda solo apparentemente paradossale per chi ha seguito l'evolversi del pensiero femminista degli ultimi
trent'anni. Perché nel processo di analisi critica del fenomeno evidente e innegabile di come la differenza tra uomini e donne si articoli in un ordine gerarchico che funziona come principio di discriminazione fra un sesso dominante e un sesso dominato, il femminismo - nelle sue varie accezioni e stili discorsivi - ha messo a tema la questione dell'esclusione, dell'alterità, della differenza come nessun altro pensiero sulla crisi del
moderno.
Il tempo di dibattito, convulso e pur tuttavia alquanto asfittico, sul cosiddetto «pensiero unico», appare piuttosto sorprendente - oltre che un tratto peculiare della scena intellettuale italiana - che la ricchezza di elaborazione teorica del femminismo resti ai margini del confronto. In Italia, differentemente che in altri grandi paesi occidentali, i women's studies non sono stati istituzionalizzati nei curricola accademici, mancano così sia di una sponda forte di interlocuzione sia di una «divulgazione» sistematica. Appare dunque assai opportuno il volume di Franco Restaino e Adriana Cavarero su «Le filosofie femministe», un primo essenziale tassello per cominciare a colmare un colpevole vuoto di testi di riferimento.
Restaino ripercorre la vicenda del pensiero femminista negli ultimi due secoli, delineandone una «storia possibile» a partire da Mary Wollstonecraft. Cavarero disegna una mappa tematica che incrocia i temi della critica al patriarcato, il problema dell'eguaglianza e la questione del soggetto. La terza parte del volume è costituita da una antologia di testi che arriva fino all'anno in corso. Un testo dunque che consente un approccio sistematico, documentato e lineare, pur senza pretese di riduzione della complessità del suo oggetto. E che di una questione complessa si tratti è ben chiaro nell'attenzione che Cavarero pone nel costruire la sua griglia teorica marcando i passaggi, le connessioni e le diversità interne di una vicenda intellettuale e politica che non ha punti di approdo definitivi ma che continua a interrogare il presente.
Il principio discriminatorio su cui la tradizione occidentale ha pensato e praticato la differenza sessuale è un fenomeno di per sé evidente che già Wollstonecraft constata e denuncia alla fine del
Settecento. La tradizione non lo nasconde, essendo questo principio uno dei suoi fondamenti, anzi lo riproduce e lo giustifica lungo l'intero corso della sua storia bimillenaria. Ma è nella configurazione del moderno, quando cioè emerge in Occidente quella «formidabile invenzione» che è il principio di uguaglianza che la tradizione patriarcale fa emergere il suo paradosso logico: il modello egualitario cancella potenzialmente le differenze tra tutti gli uomini ma non la differenza sessuale, svelando così che la pretesa universalità del soggetto è in realtà riferito solo agli umani di sesso maschile. Le donne non sono non sono contemplate nell'immaginario politico del pensiero egalitario, che fonda lo Stato moderno e le categorie della democrazia ma lascia intatta la tradizionale divisione tra sfera pubblica e sfera privata o domestica. Di qui il suo clamoroso fallimento come sistema di inclusione, che il pensiero occidentale patriarcale ha tentato di risolvere con il meccanismo dell'omologazione, la finzione del «come se». Se il patriarcato non è un retaggio storico in via di superamento, le strategie emancipatorie risultano fallimentari e senza sbocco. Ma solo per le donne o per tutte quelle figure che oggi, con Braidotti, potremmo definire «secondo sesso»? E' proprio il femminismo, specie quello di matrice anglo-americana, a decostruire un Soggetto che non è solo di genere maschile, ma è anche bianco, adulto, benestante. I non-bianchi, i giovani, i poveri rappresentano in questa fine secolo altrettante figure della alterità «da» la norma del soggetto occidentale dominante, ricombinate magari attraverso più intrecci degli assi di differenziazione. La strada dell'omologazione, le varie strategie di quote o pari opportunità che anche la sinistra europea propone oggi come «Terza Via» per combattere l'esclusione può risultare solo un vicolo cieco. |