| Le ragioni di un antidogmatico | Domenica scorsa, il giorno di pasqua, la morte ha stroncato Marco Mondadori, uno dei maggiori epistemologi italiani. Aveva 54 anni. Non ci sono ragioni plausibili per un simile evento. Restano solo l'incredulità e il dolore in cui ha lasciato i familiari, gli amici, l'intera comunità filosofica e scientifica. Le ragioni che ci restano sono quelle che lui stesso ci ha lasciato con il suo incessante e rigoroso lavoro di logico ed epistemologo, cui legava coerentemente anche l'interesse per la filosofia politica. E sono ragioni forti, che ci spingono a continuare, in sua memoria una battaglia minoritana ma essenziale per la crescita culturale e civile di questo Paese.
Mondadori l'aveva iniziata negli anni 60 e 70 con alcuni epistemologi riunitisi a Milano intorno alla figura dì Ludovico Geymonat. Del maestro egli ha sempre condiviso l'idea, tuttora attualissima, dì una filosofia da ritrovarsi «nelle pieghe della scienza», che smettesse di occuparsi astrattamente della "Conoscenza", per concentrarsi invece sulle "conoscenze" scientifiche e sociali soprattutto, trascurate e persino osteggiate dalla nostra cultura: si trattava, in sostanza, di mostrare che la scienza è cultura, almeno quanto e, in molti casi, sicuramente di più - del tuttora egemone sapere umanistico-letterario, e di collegare questo convincimento a un cambiamento effettivo della realtà politica e sociale.
E' sullo sfondo a questa comune convinzione che - come ricordava Silvano Tagliagambe sul Sole-24 Ore di martedì scorso - che Mondadori poteva esprimere le sue straordinarie capacità critiche anche nei confronti di Geymonat. Che non seguiva però soprattutto proprio sulla questione di quale fosse la filosofia politica più adatta per tale cambiamento. Geymonat è stato marxista-leninista fino alla morte, avvenuta nel '91. Da Mondadori invece è arrivata, da sinistra, una delle più plateali sconfessioni di quella dottrina: con la pubblicazione, nell'81, per Il Saggiatore - la casa editrice fondata dal padre Alberto - di un classico del liberalismo come On Liberty dì. John Stuart Mill, che mancava dagli anni 30, e che usciva con una coraggiosa prefazione, scritta con Giulio Giorello, che fece molto discutere: e. congiuntamente, con la riproposta dello spirito liberale e riformatore dell'utilitarismo inglese, quello originario di Jeremy Bentham e dello stesso John Mill, e ancora di più quelle epistemologicamente assai più sofisticato - proposto dall'economista, matematico e filosofo John Harsanyi, cui sarebbe stato assegnato il Nobel nel 1994 per alcuni teoremi fondamentali della teoria dei giochi. Ed è questo il punto in cui si legano gli interessi per le scienze sociali con quelli per la logica e l'epistemologia. A questo intreccio - su cui si concentra il testo che qui pubblichiamo - sono dedicati non solo la sua attività accademica e i suoi numerosi scritti (tra cui ricordiamo le voci scritte a cavallo tra gli anni 70 e 80 per l'Enciclopedia Einaudi, piccoli capolavori di essenzialità e precisione, nei quali spesso si anticipano temi e problemi ancora oggi al centro del dibattito) ma anche il suo intenso impegno editoriale, attraverso il quale ha reso disponibile al pubblico italiano il meglio della filosofia angloamericana.
«Ragionare dobbiamo, e spesso», si legge all'inizio del manuale di Logica scritto con Marcello D'Agostino e uscito nel 1997: quando cerchiamo di conoscere meglio il mondo fisico o sociale, ma anche quando. più semplicemente, prendiamo decisioni che riguardano più direttamente le nostre vite. Il vero sogno di Marco era quello di trasmettere a tutti l'amore per gli strumenti, potenti e flessibili, che la logica, la matematica e le teorie della decisione ci mettono a disposizione. Perché è soprattutto guardando allo sviluppo dì queste discipline che trovava alimento il suo indomabile spirito antidogmatico. |