| Ludwig Wittgenstein, "Movimenti del pensiero, Diari 1930-1932,1936-1937", a cura di I. Somavilla, ed. it. a cura di
M. Ranchetti e F. Tognina, Quodlibet, Macerata 1999 (ed. orig. Innsbruck 1997), 164 pp., L. 38.00 |
| Ludwig Wittgenstein, "Vostro fratello Ludwig, Lettere alla famiglia 1908-1951", a cura di B. McGuinness, M.A. Ascher, 0. Pfersmann, tr. it. di G. Rovagnati, Archinto, Milano 1998 (ed. orig. Vienna 1996), 244 pp., L. 38.000. | Negli anni 1930-32 e poi ancora nel 1936-37, Wittgenstein tenne un vero e proprio diario - niente a che vedere con le osservazioni personali, spesso in codice, di cui sono disseminati i suoi manoscritti filosofici. La prima parte del diario fu scritta a Cambridge, nei primi anni del "ritorno alla filosofia" dopo la lunga parentesi seguita alla pubblicazione del Tractatus logico-philosophicus; la seconda parte fu scritta nella capanna che il filosofo si era costruito in un fiordo norvegese, e in cui viveva, in perfetta solitudine, nei mesi cruciali della redazione della prima parte delle future Ricerche filosofiche. Il diario, che non si conosceva ed è stato ritrovato pochi anni fa, è di estremo interesse, non solo come "memoria d'anima" (come dice nell'Introduzione Michele Ranchetti, eccellente traduttore) ma dal punto di vista filosofico. Un solo esempio: parlando di che cos'è essere un apostolo, Wittgenstein dice che, anche qui, il senso di una frase ("Questo è un apostolo") è il metodo della sua verifica, nel senso che essere, un apostolo è vivere in un determinato modo, e credere a un apostolo è comportarsi verso di lui in un determinato modo. Il senso di una frase, insomma, è la differenza che essa fa per la vita di chi la usa: questo era per Wittgenstein, già all'inizio degli anni '30, il punto del famoso "principio di verificazione".
L'esempio dell'apostolo non è casuale: in questi diari Wittgenstein si occupa intensamente di fede religiosa. A più riprese, nel corso della sua vita, il filosofo si professò non credente, pur ammettendo di non poter fare a meno di vedere ogni cosa "da un punto di vista religioso". E tuttavia, le meditazioni religiose qui contenute non sono quelle di un non credente: che senso avrebbe, per un non credente, interrogarsi sulla Trinità con la partecipazione con cui lo fa Wittgenstein nel marzo '37? 0 desiderare di litigare con Dio? 0 pregare e ringraziare Dio con tanta persistenza? Forse Wittgenstein era di volta in volta ateo e credente, o magari le due cose insieme, come avviene probabilmente a molti nella cui vita la fede religiosa "fa una differenza". In ogni caso non era semplicemente uno che "a un certo punto... si inventò una propria religione sulla base del Nuovo Testamento", come dice con qualche condiscendenza Brian McGuinness nell'Introduzione all'altro libro qui recensito.
Nelle "lettere alla famiglia" (la maggior parte delle quali, ad onta del titolo, sono lettere della famiglia a Ludwig) l'aria è diversa. Qui di filosofia non c'è granché. C'è invece tutto il bric-à-brac di una famiglia altoborghese di inizio secolo: nomignoli e vezzeggiativi, mobili da far disegnare all'architetto e concerti da organizzare, ritratti eseguiti dallo scultore alla moda (infinitamente discussi e modificati), scuole per i bambini poveri e così via; e c'è la schiera di quelli che McGuinness, nell'Introduzione, chiama i "clienti" della famiglia, "artisti, musicisti, studenti universitari, amici e creature affini d'ogni sorta", domestici trattati quasi come parenti, e amici trattati alle stesso modo.
' Ma c'è anche un grande, profondo affetto, soprattutto nelle lettere di Hermine, la sorella nubile di quindici anni più vecchia del filosofo; Hermine, inadeguatissimo capo di casa, per cui le faccende pratiche rappresentano "un'amore infelice", e che si trova, dopo l'Anschluss, a fare i conti con cose troppo più grandi di lei. E li sbaglia, quei conti, come probabilmente aveva sbagliato. molti dei precedenti (pare avesse difficoltà già con le frazioni, sicché si era messa di buzzo buono a studiarle).
La famiglia Wittgenstein, come è noto. era di origine ebraica e convertita al cattolicesimo; i nazisti, per consentire a Hermine e all'altra sorella Helene di continuare a vivere indisturbate in Austria, estorsero loro una parte cospicua dei loro beni all'estero, che furono incamerati dalla Reichsbank. Paul, il fratello pianista che aveva perso un braccio nella prima guerra mondiale, rifiutò l'accordo ed emigrò in America, rompendo su questo con il resto della famiglia. Storie di gran lunga meno dolorose di innumerevoli altre, e che pure contribuiscono a ricordarci i tratti gangsteristici delle istituzioni naziste. Del nazismo si era parlato, in queste lettere, solo come di una fazione estremistica (come i socialdemocratici), le cui intemperanze - per fortuna - erano circoscritte ai quartieri periferici di Vienna. Questo nel 1934. Di lì a poco sarebbero arrivati in centro, e ci sarebbero rimasti sette anni.
Le note a queste Lettere sono ricche e tuttavia a tratti lacunose. Perché non dire, ad esempio, che il Quem pastores di cui Wittgenstein trascrive le parole in una lettera del 1926 è un inno natalizio tedesco del XIV secolo, messo in musica nel '500? Io non lo sapevo. Inoltre, in un testo del genere è imperdonabile l'assenza di un indice dei nomi. |