RASSEGNA STAMPA

8 APRILE 1999
LUCIANO CANFORA
SENECA, L'INTELLETTUALE CHE SAPEVA
Torna d'attualità il pensatore stoico. Con un convegno e una tavola rotonda cui parteciperanno Cacciari e Mieli
Il convegno intitolato «Seneca nella coscienza dell'Europa» si apre oggi all'Archiginnasio di Bologna, in piazza Galvani 1, e si concluderà sabato.
Ivano Dionigi, moderno e scattante latinista dell'Università di Bologna, lancia, nei prossimi giorni, presso la sua Università, che è anche una delle più antiche d'Europa, un centro di studi intitolato «La presenza del classico»: e lo lancia con una notevole iniziativa. Si tratta del Convegno di studi su «Seneca nella coscienza dell'Europa», che si apre oggi presso l'Archiginnasio bolognese e si conclude sabato con una «tavola rotonda» su Seneca come «classico per il terzo millennio», cui prenderanno parte Massimo Cacciari, Paolo Mieli, Giuseppe Cambiano e lo stesso Dionigi. Il quale, essendo sapiente amministratore oltre che dotto frequentatore dei classici, incarna bene la figura dell'intellettuale che «si sporca le mani». Il che non disdice in contesto senecano. L'idea-forza di questo incontro di studi è ben chiara nell'impianto della giornata d'apertura, che vedrà impegnati italianisti, studiosi di filosofia, esperti di letterature moderne. E il focus è appunto la vitalità di Seneca nella letteratura e nel pensiero dei moderni. Tematiche cruciali, quale quella tipicamente settecentesca del dispotismo illuminato (ne parlerà Walter Tega) si affiancano a indagini sulla compenetrazione pagano-cristiana: della compresenza, e coabitazione, di Seneca e di Agostino nell'universo mentale di un moderno come Petrarca parlerà Marco Santagata. In tempi, come quelli che stiamo attraversando, nei quali ritorna la domanda antichissima - erodotea prima ancora che platonica - quale sia la «migliore forma di governo», anche l'ipotesi illuministica del «dispotismo illuminato» può rientrare in scena. Si può anzi osservare che la nostra epoca riproduce quella imperiale romana come in uno specchio rovesciato. Oggi i Paesi retti da sistemi democratico-parlamentari, non alieni peraltro da quello che García Márquez chiamò anni addietro «il fondamentalismo democratico», dominano sul resto del pianeta. In epoca imperiale romana è il contrario: le democrazie (le città greche che ancora serbavano quei loro istituti) non sono che un corollario marginale di una compagine statale-militare sempre più orientata verso la piena assunzione del principio monarchico. Ma c'è una incrinatura in entrambi i casi: come la monarchia stenta ad affermarsi sic et simpliciter nel cuore stesso del potere imperiale, ed il vecchio Senato di Roma difende pur sempre le sue prerogative, così oggi il paravento «democratico» copre sempre meno i profondi mutamenti che investono il potere degli organismi elettivi: anche le guerre scoccano senza che i Parlamenti lo decidano. Torna dunque a farsi avanti, più o meno temperato, il principio monarchico. Ed ecco allora riaprirsi i problemi che già furono del Seneca politico: il suo adattarsi a compromessi sempre più ardui, nella convinzione che la scelta sia non già tra i modelli astratti della tipologia costituzionale, ma tra persone concrete e tra valori. Seneca perse la sua partita con il principe del tempo. Ma le sue domande sono ancora le nostre.
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Storia della filosofia